tennis
La qualificazione di Sinner ai quarti di Miami
Jannik Sinner sta difendendo a Miami i punti conquistati l’anno scorso in finale. Con la qualificazione raggiunta per i quarti di finale, mal che vada può chiudere la settimana al 12esimo posto, se il torneo dovesse vincerlo Alcaraz – lo spagnoletto che è riuscito a eliminare anche il greco Tsitsipas, il numero 5 del mondo. Varrà la pena ricordare che questo nuovo fenomeno spagnolo, secondo molti un futuro numero uno, ha perso nel 2022 solo due partite: una da Nadal e una da Berrettini.
Sinner ha ancora strada possibile davanti. Oggi nei quarti gli tocca l’argentino Francisco Cerundolo, dopo aver disinnescato – scrive Stefano Semeraro su la Stampa in due set “anche il temibile fattore K”. Cioè Nick Kyrgios. “Era un match da codice rosso, per vari motivi. Il Cavallo Pazzo di Canberra veniva da un ottimo torneo giocato a Indian Wells (quarti, sconfitto solo da un ottimo Nadal) e a Miami, da wild card e n.102 Atp aveva spazzato via in due set sia il numero 5 del mondo Andrei Rublev, sia Fabio Fognini. Un Kyrgios esuberante ma sotto controllo, con il materiale radioattivo di cui sono fatti i suoi pensieri apparentemente in sicurezza”.
Ronald Giammò sul Corriere dello sport-stadio dice che “quando un giocatore regolare e freddo ne affronta uno imprevedibile e dall’umore scostante, quell’avversario è un giocatore sconfitto. Un tennis intelligente, semplificatore, capace di leggere in anticipo il copione che il match stava assumendo e di trovare le battute per farlo suo. Se nelle partite precedenti Sinner aveva optato per decisioni azzardate – vedi alcune palle corte – rivelatesi inefficaci, ieri, preso atto della qualità dei rispettivi servizi, è stata la risposta a rivelarsi un’arma in più”.
Daniele Azzolini su Tuttosport analizza: “C’è un Peccatore che vince la partita. E un Kyrgios che riesce nell’impresa quasi soprannaturale di perderne quattro insieme. Forse cinque. Ne perde una con Semola, al quale tutta l’agitazione che l’australiano riesce a generare, provoca giusto una sommessa alzata del sopracciglio destro. Ne perde un’altra con l’arbitro Carlos Bernardes , brasiliano di stanza in Italia. Poi la perde con la sua stessa racchetta, che prima si rifiuta di rompersi, poi cede e finisce mezza maciullata in regalo a salotto una famigliola australiana, con destinazione parete del buono. Perde anche con il campo, che è l’oggetto delle sue intemerate, ma per sua natura è destinato a sopravvivere a Kyrgios ea tanti altri come lui. Infine – e siamo a cinque – la perde con se stesso, facendo piazza pulita di tutti i bei progetti da bravo ragazzo ritrovato, ai quali in pochi avevano creduto. Ci teniamo stretti il buon Semola che il sole di Miami rende rosso come i suoi capelli. Se il nostro cercava un laboratorio di analisi nel quale misurare lo stato della sua crescita, il confronto con Kyrgios gliene ha garantito uno senza eguali”.
2 I set di durata di un doppio ritorno in campo da celebrare, Stan Wawrinka e Dominik Thiem, rivisti ieri al torneo di Marbella dopo una lunga assenza, entrambi subito battuti. Lo svizzero è stato operato a un piede nel marzo 2021 e una seconda volta a giugno. Ha 37 anni, trenta finali in circuito, 16 titoli, tre titoli dello Slam.
“Potremmo ragionevolmente stimare che ormai ha fatto la sua strada”, scrive David Loriot per L’Equipe dalla Spagna. “Invece desidera ancora qualcosa ferocemente”. Non giocava da un anno (Doha). La sua posizione è adesso la 232. Al rientro ha perso 6-2 6-4 dallo svedese Elias Ymer. L’austriaco, 28 anni, pure lui ex numero 3, è caduto in quello che ha definito un buco dopo la vittoria agli US Open 2020. L’infortunio al polso destro gli ha fatto trascorrere 16 settimane di fila senza toccare una racchetta, a febbraio ha rimandato il rientro, ieri è stato dominato da Pedro Cachin (228 al mondo) per 6-3 6-4. Ma L’Equipe avverte: “Niente panico. A Marbella, Thiem ha ritrovato il senso della sua vita dedicata al tennis fin dall’infanzia, in totale dedizione, un sacrificio quasi ascetico. Dopo aver domato il malessere psicologico e vinto il dolore fisico, sa che non tutto è guarito”.
Il paternalismo di Richard Williams e quello di Will Smith
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sguardi Il gesto vero di una serata finta
“Non ci fosse stato Will Smith a ridare verità (anche se finta come si sospetta) alla più soporifera e maldestra notte degli Oscar (la novantaquattresima!), avremmo potuto dedicare una prece al cinema morituro per sua stessa volontà. In una scenografia da teatrino oratoriale un maschio nero, dimentico di #BlackLivesMatter, ha dato uno sganassone a un altro maschio nero, celeberrimo comico, ritenendosi lui insultato da una battuta forse non elegante riferita alla moglie, che solo un paio di anni fa avrebbe fatto sorridere (infatti prima di indossare l’armatura di cavalier cortese anche Smith aveva riso). Ma quando mai si ride oggi (forse alle gare di flatulenze o ai gatti che baciano galline su TikTok?) se siamo tutti lì frementi in attesa di offenderci? Infatti si è offesa l’Academy, perché nel mondo finto di oggi (in quello vero c’è la guerra) il nero non picchia né neri né bianchi, e noi signore cui nulla sfugge abbiamo subito accusato lo schiaffeggiatore di essere alfiere del patriarcato, in quanto doveva lasciare che fosse la sua magnifica signora a salire sul palco a difendere manescamente la sua bella testolina nuda (alopecia) che se non la riteneva adatta alla serata poteva banalizzare con una parrucca” – di natalia aspesi, la Repubblica
specchi I meriti della signora Oracene
“Diamo a Will Smith il grande merito di aver offerto un ritratto realistico: Richard Williams ha sempre avuto problemi a rimuovere se stesso e il suo ego dalla storia di Venere e Serena. Chiunque abbia assistito agli eventi della vita reale ritratti nel film King Richard, sa che c’è della finzione hollywoodiana, nonostante la collaborazione della famiglia. Forse la più grande è la retrocessione delle sorelle Williams e della loro madre Oracene Price a un ruolo di supporto negli eventi guidati da un eroe solitario. Oracene, Venere e Serena sono state loro stesse responsabili, se non di più, di questa ascesa e della loro resistenza in uno sport pieno di razzismo da marciume secco, di bambini spinti verso il guadagno e di padri prepotenti. Richard aveva i suoi punti di forza e uno di questi era la determinazione a proteggere il benessere a lungo termine delle figlie. Ma a volte si è comportato come un qualsiasi altro genitore instabile che ha vissuto attraverso i suoi figli. Aveva degli eccessi e il comportamento di Smith agli Oscar è riuscito a evocarli, anziché celebrare il suo lato migliore. Una dichiarazione potente è quella sentita una volta da Oracene Price, sul motivo per cui non è mai apparsa in pubblico a prendersi dei meriti per le sue figlie. «Non ho bisogno di gloria, sono già felice con me stessa», disse. Perché qualcuno non fa un film su questo genere di eroi?” – di sally jenkins, Washington Post
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