l’emergenza sanitaria
Le mascherine prodotte con le maglie del baseball
È l’iniziativa della Fanatics, la società che produce le divise Nike per la Major League Baseball. David Waldstein del New York Times racconta: “Se la stagione del baseball non fosse stata rinviata a causa del coronavirus, i giocatori di tutto il paese sarebbero stati vestiti di nuove divise per la prima giornata di giovedì. Ora, alcune divise verranno utilizzate al meglio. Fanatics ha temporaneamente convertito la fabbrica domestica di Easton, in Pennsylvania, alla produzione di maschere protettive e abiti necessari per i medici che combattono la pandemia negli Stati Uniti. Le maschere sono realizzate con lo stesso tessuto a rete in poliestere utilizzato per realizzare le uniformi della Lega e i primi prototipi portano le trame gessate degli Yankees e di Philadelphia. «Abbiamo enormi quantità di tessuto, esattamente quello che indossano i giocatori» ha dichiarato Michael Rubin, fondatore e presidente esecutivo di Fanatics. «Lo stiamo usando per farlo utilizzare alle persone che lavorano per salvare vite ogni giorno».
Il ciclismo in ansia per Pierino Gavazzi Pierino Gavazzi, vincitore della Sanremo nel 1980, 17 Giri d’Italia corsi (cinque tappe vinte) e due Tour, due volte tra i primi dieci al Mondiale, è ricoverato all’Istituto Clinico San Rocco di Ome con una diagnosi di positività al coronavirus. Suo figlio Mattia ne ha parlato stamattina con Ciro Scognamiglio su la Gazzetta. «Stiamo vivendo momenti drammatici. Mercoledì sera alle 10 ha chiamato una dottoressa dicendoci che la situazione polmonare era nettamente peggiorata, che papà era steso a letto su un fianco, che faticava molto. Una situazione molto critica, non ci ha nascosto che avremmo dovuto prepararci anche al peggio. La mattina dopo abbiamo sentito papà, poi gli hanno messo il casco affinché avesse più ossigeno (ieri la saturazione era risalita a 96, ndr). Qualche contatto telefonico seppur breve riusciamo ad averlo. Ha detto a mia madre di stare tranquilla, che gli mancava la famiglia, che vorrebbe rivederci, che presto torna. Non c’è dubbio che sia affaticato, però non ha dolori. Un nostro caro amico medico mi ha detto che non tutto è perduto. Sento poi che non ha perso la voglia di lottare. Questo è fondamentale, papà conosce la fatica e sa stringere i denti».
Ieri sera, dopo due test negativi, il colombiano Fernando Gaviria ha ottenuto l’autorizzazione per lasciare l’ospedale di Abu Dhabi, dove era ancora ricoverato a causa del coronavirus da fine febbraio, quando il Giro degli Emirati Arabi venne interrotto.
Una delle quattro vittime del virus in Basilicata, secondo Cronache Lucane, è il papà ottantenne di Donato Sabia. Il potentino, due volte in finale alle Olimpiadi negli 800 metri, sarebbe a sua volta tra i ricoverati in ospedale per essere stato contagiato.
La testimonianza di Pezzella ➣ German Pezzella. come si è accorto di essere stato contagiato? «Ho avuto qualche sintomo, per fortuna nulla di particolarmente serio. Poi sapendo che in squadra c’era già stato un positivo, che era Vlahovic, ho creduto che potesse trattarsi del Coronavirus».
➣ Ci aveva mai pensato al “e se tocca a me”? «All’inizio no, sembrava potesse essere una cosa abbastanza ristretta. Poi quando ho iniziato a vedere che la portata si stava ampliando e dilagava a macchia d’olio, ho pensato che sarebbe potuto toccare a chiunque. Noi non siamo immuni, siamo delle persone normali come tutti: è un virus che può colpire chiunque, proprio per questo tutti dobbiamo rispettare le direttive delle Istituzioni, anche per difendere chi è più fragile».
➣ Come ha vissuto la malattia e con quanta paura? «L’ho vissuta abbastanza serenamente: all’inizio non nascondo che un po’ di paura l’ho avuta perché si tratta di una malattia nuova, nessuno la conosce e per questo il timore aumenta ma poi, per fortuna, i miei sintomi non sono stati molto forti e quindi ho cercato di viverla abbastanza tranquillamente».
➣ Cosa ha previsto il protocollo di auto-isolamento? «Da quando si è saputa la positività di Vlahovic, ero già in quarantena quindi non potevo uscire di casa e vedere nessuno. Una volta scoperta anche la mia positività non è cambiato molto, ho continuato a rimanere chiuso in casa, dovevo controllare i miei sintomi, venivo monitorato a distanza. Se per caso i sintomi fossero peggiorati probabilmente avrei dovuto essere ricoverato ma, per fortuna, è andato tutto bene». | Intervista di Alessandro Rialti, Corriere dello sport-Stadio
Il dottor Lamberto Boranga Fu uno che diede scandalo. La prima volta perché decise di prendersi una laurea: «Gianni Mura non ci credeva, mi chiamò e mi disse: “Boranga. In Medicina, veramente?”. Vieni da me, ti faccio vedere, risposi. Gli regalai la mia tesi e venne alla discussione. Se n’è andato anche lui, mi sono sentito triste, è stato un grande». … Alla fine Boranga di lauree ne ha prese due. L’altra in Biologia: specialistica in virologia e batteriologia. E dunque: il coronavirus? «Un mese fa lo dissi: “Occhio, bisogna fare i tamponi, è una cosa seria”. Questo virus è diventato aggressivo, rischiano anche i giovani, ha una resistenza notevole, la capsula del virus è incredibile, si duplica facilmente. Non c’è un motivo se te lo prendi, forse è peggio dell’Aids».
Fino a dieci giorni fa Boranga stava in ospedale, si metteva la mascherina, «anche venti, venticinque visite al giorno», e poi è arrivato un caso positivo, «hanno chiuso tutto per sanificare e ho deciso di restare a casa: basta». Rumina, manda giù il nervoso, la bile, l’ansia. Che c’hai, Bongo? «È che la sanità ha messo un sacco di direttori generali, gente che costa una valanga di soldi, hanno strozzato tutta la sanità, tutta, ospedali ridimensionati, la tecnologia che non è andata avanti come avrebbe dovuto. Ci sono città che sono in crisi nera. No, dài, lasciamo stare». Dài, Bongo, che c’è? «Non è più il modo di farla la sanità così, devi dare ai cittadini la salute, la saluteeee (urla, ndr). Se stai bene lavori, fai il medico, l’avvocato, l’operaio. Alla gente non gliene frega nulla di lavorare se non ha la salute. Scusa lo sfogo, ma cazzo».
Lo chiamano Bongo perché sosteneva di poter parare e fare un buffetto al naso dell’avversario. Nello stesso momento. … E dopo, dopo questo virus, come sarà il calcio Bongo? «Il calcio non ha capito niente. Tommasi sì, lui ha capito. Comunque il campionato è finito, stop, altrimenti è tutto falsato. Bisogna ricominciare l’anno prossimo. E fare attenzione».
A Boranga il virus ha portato via degli amici, «l’ultimo mi aveva chiamato il giorno prima, sessantacinque anni, il giorno dopo è morto», e gli ha riacceso vecchi ricordi: «Sono originario di Belluno, Veneto. Il mio babbo ha fatto la guerra, mio nonno pure. Si chiamavano Eugenio tutti e due. Papà pilota dell’aeronautica, è morto in un incidente, il coraggio l’ho preso da lui.
Nonno postino, poi direttore delle poste, aveva una stanza piena di provviste, polenta, farina, fagioli, scatolette, non faceva entrare nessuno: dovevano essere le riserve per un’altra guerra». Che oggi è arrivata, diversa, più lugubre e subdola. «Saremo persone che avranno avuto una guerra, ci avrà rovinato la salute. Ma quando sarà finita ci vorremo tutti più bene, saremo più buoni». | Giorgio Burreddu, il Foglio sportivo
La giornalista Doris Burke, popolare giornalista di ESPN, una delle voci e dei volti della NBA, ha rivelato di essere risultata positiva al COVID-19 nelle scorse settimane. Avvertiva stanchezza e diceva di sentirsi poco bene dallo scorso 11 marzo, martedì 17 marzo si è sottoposta al test. Dopo il ricovero in ospedale sta meglio.