CALCIO
Il dibattito sugli attaccanti che non nascono più
Ah, poveri noi, dove andremo a finire. Ha ragione Mancini. Questa serie A ormai senza più italiani. Prendete l’Inter, l’Inter contro il Palermo, e leggete la sua formazione.
Handanovic, Yuto Nagatomo, Jeison Murillo, Joao Miranda e Alex Telles; Fredy Guarin, Geoffrey Kondogbia, Gary Medel e Ivan Perisic; Mauro Icardi e Stevan Jovetic. Tutti stranieri. Nemmeno un giocatore convocabile dal Ct. Solo che siamo nel 2015. Otto anni fa. Il Ct si chiama Antonio Conte e l’allenatore dell’Inter composta da 11 stranieri titolari è Roberto Mancini, all’epoca meno sensibile alle esigenze della Nazionale, un pochino di più a quelle del club per cui lavorava. Non c’erano 17enni italiani da mandare in campo da titolari contro il Palermo.
Giustamente, sia chiaro. Il punto è che poi uno le cose le dimentica, oppure recita secondo il ruolo che riveste in questo gigantesco gioco da tavolo che è diventato il mercato delle idee. Indossi uno slogan, e vai. Quasi sempre in linea con “il mestiere della negatività” [ © ex calciatore della serie A] che chiama a commentare tutto nel verso del disfattismo.
È male – è molto male – se i giovani non giocano, ma è un male – molto male – pure se uno va a cercarsi un posto all’estero, in un mondo pieno di figli e nipoti che mettono i panni in una borsa e partono. L’estate scorsa sembrava che la serie A non sarebbe potuta cominciare senza Mattia Viti, diamine, e come si fa, Viti ci lascia, ragazzi se ne va a Nizza – che poi è dietro l’angolo – possibile che non ci sia una squadra di serie A che prende Viti?
Possibile, sì. Viti ha giocato 57 minuti in tutto nelle 17 partite in programma dal 21 dicembre a oggi, qualche volta è rimasto in panchina, qualche altra non è stato convocato. È l’agonismo, è la competitività, è la concorrenza. Se casomai i Viti non partono e restano, questi ragazzi italiani sono un poco bamboccioni, si accontentano di quello che hanno sotto casa. Perché non si danno un poco di coraggio? Adesso va molto questo fatto della comfort zone, ecco, perché non si mettono in discussione per le strade del mondo?
Lo abbiamo rimproverato finanche a Francesco Totti, quante volte è stato troppo romano, sempre e solo troppo romano, se invece fosse andato all’estero sai quanti Palloni d’oro. Certe volte sono pigri pure se da Sassuolo non si spostano – che so – verso Torino o Milano. Dove potrebbero fare più esperienza internazionale, ecco. Quel Berardi, dai, non ce la conta giusta. Ma se Raspadori va al Napoli, non sarà che poi si immalinconisce a fare troppa panchina dietro Osimhen? Quando i nostri sicuri Palloni d’oro partono – una volta è Balotelli, un’altra è Zaniolo – il campionato si è di certo impoverito, e poi non lo vedete che non ci sono più le bandiere di una volta? Di recente, se ne lamenta soprattutto Giuseppe Marotta all’Inter. Resta un mistero il motivo per cui non abbia costruito allora la squadra intorno a Pinamonti e Santon. E quel Donnarumma, che errore, perbacco, non poteva restare a casa sua, a Milano? Solo che se doveva restare a casa sua, non faceva prima a restare a Castellammare di Stabia?
voci Gnonto
➣ Mancini si è chiesto perché nessuno in A ha creduto in lei, che dallo Zurigo è passato al Leeds. L’Inter è un’occasione persa?
«Sarò sempre grato all’Inter, ma non la vedo come un’occasione persa. Ho dovuto fare una scelta, sono andato in Svizzera per giocare e penso di aver fatto quella giusta per me e la mia famiglia».
➣ Suo padre Boris era già cittadino italiano quando lei è nato, quindi lei è azzurro fin dalle giovanili. Ma ci sono ragazzi nati in Italia, come Amey del Bologna, che non hanno ancora la cittadinanza e scelgono la Nazionale dei genitori. C’è il rischio di perdere dei talenti?
«Sì, posso dire che il rischio c’è. Però penso che alla fine ognuno sceglie la Nazionale che si sente. Io potevo scegliere la Costa d’Avorio, ma sono nato in Italia, mi sento italiano e penso sia la scelta giusta per me». – intervista di paolo tomaselli, Corriere della sera
Il punto vero di discussione dovrebbe essere la formazione dei giocatori, a valle, non a monte. Alessandro Bocci sul Corriere della sera stamattina parla di Italia-Inghilterra come sfida delicata “resa più grave dalla crisi del numero 9. Contro gli inglesi potrebbe debuttare l’argentino Retegui, che in serie A non ci ha giocato neppure un minuto e ancora non parla una parola della nostra lingua. L’altra strada da battere sono i giovani. Simone Pafundi, 17 anni e 9 minuti appena nella stagione con l’Udinese, è il manifesto della battaglia del c.t.”.
Luca Marchegiani, ex portiere della Nazionale, oggi commentatore per Sky è perplesso su Retegui. Dice a Repubblica: «Mi lascia estremamente perplesso che il calcio italiano sia arrivato a doversi accaparrare giocatori di altri Paesi. Non pensavo che saremmo arrivati a questo punto, fino a qualche anno fa succedeva soltanto alle squadre con meno tradizione e forza. Lo dico senza colpevolizzare i giocatori che sfruttano questa opportunità. Il discorso non vale solo per gli oriundi. Io sono cresciuto in un calcio in cui la Nazionale aveva un valore straordinario: dovevi arrivarci dopo una serie di prestazioni di alto livello. Ora, al di là del fatto che Mancini sta facendo un ottimo lavoro di valorizzazione del talento, e che Zaniolo è l’esempio più ovvio perché poi ha dimostrato di essere all’altezza, io non discuto il potenziale dei giovani ma dico che la Nazionale dovrebbe essere un punto di arrivo, non di partenza. Invece ormai è l’Italia a segnalare calciatori al campionato, non viceversa».
Anche Gigi Riva si lamenta del corso delle cose con Piero Cabras sul Messaggero.
«Gli stranieri hanno rovinato la Nazionale. Sono troppi nel nostro calcio. E non c’è più un italiano che abbia la possibilità di farsi notare, di mettersi in evidenza. Sono quasi tutti attaccanti stranieri nelle squadre di vertice. A volte non ci si riesce a ricordare nemmeno come si chiamano. Bisogna rassegnarsi e accettare quello che c’è. Ci sono dei bei giocatori, non lo metto in dubbio. Ma vedo troppi passaggi, in continuazione, è noioso, si va in fondo e si crossa… Troppa tattica, troppo possesso di palla, poca fantasia».
Nel dibattito sugli attaccanti che non nascono più in Italia, signora mia, si inserisce questa intervista molto istruttiva e interessante fatta da Guglielmo Buccheri per la Stampa a Maurizio Viscidi, il coordinatore delle nazionali italiane giovanili. Tema: la carenza di numeri nove. Ecco i passaggi più significativi.
«I tecnici delle giovanili allenano i primi settanta metri, non gli ultimi trenta. Pensano al lavoro di squadra, non alla specificità del ruolo: li sento dire “faccio il 3-5-2” o “no, è meglio il 4-3-3”, ma, a quell’età, serve allenare il giocatore».
«Gli attaccanti, da un po’ di tempo, li definisco “muri” o “sponde“: questo gli chiedono gli allenatori, dialogare con i compagni venendo incontro al pallone. E la profondità? La percezione di quello che accade, o può accedere, nei secondi prima che si tocchi il pallone?».
«Vi dico quello che stiamo notando nelle nostre analisi: i giovani centravanti hanno paura di farsi male, non calciano di potenza perché preferiscono usare sempre il “mezzocollo”, non si divertono, il piede è debole, il colpo di testa inesistente, nelle conclusioni al volo hanno problemi spazio-tempo».
«Durante il lavoro in settimana si dà troppo peso al possesso palla che favorisce la crescita dei centrocampisti a discapito delle punte: attaccare il campo verso la porta avversaria è una rarità. I tecnici urlano ai loro ragazzi di giocare facile, di non osare, di guardare il compagno vicino».
«Altrove sanno valorizzare il talento e arricchirlo: in Europa vanno nella direzione giusta. Un tempo si giocava per strada e, per strada, si imparava l’arte del dribbling o si coltivava la virtù di cercare la porta: noi non siamo stati in grado di dare una risposta al cambiamento socio-economico, via dalla strada ci siamo persi nella tattica non specifica».
Buccheri sollecita poi Viscidi sul tema-Haaland, quel tipo – sapete – che fa sempre gol ma al quale si rimprovera di non essere abbastanza dentro il gioco della squadra.
«C’è un comportamento chiamato “scanning” che ti fa capire il livello raggiunto dall’attaccante del Manchester City: lo “scanning” significa distogliere lo sguardo dal portatore di palla per prendere informazioni sulla posizione degli avversari, compagni e spazi. Guardare le altre variabili nei dieci secondi prima di ricevere il pallone è fondamentale, c’è uno studio norvegese che lo dimostra. Haaland fa 0,50 scansioni al secondo, prende informazioni come un centrocampista».
Coraggio, bisogna resistere solo qualche altro giorno. Poi tutti di nuovo liberi di tifare per i nostri centravanti nigeriani e slavi, per il bosniaco di 37 anni che rinnova e lo svedese di 40 che non se ne va. L’oriundo Retegui stamattina è un problema. Ma poi lo compra l’Inter. E vai.
letture Ci vorrebbe un fantasma
“Ci vorrebbe un fantasma. Lo stesso che apparve a Wembley durante la “Finalissima” tra Italia e Argentina, in una foto che ha in primo piano Leo Messi, sfuocato, e sugli spalti, nitido, un tizio gordo, in tuta, il viso seminascosto dalla visiera di un cappello sulla testa abbassata, la barba di qualche giorno. Lo stesso riavvistato poi in Argentina, mentre giocava il Gimnasia La Plata (piumino, altro cappello, niente barba). O, più a sorpresa, in Scozia, alle spalle di un giocatore del Dundee che rilascia un’intervista, mentre si allena (pantaloncini, capelli ricci e scuri, ringiovanito). In forma di nuvola (che bacia una coppa) nel cielo sopra il rio Paraná. Da ultimo, il 9 marzo scorso, (in sedia a rotelle) proprio a Napoli, in marcia d’avvicinamento verso lo stadio con il suo nome, dove domani si affrontano la quasi sua Italia e la nemica Inghilterra e perché vinca la prima occorrerebbe un mezzo miracolo, o un fantasma intero: quello di Diego Armando Maradona.
… «Io scelgo di credere» è l’hashtag che accompagna invece le ripubblicazioni sui social delle apparizioni del Diego redivivo.
… Roberto Mancini si mostra un uomo pratico, non risulta abbia interesse per il soprannaturale, ma se ti manca un centravanti e vai a pescarlo in Argentina, ammettilo: ci stai provando anche con Diego, non si sa mai” – di gabriele romagnoli, Repubblica