Il super potere di Alcaraz: il sorriso

Il 20 febbraio, neppure un mese fa, Carlitos Alcaraz si stava ritirando dal torneo di Rio con una caviglia accartocciata. Aveva una smorfia sulla faccia e nessun carnevale all’orizzonte. Oggi che abbiamo scavallato la metà di marzo, ha difeso il numero #2 della classifica, ha battuto l’imbattibile Sinner e soprattutto ha rivinto il titolo di Indian Wells a un anno di distanza. Non ci riusciva nessuno da quando Djokovic fece un-due-tre su questo cemento fra 2014 e 2016. Alcaraz è il secondo nella storia del tennis ad aver messo insieme cinque Masters 1000 prima di compiere 21 anni. L’altro si chiama Rafa Nadal. Non alzava una Coppa dall’estate scorsa, quando a Wimbledon il tennis pareva scivolato in modo ineluttabile fra le sue mani, pareva il signore del futuro. Dopo l’erba di Londra aveva giocato una finale a Cincinnati, altre quattro semifinali, ma nessun titolo – maledizione – che succede. 

 

 

Succede quel che adesso Carlitos confessa. La sua famiglia e i suoi amici più cari gli dicevano che aveva smesso di sorridere. «Ti piace di meno il tennis quando non vinci? Ti piace di meno stare in campo?». Eh, chi lo sa come vanno le cose nei delicati meccanismi nascosti dentro le menti di chi s’allena per primeggiare. Non è la prima volta che Carlitos parla di sorrisi che all’improvviso spariscono dallo specchio. «Negli ultimi mesi è stato difficile per me, non trovavo più me stesso. Facevo fatica a divertirmi in campo. È stato un momento difficile per me, ma sì, comunque mi stavo divertendo».  

Forse sì, bisogna credergli se lo racconta, ma in tutta evidenza “era ansioso, sconvolto perché dall’esterno gli viene chiesto che l’eccezionalismo diventi la norma”, sottolinea stamattina Javier Ciriza su El Pais.  

Se hai vinto, maledizione, ti chiedono di farlo di nuovo, di farlo ancora, di farlo sempre. Rispetto alla finale di un anno fa contro lo stesso Medvedev, il punteggio è stato meno largo. Carlitos è passato dal 6-3, 6-2 del 2023 al 7-6 6-1 di stavolta, dopo uno svantaggio iniziale di 0-3, un tratto iniziale nel quale non ci stava capendo niente. 

David Loriot su L’Équipe racconta

“Era arrivato in California con le sue scarpette, senza sapere veramente cosa aspettarsi. Veniva da un tour sudamericano che gli era costato una caviglia e gli aveva tolto molta fiducia. Voleva vedere, ricalibrarsi, capire. Ha visto, ha capito, ha mostrato a tutti che è tornato. In una finale che non ha fatto girare la testa, Carlitos ha saputo uscire da un inizio di partita fatto di torpore, ha saputo ridisegnare il suo gioco, ha saputo evolversi durante la partita, come era successo il giorno prima in semifinale contro l’invincibile del momento, Jannik Sinner”.

Precipitoso col dritto, falloso col rovescio. Nei primi game Alcaraz ha trascorso più tempo a guardare il suo angolo che l’altra metà del campo. Poi – come dice Javier Sanchez su El Mundo con una meravigliosa immagine – ha ricomposto il suo tennis.

“Medvedev gli aveva proposto una nuova strategia, un piano di gioco sorprendente. Il russo è entrato in campo per giocare uno scontro diretto con la mano destra, uno contro uno”.

Alla lettera El Mundo scrive che a quel punto Carlitos è entrato nel mantello. Deve essere una cosa che nella lingua madre del papà di Slalom si dice più o meno come “si è arrevogliato”. Significa avvolgersi, arrotolarsi, in senso figurato anche rovinarsi finanziariamente, andare sottosopra. La lingua madre del papà di Slalom è parecchio debitrice agli avi di Javier Sanchez.

Comunque. “Con i nervi a fior di pelle e il vento come nemico, Alcaraz ha iniziato la finale sbagliando praticamente tutti i suoi tiri. Un errore non forzato, poi un altro, poi un altro ancora. Sono stati 17 nel primo set – 26 in totale – ma la maggioranza, tredici, nei primi cinque game. Finché non si è calmato. Alcaraz ha capito che non poteva vincere in mezz’ora, che doveva allungare gli scambi e il suo tennis è migliorato”.

Facile. A leggerlo.

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