La tesi del Mundo Deportivo: la stampa guardiolista ha logorato Xavi

Xavi sta uscendo di scena. Non è ancora Baglioni che va via di schiena nei mille giorni di me e di te, non è ancora fuori dal Barcellona, ma si sente già Franco Califano. Non esclude il ritorno. «L’ho già detto tante volte: sono un uomo del club e sono a disposizione per qualunque cosa. Ma ora non ha bisogno di me». 

È un andirivieni senza tregua sulla panchina che fu di Pep Guardiola. Il suo addio ha aperto la stagione del mangia-allenatori. Accade in Catalogna quel che a Manchester vivono dal giorno dei saluti a sir Alex Ferguson. Il Barça ne ha cambiati 7 in 12 anni: Vilanova [2012-2013], Martino [2013-2014], Luis Enrique [2014-2017], Valverde [2017-2020], Setién [2020], Koeman [2020-2021] e ora Xavi [2021-2024]. L’annuncio del nuovo me voy ha messo a subbuglio il club più di prima, come racconta Juan I. Irigoyen su El Pais.

“Da quando è partito per il Qatar, prima per allungare la carriera da giocatore e poi per iniziare il suo percorso da allenatore, Xavi fantasticava di tornare al Barcellona. Credeva che la panchina del Camp Nou fosse fatta su misura per lui. Per questo si era preparato, questo gli aveva fatto credere chi lo sentiva parlare di calcio. Il sogno, però, si è rivelato un incubo. Almeno nel finale. Nella sua prima stagione, Xavi ha preso le redini del Barça con la squadra al nono posto e l’ha fatta salire al secondo. La verità è che nessuno trova la formula per guidare il Barcellona”. 

«Che consiglio daresti al tuo successore affinché non gli succeda la stessa cosa che succede a te?» gli hanno domandato. «Gli succederà la stessa cosa. Il mio consiglio è di provare a divertirsi» ha risposto Xavi. «Me ne vado perché il tempo logora tutto».  

Glielo aveva detto Pep, glielo aveva detto Valverde. Xavi dice che a Barcellona esiste un problema di aspettative, eppure se avevano preso proprio lui – l’allenatore identitario – era perché conosceva l’entorno, la grammatica, il canone del calcio a Barcellona. Ora dice che «non è divertente, rischi la vita in ogni momento» – deve essere una proiezione letteraria, una rappresentazione – «ho avuto almeno tre ultimatum e tre settimane chiave». 

Raúl Varela, voce della stazione radiofonica di Marca, dice che Xavi è arrivato dal Qatar per far sognare ai tifosi del Barcellona un’altra era egemonica possibile, mentre il Real Madrid stava dettando il passo e bisognava invertire la tendenza. “In questi quasi tre anni ha dovuto attraversare tutti gli stati possibili. È stato diffidato e trattato con discredito. Nulla che non fosse già successo”. Radio Marca fa notare come Xavi abbia fatto diverse volte delle allusioni al benessere psicologico, usando “l’aggettivo crudele come compagno di viaggio in panchina. È sorprendente che sia sorpreso da ciò che veniva detto sul suo lavoro. Come se non avesse mai vissuto in prima linea ciò che accade in un club come il Barcellona”.  

Xavi si sente sottovalutato, scrive El Pais, immaginando però che prima di un ritorno alla Franco Califano, dovrà lasciar passare del tempo e far rimarginare le ferite, forse dovrà pure lasciar passare un presidente. 

 

È interessante la versione che arriva dall’interno del mondo-Barça attraverso l’editoriale di Santi Nolla, direttore del Mundo Deportivo, storicamente vicino alla sala di comando del club. Nolla rivela che nell’entourage di Xavi esiste il sospetto che “un settore mediatico che si potrebbe definire guardiolista” lo abbia messo in discussione fin dal primo momento. Ma i guardiolisti, lascia intendere Nolla, mettono in discussione chiunque non sia Guardiola.

Il rapporto tra i due è stato generalmente buono, “ma con alti e bassi durante la fase da giocatore e da allenatore. Lo scontro non è arrivato alla superficie. Entrambi hanno saputo resistere alle tempeste. Nella guerra fredda mediatica tra ambienti potrebbe esserci la chiave di lettura per questo addio anticipato, o almeno la chiave per il duro discorso di Xavi nei confronti della stampa”. 

Il Mundo Deportivo ricorda che contro Pep non si sono mai sollevate voci critiche in quegli anni [del resto il campo non offriva motivi] mentre “soprattutto a Madrid c’era crudeltà, legata anche alla sua posizione politica”. Le guerre dentro l’intestino del Barcellona sono state all’ordine del giorno [Nuñismo-Cruyffismo su tutte], mentre Xavi “non ha parlato mai male di Van Gaal o Luis Aragonés, non è un puro cruyffista e benché ultimamente acido, è sempre stato piuttosto pacifico e indulgente. Uno dei pochi che non usa mezzi termini è il presidente Joan Laporta, con il quale si può essere d’accordo o meno, ma firma sempre quello che dice”.

 

in tv merc 31 gen ore 19 Dazn: Barcellona-Osasuna

 

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