Aveva vinto a Mol il primo duello contro van Aert, sulla sabbia di quarzo. Ha vinto ad Anversa il primo triello, contro lo stesso belga e contro il britannico Tom Pidcock. Con la maglia di campione del mondo sul petto – quella di ciclocross e quella della strada – Mathieu van der Poel è già al terzo successo in altrettanti eventi invernali nel fango. Oh, sia chiaro che li sta interpretando per allenarsi, senza enfasi, del resto l’obiettivo vero del 2024 sarà l’oro olimpico, ma in mountain bike.
La partenza non è stata buonissima, Pidcock è caduto davanti a lui, il gruppo lo aveva rallentato e MvdP si era ritrovato al 25esimo posto, mentre van Aert era riuscito prendere la scia del gruppwtto di testa. Sarebbe stata una corsa compromessa per la maggior parte dei ciclisti. Van der Poel ha ripreso tutti in tre giri, come Totò al Giro d’Italia, e poi se n’è andato da solo, un’altra volta, come a Mol, come ormai fa spesso, quasi sempre.
LETTURE
Le tre bici di van der Poel
di alessandra giardini, Domani, 22 settembre 2023
C’era tre volte Mathieu van der Poel. Il primo è nato un giorno freddo di gennaio, nelle Fiandre, dove i suoi si erano trasferiti dall’Olanda, ed è diventato una stella del ciclocross. Il secondo parla francese come mamma Corinne Poulidor, figlia di Raymond che salì sul podio del Tour otto volte senza vincerlo mai e senza neanche mai indossare la maglia gialla: suo nipote è diventato il più forte corridore di classiche su strada, vincendo quello che al nonno – magnifico perdente – era sempre sfuggito.
Il terzo è quello che ha scelto di essere. Perché c’è soltanto una cosa che il campione che ha stravolto il ciclismo odia più di perdere, ed è annoiarsi. Allora cambia bici. L’ultimo sogno che gli rimane da realizzare è vincere l’oro olimpico nella mountain bike, la specialità che ha incontrato per ultima ma che ha amato immediatamente, per sempre.
Il più piccolo dei van der Poel è cresciuto ai bordi delle piste da ciclocross, sfidando suo fratello nel fango intanto che papà finiva di gareggiare.
David era più alto, e in principio lo batteva: lui reagiva facendo memorabili scenate. «Vuole vincere anche a Monopoli, ha dovuto fare un grande lavoro per imparare a perdere», racconta Adrie. Il piccolo van der Poel giocava a calcio, ovviamente in attacco, ma vincere e perdere insieme agli altri (o per colpa degli altri) non gli piaceva. Così guardò quello che aveva in casa.
«Il ciclocross è uno sport super individuale. Io non amo la vita di gruppo, la folla». Quest’anno ha cominciato vincendo il mondiale in febbraio. D’inverno, nelle poche settimane in cui il ciclismo su strada si ferma, i suoi colleghi vanno in vacanza al sole. Lui invece va a correre nel fango. «Perché annoiarmi a casa quando posso fare qualche gara?».
Lo sforzo è breve ma intenso, servono forza, coordinazione, prontezza di riflessi e capacità di superare gli imprevisti. Esiste una coppa del mondo, corridori che fanno proprio quello di mestiere: ma quando arriva van der Poel li batte. È come giocare in cortile per lui: la bici da ciclocross è la prima che ha trovato in cantina. A otto anni lo portavano alle gare con il camper sponsorizzato dei van der Poel e le ruote in carbonio.
Cominciò allora a sfidare e a battere quello che ancora oggi è il suo miglior nemico, Wout Van Aert: altrettanto forte, ma meno freddo. Quest’anno il fiammingo gli è arrivato dietro al mondiale di ciclocross e anche su strada, due volte secondo.
«Non voglio neanche pensare a quello che avrei vinto se non ci fosse van der Poel», ha sorriso amaro. Quanto agli altri, al traguardo del mondiale dicevano tutti la stessa cosa: «Mai fatta una corsa così dura». Poi aggiungevano: «Quello là è pazzo». [tutto qui]