Tre quotidiani sportivi spagnoli su quattro stamattina hanno messo Aitana Bonmatí in prima pagina accanto a Messi. Diario As lo chiama “Oro Mundial”, questo Pallone che arriva come premio dopo il titolo vinto dalla Spagna in Oceania, quel mucchio di gol che ha “spezzato gli artigli del maschilismo” [El Pais]. I catalani di Mundo Deportivo dicono invece che si tratta di “oro blaugrana” perché Messi rimane il ragazzo di casa e perché lei non ha smesso di esserlo, la terza calciatrice consecutiva e diversa del Barcellona a mettere le mani sul trofeo. È di Marca però la sintesi perfetta, quando dice che i Palloni d’oro di Messi sono otto e quello di Bonmatí il primo di tanti. Quanti, dipenderà da lei.
In principio è stata la supplente. Ha dovuto prendere la guida di un Barça rimasto senza Alexia Putellas, fuori dalla scene per dieci mesi con un crociato rotto nel momento peggiore, alla vigilia degli Europei 2022. È salita sul palcoscenico senza far rumore e senza alzare polvere. Ha vinto il campionato, la Champions League, la Supercoppa, i Mondiali, il premio come miglior giocatrice del torneo e come più brava d’Europa seconda la UEFA. Sempre restando una “culé di culla” come la chiama Irene Guevara su El Pais, consegnandole l’eredità del numero 14 di Cruyff, vedendo in lei lo stile di Iniesta e il controllo del gioco di Xavi. Nella 45 partite della stagione scorsa, ha segnato 21 gol e piazzato 23 assist. Aitana non ha un fisico da cyborg dello sport contemporaneo. È andata 1 metro e 61, pesa i 55 chili di una piuma, da quattro anni lavora con una squadra composta dal preparatore fisico Dani Ortigosa, due fisioterapisti, uno psicologo, un esperto di biomeccanica e un nutrizionista. Ogni mattina a colazione mangia due crostini di pane di farro con avocado e formaggio manchego se possibile, altrimenti basta che sia secco, prende un caffè con latte d’avena e un kiwi giallo. Secondo i dati raccolti dal sindacato mondiale delle calciatrici e dei calciatori, da luglio 2018 è la donna con più partite giocate – sarebbero 242 – e con il maggior numero di presenze consecutive: 140. Così la supplente si è presa la cattedra.
Viene da Sant Pere de Ribes, il suo rifugio, dove giocava a pallone quando aveva 7 anni. Rubén Bernardo, uno dei suoi primi allenatori, ricorda che Aitana era l’unica ragazza del gruppo. Nello scorso week-end, alla vigilia di un Pallone d’oro così annunciato, il magazine El Pais Semanal le ha dedicato un lungo servizio, nel quale Pablo de Llano Neira ha scritto che “non è una calciatrice. Bonmatí è il calcio. Il calcio è tutto il suo essere, piccolo, muscoloso, tenace e vulcanico”. Aitana ha raccontato che le piacciono il pop anglosassone e la musica catalana, Ed Sheeran e i Coldplay, The Tyets e La Pegatina. Dice che da piccola non le piaceva truccarsi, ma adesso sta imparando. Anche se dall’intervista pare non conoscere il nome del rizador con cui s’arriccia le ciglia. È figlia di due professori di lingua e letteratura catalana, racconta che la loro casa assomiglia più a una biblioteca. La sua è diversa, vive da sola, ma la lettura è una passione condivisa. Uno dei suoi libri preferiti è Se questo è un uomo di Primo Levi. Adesso è immersa in Open, la biografia di Agassi. Ne ha pubblicata lei stessa una, United We Are Stronger, dove scrive che da bambina era fredda e dura, la sua infanzia non è stata facile perché ero l’unica ragazzina in un mondo di uomini, i litigi e gli insulti ricevuti non li ha dimenticati, li ha tenuti dentro. “Mi sono semplicemente messa addosso una conchiglia”.
Durante i Mondiali, Pep Guardiola ha detto di essersi innamorato del calcio di Bonmatí. Gli ricordava Iniesta. Forse la cosa giusta sarebbe intendere il suo gioco come un ibrido di Andrés con Xavi, come suggerisce il giornalista Santiago Segurola, una delle firme di punta tra i raccontatori del calcio di Spagna.
Anche lei era tra le ribelli dell’ammutinamento contro il Ct Vilda. Marca ha raccontato che Aitana finì su quella barricata perché non ha mai esitato a dire quel che pensa, a chiedere un cambiamento. L’ha imparato in famiglia. I suoi genitori volevano registrarla con il cognome di sua madre prima di quello del padre, ma la legge non lo permetteva. Era una decisione legata al passato dell’uomo, Vicent Conca, arrestato nel 1992 alla vigilia dei Giochi di Barcellona per la sua relazione con il movimento indipendentista e per una presunta appartenenza a Terra Lliure. Vicent ha raccontato che durante quel periodo venne anche torturato. Ha sporto denuncia alla Corte dei diritti umani di Strasburgo. Per tutta la durata della detenzione, quasi quattro giorni, rimase in isolamento, senza alcuna possibilità di contattare parenti o un avvocato. «Questo permise alla Guardia Civil – parole sue – di agire impunemente e di sottopormi a tutti i tipi di minacce, pressioni e umiliazioni». Dodici anni più tardi è riuscito a vedere riconosciute le sue ragioni in un tribunale: gli agenti sono stati condannati per tortura. Aitana non era ancora nata, lei non si è mai pronunciata sul tema, ma ha sempre fatto riferimento ai suoi genitori come a dei combattenti, «persone che hanno sempre voluto cambiare il mondo e la disuguaglia nza che esiste tra uomini e donne». Quando aveva ormai compiuto 16 mesi, la legge che le impediva di essere prima Bonmatí e dopo Conca cambiò. Con quella legge cambiò un cognome, ha scritto Marca, ma pure un pezzo di storia dello sport spagnolo. Il Pallone d’oro per Aitana Bonmatí è arrivato mentre Luis Rubiales prendeva tre anni di squalifica per il bacio a Jenni Hermoso.
CREPE
Il contentino della premiazione
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Non tutto è filato liscio durante la serata di gala. Ne ha parlato Sophie Downey nella sua newsletter Moving the Goalposts legata al Guardian. Dopo un elogio dello stile di gioco di Aitana Bonmatí [“È un privilegio appartenere alla sua epoca”], la fondatrice del progetto GirlsontheBall sottolinea come “ancora una volta la cerimonia è stata circondata da polemiche e come France Football abbia delle domande a cui rispondere”.
Cinque anni fa sul palco andò in scena il controverso caso del twerking Martin Solveig-Ada Hegerberg, “si potrebbe immaginare che sia stata una leezione, ma i numerosi incidenti di lunedì sera mostrano che non è stato così. Perché ci sono solo due premi a disposizione delle donne? Perché il musicista Rema sembrava così più interessato a stringere la mano a tutti i candidati uomini rispetto alle donne? Perché la premiazione si è tenuta durante una finestra dedicata alle nazionali, impedendo a molte calciatrici di partecipare? E perché il premio per Aitana è stato consegnato da Novak Djokovic, un tennista noto per i suoi commenti discutibili sulla parità di retribuzione e per altre opinioni controverse? Potrebbe sembrare un dettaglio di poco conto, ma è stato sconcertante per coloro che sono in sintonia con lo sport femminile. Tutte queste questioni non fanno altro che aumentare la sensazione di una celebrazione trattata come un contentino, non per la valorizzazione dello sport”.
Caoimhe O’Neill su The Athletic si è occupata del medesimo tema. Dice che alla fine non è nemmeno Djokovic il problema. Il suo nome anzi è utile per mostrare il vero punto del ragionamento. Nel calcio e nella società più in generale. Quando Aitana Bonmatí è arrivata sul palco, ha trovato un grande tennista e alla fine ha ricevuto il suo premio meritato.
“Dico alla fine – sottolinea O’Neill – perché quando la centrocampista del Barcellona e della Spagna è stata annunciato come vincitrice, non c’era nessun trofeo ad accoglierla. Bonmati ha tirato a sé uno dei microfoni e ha posato il suo discorso su un ripiano di vetro. Il premio guadagnato in anni di impegno era introvabile. Dopo alcuni secondi imbarazzanti, un uomo è apparso dal backstage con il Pallone d’oro come se fosse un piatto da portare a tavola a metà del pasto ma dimenticato sul fornello. Eppure quel trofeo è difficile da perdere, essendo arrivato al Theatre du Chatelet di Parigi in grande stile – completo di una custodia da viaggio Louis Vuitton realizzata a mano su misura. Ma non hanno dimenticato il trofeo di Lionel Messi”.
O’Neill critica inoltre la scarsa presenza di donne in sala [solo 7 delle 30 candidate] e conclude: “Avrebbe avuto senso se fosse salita sul palco Marta, la pioniera del calcio brasiliano. Lei stessa avrebbe vinto il premio, se le donne non fossero state escluse fino al 2018. Se proprio gli organizzatori volevano seguire la strada dei tennisti famosi, avrebbero potuto chiamare Serena Williams o Billie Jean King. Se una di queste icone avesse consegnato il premio, non avremmo avuto questa discussione”.