SCUSATE IL RITARDO
L’hanno già detto che la 111esima edizione presentata mercoledì è storica perché parte per la prima volta dall’Italia?
«L’hanno già detto».
L’hanno già detto che è storica anche perché per la prima volta non arriverà a Parigi, dove staranno preparando le Olimpiadi, e si fermerà duque a Nizza?
«L’hanno già detto».
Ah, l’hanno già detto.
«Sì, l’hanno già detto».
L’hanno già detto che per la prima volta il Tour attraverserà un paese nuovo, perché non era mai passato da San Marino, a testimonianza della sua universalità e dell’allargamento delle frontiere del ciclismo?
«L’hanno già detto, anche questo, sì».
Eh, certo che l’hanno detto, sono passati due giorni, quasi tre, avranno detto tutto. Avranno anche detto che questo Tour fa venire la voglia che l’inverno passi velocemente.
Questo è stato scritto, per la verità. Sono parole di Alexandre Roos, la firma immaginifica de L’Équipe, il pezzo di ciclismo che non si deve mai perdere ogni giorno. Ora, per carità, uno può sospettare che qui si esprima nel ruolo dell’acquaiolo che vuol vendere la sua acqua fresca. Il suo giornale, il Tour, lo organizza. Ma il Tour ha 110 edizioni alle spalle, molte vendute senza Roos, e Roos non è sospettabile di aver chioschi – avendo in passato criticato la corsa del suo editore. Se dice così è perché davvero questo Tour fa venire la voglia che sia già estate.
La corsa che parte per la prima volta dall’Italia, ha scritto, “ripara a un’incongruenza, perché l’Italia, grande Paese del ciclismo, non aveva mai avuto l’onore di lanciare il Tour de France dalle sue terre”. E allora Roos non vede l’ora di essere a Firenze, oppure sul muro di San Luca a Bologna il secondo giorno, di gettarsi poi da Torino verso il Galibier al quarto giorno, per proseguire con una cronometro nella terra dei grandi vini di Borgogna, tra Nuits-Saint-Georges e Gevrey-Chambertin, di pedalare sulle strade bianche attorno a Troyes alla nona tappa, di scalare tutti assieme Peyresourde, Menté, Portet d’Aspet, Agnes, Plateau de Beille, per 4.850 metri di dislivello. Fino a presentarsi l’ultimo giorno alla cronometro finale tra Monaco e Place Masséna a Nizza, 34 km attraverso la Turbie e il Col d’Eze, chissà, forse la corsa non sarà ancora decisa. Roos parla di “viaggio allettante” che gli piace credere possa essere promosso con “un poster irreale”, sul quale vedere le facce di Jonas Vingegaard, vincitore delle ultime due edizioni, di Tadej Pogacar, vincitore delle due precedenti, di Remco Evenepoel e di Primoz Roglic. Non gli sfugge che Pogacar sia corteggiatissimo dal Giro, come Evenepoel, “ma le dichiarazioni d’intenti di ottobre sono spesso molto lontane dalla realtà, quindi, per il momento, c’è ancora tempo per sognare”.
Christian Prudhomme ha detto sempre a L’Équipe che quando la corsa passerà da Cesenatico e da Rimini, sarà fatale pensare a Pantani, «tra ombre e luci – ha detto – lui c’è, incontestabilmente. Non volevamo passare particolarmente dal luogo dove è nato e dal luogo dove è morto, ma è andata così».
Cristiano Gatti sul Corriere dello Sport-Stadio ha scritto che “quando il Tour si scomoda per concedersi all’estero, è anche un ragguardevole business (sui 6 milioni, pagati più che altro dalle nostre amministrazioni, regionali e comunali, come investimento cultural-turistico). Ma riconosciuto ai denari il loro innegabile ruolo, bisogna subito aggiungere che il Tour non si comporta da arido e avido venditore. Non da furbastro imbonitore. Il Tour non vende fumo, non fa vuota propaganda e sterile marketing. Il Tour è sostanza. Si fa pagare bene, ma fa le cose bene. Tocca riconoscerlo: meglio di chiunque altro al mondo”.
Ha chiuso il suo intervento con un passaggio che pare polemico. “Riconoscere questa proporzione tra gigante e bambino non può che immalinconire noi italiani. Ci si potrebbe consolare all’idea che trovandoci per una volta i maestri in casa potremmo magari imparare qualcosa. Rubare il mestiere. Ma non è questo il caso. Dalle nostre parti sono nati tutti imparati”.
Cosimo Cito su Repubblica ha ricordato che una volta Gianni Mura scrisse: “La Grande Boucle è una grande avventura umana”. Anche il governatore Bonaccini ha voluto citare e ricordare Mura durante la presentazione. È verosimile che una volta in Italia lo faccia lo stesso Tour de France. Durante l’edizione del 2015 a Mura venne assegnato il premio Antoine Blondin, dedicato allo scrittore e giornalista francese, “per la sua prosa meravigliosa”. Era il primo non francofono a riceverlo. Prudhomme disse: «Gianni è un’icona del Tour come lo è stato Blondin. Per trovarlo in sala stampa, basta seguire il rumore del ticchettìo della sua macchina da scrivere». Mura rispose ricordando Blondin, «una guida letteraria e umana per i miei Tour, come un faro sulla scogliera».
Sei giorni dopo la conclusione a Nizza, a Parigi si correrà la cronometro olimpica. Dopo i Giochi, dal 12 agosto, vedremo il Tour femminile con una tappa finale sui 21 tornanti dell’Alpe d’Huez. Marco Bonarrigo sul Corriere della sera ha accolto le novità con sorprendente sollievo, parlando di “amatissima ma ormai stucchevole passerella finale sugli Champs-Élysées. I finti brindisi con i calici di plastica a uso dei fotografi hanno un po’ stufato”.
Dalla Spagna, Carlos Arribas su El Pais sottolinea che “mai nella storia del Tour tanta montagna era arrivata così presto. Un rischio e una sfida” e considera che “i Tour, tutte le gare ciclistiche secolari, sono costruiti con dei cenni al passato che lasciano credere che questa sia l’eternità”. Perciò, ha concluso, “nessuno esclude che dal momento in cui ha immaginato questo finale a Nizza, Prudhomme non sogni uno shock” uguale a quello che la corsa provò quando LeMond vinse la maglia gialla per 8 secondi, “facendo precipitare Laurent Fignon negli abissi per sempre”.
LE LETTURE DI SLALOM
La silenziosa uscita di scena di Van Avermaet
“Avete presente i fenomeni precoci che dominano nelle ultime stagioni? Greg Van Avermaet, che ha terminato la propria carriera l’8 ottobre alla Paris-Tours, ne è stato l’opposto. Al tutto e subito, ha sostituito un’ascesa graduale, fatta di pazienza e duro lavoro su se stesso Definito un attendista e molte volte attaccato per questo dai rivali, raramente si lanciava in lunghi attacchi solitari o prendeva l’iniziativa. Osservava attentamente gli avversari, finendo per mancare spesso il momento giusto in cui sferrare l’attacco vincente. Uno spirito che probabilmente ha coltivato nel suo primo approccio allo sport, tra i pali di una porta di calcio, dov’è giunto fino alla Serie A belga vestendo la maglia del Beveren a 18 anni”.
di marco d’onorio, Bicisport [tutto qui]