
UNA STORIA, UN GP
di roberto liberale
Bruce McLaren è stato uno dei pochi a farcela, quattro in tutta la storia della Formula Uno capaci di vincere almeno un Gran Premio sia da pilota sia da costruttore. Gli altri si chiamano Jack Brabham, Jackie Stewart e Dan Gurney, quest’ultimo fondatore della Eagle. I primi due hanno fatto meglio di Bruce McLaren da piloti, mettendo insieme 6 titoli mondiali e 41 vittorie. E anche se la scuderia Brabham ha vinto 4 mondiali piloti e 35 Gran Premi tra il 1964 e il 1985, quel che ha costruito negli anni la scuderia McLaren è quasi ineguagliabile. Nella storia della Formula Uno è la seconda scuderia per mondiali piloti vinti [12], la terza per mondiali costruttori [8], la seconda per Gran Premi vinti [183], numero di podi [501], giri al comando [10674], giri più veloci [163], pole position [156], la terza per numero di doppiette [48]. Solo la Ferrari le sta davanti come risultati.
Peccato che la gran parte dei successi non sia stata condivisa dal fondatore, morto troppo presto. Un pilota che in vita fu capace di vincere quattro Gran Premi, il primo proprio negli USA dove si corre stasera. Allora il circuito era quello di Sebring, in Florida. Dodici dicembre 1959. McLaren aveva appena 22 anni e 3 mesi. Sarebbe stato a lungo il secondo più giovane a vincere un Gran Premio, dopo Troy Ruttman, di sole tre settimane più precoce a Indianapolis nel 1952. Poi sarebbe arrivato Fernando Alonso al GP di Ungheria 2003.
Bruce McLaren aveva esordito in F1 proprio nel 1959, arrivando quinto a Montecarlo. Alla sua terza gara era già sul podio in Gran Bretagna. Una sorta di predestinato, come si usa dire fin troppo spesso oggi. Ma Bruce non ebbe vita facile, e forse predestinato non lo era per niente. La sua infanzia nella terra natale della Nuova Zelanda era stata segnata dalla malattia di Perthes – un disturbo dell’osso dell’anca – e dal suo trattamento: ingessature, trazioni interminabili, sedia a rotelle e poi stecche. Lo lasciò con una zoppia permanente, ma con una voglia di vivere caratterizzata da un sorriso accattivante e da un costante buon umore.
Aveva iniziato a correre giovanissimo. Ebbe la sua grande occasione in una gara di F1 fuori campionato a casa sua, in Nuova Zelanda nel 1958, a bordo di una Cooper-Climax. La sua performance convinse l’organizzazione del Gran Premio Internazionale a selezionarlo per il programma Driver in Europe. Dava ai piloti neozelandesi più promettenti la possibilità di fare esperienza all’estero correndo contro i più bravi. Arrivò in Formula 2 e con la sua monoposto prese parte anche a due gare del mondiale di F1, come talvolta accadeva all’epoca. In Germania, dove finì quinto assoluto, ma vincitore nella sua categoria. Poi in Marocco, dove arrivò tredicesimo assoluto, ma secondo in F2 dietro a Jack Brabham.
Fu grazie a queste eccellenti prestazioni che Bruce venne chiamato alla Cooper Climax di Formula Uno per il mondiale del 1959. Prestazioni ottenute a una età considerata allora precoce. Nel campionato del 1959, prima del GP degli Stati Uniti, McLaren arrivò al traguardo solo tre volte su 6, con un terzo e due quinti posti. Quella degli USA era l’ultima gara di stagione, Jack Brabham guidava il Mondiale con 5,5 punti di vantaggio su Stirling Moss. Moss era alla caccia del suo primo titolo dopo quattro secondi posti consecutivi, a Sebring partiva in pole position, proprio davanti a Brabham, mentre McLaren partiva decimo, in quarta fila.
Fu una delle gare più incredibili viste fino a quel momento.
“Colpi di scena a ripetizione nel Gran premio automobilistico di Sebring – scrisse La Stampa – , Moss si è gettato nell’avventura con lo slancio di chi è costretto a tentare il tutto per tutto, ma proprio questo slancio, probabilmente l’ha presto tradito. L’inglese infatti è scattato rabbiosamente al comando, con il chiaro intento di imprimere alla corsa un ritmo vertiginoso, capace di stroncare la resistenza di ogni rivale. Uno, due, tre, quattro giri. Un quinto giro a folle rapidità. Poi, d’improvviso, l’imprevisto. La Cooper-Climax di Moss rallentava. Qualche centinaio di metri a passo alquanto ridotto, quindi l’alt definitivo. Il ritiro di Moss sembrava togliere molto all’interesse della gara. Gli abbandoni si susseguivano a ritmo crescente, mentre Brabham, con la sicurezza del campione, si portava decisamente al comando senza che il solo rivale pericoloso — Brooks — riuscisse ad inserirsi nelle posizioni di testa. Tutto pareva risolto in una tranquilla esibizione dell’australiano, quando, proprio sul rettilineo finale dell’ultimo giro, allorché il trionfo era a poche centinaia di metri, il bolide di Brabham si arrestava. Un guasto. Il pilota non pativa un attimo di esitazione. Balzava a terra e si metteva a spingere la vettura verso il non lontano traguardo. Lo superava McLaren, che andava a riportare così un’imprevista vittoria, lo superavano anche Trintignant e Brooks. Ma Brabham, sostenuto dal caldo incoraggiamento della folla, resisteva allo sforzo ed alla tensione nervosa e passava sotto lo striscione d’arrivo in quarta posizione, assicurandosi il titolo mondiale”.
Fu uno dei numerosi Mondiali sfiorati dal mai campione Stirling Moss (4 secondi e 3 terzi posti in carriera), primo titolo per Jack Brabham e prima vittoria, non senza un pizzico di fortuna, per Bruce McLaren. Ma all’epoca i ritiri erano frequentissimi, e vincere come vinse McLaren era quasi normale.
McLaren continuò a correre in Formula Uno per i successivi undici anni, sfiorando il titolo nel 1960, secondo ad appena 9 punti da Brabham, dopo aver guidato la classifica mondiale fino a metà campionato. Vinse altri tre Gran Premi, Argentina 1960, Monaco 1962 e Belgio 1968. Quest’ultimo a bordo della sua creatura, la McLaren M7A alimentata da un Ford Cosworth, lo storico motore 176 volte vincitore di Gran Premi e per 13 volte alle spalle di piloti campioni del mondo. Quel Gran Premio del Belgio 1968 segnò l’inizio di una autentica leggenda della Formula Uno. Dopo tre anni dall’esordio in F1 del Team McLaren, e dopo appena 14 Gran Premi, arrivò la prima vittoria. In quello stesso anno si sarebbe ripetuta altre due volte con alla guida Denny Hulme, anche lui neozelandese, che portò la McLaren alla vittoria anche nel GP del Messico 1969. L’anno successivo fu segnato dalla tragica fine di Bruce, il 2 giugno 1970 ad appena 32 anni, durante le prove di una vettura Can-Am sul circuito di Goodwood in Inghilterra.
L’eredità lasciata da Bruce McLaren è nel cognome, che qualsiasi appassionato di Formula Uno conosce benissimo. È nei nomi di coloro che hanno vinto il mondiale alla guida delle due macchine: Fittipaldi, Hunt, Lauda, Prost, Senna, Hakkinen, Hamilton. È nei nomi di coloro che negli anni hanno diretto e gestito la scuderia: i geniali Teddy Mayer e Ron Dennis, fino ai giorni attuali con Zak Brown ed Andrea Stella. Nei prossimi anni toccherà a Lando Norris e Oscar Piastri, provare a riportare al titolo la scuderia creata da Bruce.