
Battono, colpiscono, corrono. Il baseball ha il diamante e le basi, il cricket ha il pitch e i wickets. Ma l’uno e l’altro hanno dovuto mettere in conto di cambiare, per non correre il rischio di essere prima o poi dei fossili, di diventare come le escamoles, che si trovano solo in un pezzo di mondo e basta. Il baseball ha allargato le basi e ristretto le operazioni per i difensori. Ha introdotto un limite di tempo per il lancio. Ha accettato di diventare più rapido, più adrenalinico, più contemporaneo. Il cricket ha fatto persino di più. Ha abbracciato il formato T20 che mette un tetto ai lanci e abbatte la durata di una partita da giorni e giorni fino a tre ore. È l’elemento necessario per far parte della famiglia olimpica. È l’elemento indispensabile per far parte del mercato dei diritti tv globali. La differenza è che il baseball deve allontanarsi dalle coste di America e Giappone per farsi capire e amare nel resto del mondo. Al cricket è il mondo che si sta accostando, per golosità verso l’immenso bacino di utenza, 2 miliardi di persone complessive per i 10 paesi che stanno giocando in questi giorni la Coppa del mondo in India.
Ha scritto Mike Atherton sul Times che l’interesse dell’India per le Olimpiadi potrebbe trasformare il cricket in uno sport globale. Il CIO è stato a lungo tiepido nei confronti del cricket, ma il predominio di questo sport in una regione dove i Giochi hanno avuto finora scarsa capacità di penetrazione ha spinto gli organizzatori di Los Angeles 2028 a muoversi.
Il Times sottolinea il ruolo avuto da Niccolò Campriani nella decisione. Dopo aver lasciato la Svizzera e il CIO, con le sue tre medaglie d’oro olimpiche nel tiro è diventato il direttore sportivo di LA 2028. Scrive il Times che “l’insularità dell’America quando si tratta di sport è leggenda” ed è ben nota a Campriani, che in America ha studiato ingegneria. “Così, quando ha paragonato il successo di Virat Kohli a quello di Tiger Woods, LeBron James e Tom Brady, c’è stato un grosso sospiro. Con più di 300 milioni di follower sui social media, ha detto Campriani, Kohli ha più seguito di questi tre titani dello sport americano messi insieme. Anche se gli americani sapessero chi è Kohli – continua il Times – rimarrebbero perplessi: il cricket è ancora considerato uno sport minoritario, praticato da un piccolo numero di paesi come eredità dell’impero britannico, anziché il secondo sport più popolare al mondo, una portata resa possibile semplicemente perché domina l’India, il paese più popoloso del pianeta”.
Jay Shah, segretario del Board of Control for Cricket in India (BCCI), ha spalancato le porte del cricket al mondo, ma non è sempre stato così. Il Times racconta che appena otto anni fa, la posizione era di scarsissimo entusiasmo verso l’ingresso alle Olimpiadi.
“Cosa è cambiato? Principalmente, questo ritrovato entusiasmo è in linea con il desiderio dell’India di ospitare i Giochi del 2036 ad Ahmedabad, la città natale del primo ministro Narendra Modi. È alla fine del 2022 che il partito al governo, il BJP, ha svelato questa ambizione in un manifesto per le elezioni in Gujarat. I forti legami tra l’amministrazione del cricket indiano e il partito al potere sono noti, essendo Jay Shah il figlio di Amit Shah, il ministro degli affari interni”.
Il secondo elemento è la presenza di Nita Ambani, appassionata di cricket, come rappresentante dell’India nel CIO dal 2016. La famiglia Ambani possiede una serie di franchigie nel cricket format T20, tra cui il Mumbai nel campionato indiano e l’MI New York nella Major League statunitense. “Sta facendo un tentativo più serio che mai di penetrare nel mercato americano e il profilo globale del cricket aumenterà negli anni che precedono i Giochi del 2028”.
Il terzo elemento, si è intuito, è il valore economico. Il successo del torneo femminile ai Giochi del Commonwealth di Birmingham è stato un indicatore significativo delle potenzialità del gioco. Il CIO ha accantonato ogni indugio. È passato da freddo a tiepido, poi da tiepido a caldissimo. “L’ascesa dell’India come potenza economica – continua a spiegare il Times – ha messo il cricket nella condizione di non essere più ignorato. La popolazione giovane e tecnologicamente avanzata dell’India, insieme al crescente peso economico del paese, al potenziale valore dei diritti tv nella regione, fanno del cricket una proposta diversa rispetto a qualche decennio fa. Se le superstar dell’India saranno coinvolte, se ci sarà la possibilità di avere una partita India-Pakistan, il ritorno per le casse del CIO sarà significativo”. I diritti tv di Parigi 2024 in India valgono appena 16 milioni di dollari. Gli esteri hanno stimato che per Los Angeles 2028, con il cricket in programma, possono valere dieci volte tanto.
Il baseball
La marginalità del cricket finirà insieme con l’ingresso alle Olimpiadi, non altrettanto si può dire per la globalizzazione del baseball. Sulla sua cartina geografica si è appena aggiunta una puntina nuova in Spagna, dove hanno vinto il titolo europeo a distanza di 68 anni dall’ultima volta. Ma è una di quelle storie fatte di passaporti rintracciati, non di semi gettati in una terra e poi fioriti. Solo tre dei 24 spagnoli campioni d’Europa sono nati in Spagna. I tesserati nel paese sono in tutto 6.127. La squadra è composta in maggioranza da giocatori latinoamericani. Edwin Encarnación è il terzo base protagonista della finale con due fuori campo. Come ha raccontato Jeronimo Pineda su El País, ha acquisito l’amore per il baseball grazie a suo padre, che lo ha spinto ad allenarsi dall’età di quattro anni nella sua città natale, Santo Domingo. Encarnación è emigrato in Spagna nel 2016. Dice di essere arrivato per studiare, lavorare, avere una vita migliore. «Non avrei mai creduto che qui si giocasse a baseball, finché un mio cugino non mi ha portato a provare per il Barcelona Baseball Club». Un punto in finale l’ha segnato pure Daniel Jiménez, 27 anni, nato a Caracas. Abita nel sud-est del Messico, gioca per i Tigres de Quintana Roo e non ha mai vissuto in Spagna. Ha il passaporto del paese dall’età di tre anni perché suo nonno materno è di Barcellona. Nelson Prada, il cittì dal 2020, racconta che la sua è una continua ricerca di giocatori convocabili. «Ovunque andiamo, io e il mio staff chiediamo sempre se ce ne sono con il passaporto spagnolo». Non è la fotografia esatta di uno sport che allarga i confini come mamma Olimpiade richiede.
Ne ha scritto in un intervento molto interessante qualche giorno fa Francesco Paone su Oa Sport sostenendo che il baseball ai Giochi è un pesce fuor d’acqua, “un accessorio da indossare se l’occasione è propizia”. Uno sport che va e viene, secondo i paesi che organizzano. A Tokyo c’era, a Parigi no, a Los Angeles di nuovo sì. Il Giappone aveva impianti e interesse, la Francia né l’uno né l’altro, il mistero è come sarà trattato il baseball all’Olimpiade di casa sua.
Secondo Paone, “gli Usa applicheranno una filosofia tutta loro. Difficile, per non dire impossibile, che la Major League Baseball, ovverosia il campionato americano, venga sospesa per consentire alle stelle di prendere parte ai Giochi. Non accadde nel 1996 ad Atlanta e non si vede perché dovrebbe succedere a Los Angeles nel 2028. I diritti televisivi valgono miliardi di dollari, i professionisti sono profumatamente pagati dalle proprie franchigie di appartenenza e luglio è un mese in cui la MLB è l’unica lega a giocare (le stagioni di NBA ed NHL si chiudono a giugno, quella della NFL comincia a settembre). Bloccare tutto in favore delle Olimpiadi, stravolgendo un calendario già fitto di per sé, non appare fattibile. Di ridurre il numero di partite di regular season non se ne parla, significherebbe che le 30 franchigie dovrebbero rinunciare a una buona fetta di introiti. “Liberare” solo alcuni giocatori di spicco sarebbe anche peggio, perché falserebbe i valori in campo per diverse settimane. Insomma, pensare che Los Angeles 2028 abbia la priorità sulla MLB è utopia”.
Non solo è un’utopia, si legge su Oa Sport, ma non sarebbe neppure corretto. “Il baseball – continua Paone – è uno sport dove, più di tanti altri, conta il lungo periodo. Nonostante ogni squadra giochi 162 partite di regular season, a fine anno spesso e volentieri le classifiche delle varie Division sono tiratissime. In post-season, poi, ogni ipotesi vale il suo contrario. I valori sono fluidi, cambiano di continuo. La regular season serve a stabilire le squadre migliori, dopodiché si elegge una vincitrice. Non necessariamente la più forte, bensì la più in forma a ottobre (il mese tradizionalmente dedicato ai play-off). Proprio per questo, competizioni come le Olimpiadi o il World Baseball Classic, dove ci si gioca tutto sulla partita secca, hanno poco senso. Per intenderci, è come se nella scherma si assegnassero medaglie olimpiche con assalti sulla stoccata singola anziché arrivare a 15. Oppure è come se nella pallavolo le partite venissero giocate con set al meglio dei 5 punti anziché al meglio dei 25. Avrebbe senso sul piano sportivo? Ben poco. Ecco perché, piaccia o non piaccia, il baseball poco c’entra con i Giochi olimpici”.
Il cricket invece è arrivato per restare.
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Storia del cricket prima delle Olimpiadi