Anche Del Piero sente la nostalgia della musica ascoltata dal walkman, forse anche dal grammofono, chi lo sa. L’ha fatto capire stamattina a Walter Veltroni, in una lunga intervista sul Corriere della sera. E niente, dice Del Piero che «la domenica io andavo a messa ma non vedevo l’ora di andare al bar a giocare a flipper o a calciobalilla. Mi bastava, era bellissimo», evidentemente dimenticando che i suoi genitori consideravano quel flipper e quel calciobalilla come il diavolo, rispetto ai bei tempi, sani, puri, incontaminati, nei quali invece loro – i genitori – giocavano con le bambole di pezza o con una palla fatta di stracci.
«Oggi purtroppo – si rammarica Del Piero – viviamo in una società sempre più veloce, che pretende risultati immediati. Però l’uva arriva una volta l’anno. E se la vuoi buona devi aspettare, devi curare la vite, arare il terreno, dargli acqua, proteggerla della grandine…», prosegue con bellissime immagini rurali l’ex numero 10 nato a Conegliano, ma volato a vivere a Los Angeles, un posticino silenzioso e riservato.
«La natura – dice Del Piero – ha un suo corso e noi facciamo parte della natura. Si esagera con le aspettative nei confronti dei ragazzi e i ragazzi lo sentono. Si chiede loro di vincere, di avere successo, di essere sempre competitivi. Queste attese sono un fardello pesante su spalle in formazione. I ragazzi se le caricano addosso e, siccome non tutti ce la possono fare, si diffondono disagio, stress, insicurezza, senso del fallimento, ansia. Il tempo della vita, anche nello sport, va vissuto, non consumato». Forse a Del Piero chiedevano di perdere, o di giocare senza pensare al risultato – alla Juve poi – o forse, chi lo sa, lo chiedevano a Gianni Rivera.
Insomma, dai, c’è cascato pure Del Piero. Sintesi: com’era bello quando vent’anni li avevo io. Del Piero regala concetti che più o meno si ritrovano uguali nelle interviste di Sandro Mazzola quando Del Piero era giovane, di Giampiero Boniperti quando era giovane Mazzola, di Annibale Frossi quando Boniperti esordiva. A meno di non voler credere che il calcio italiano sia finito quando Annibale Frossi ha smesso, c’è qualcuno in giro che periodicamente trita pensieri già pensati.
Veltroni per esempio gli domanda: non è che il calcio sta diventando noioso? Eh sì, nella società istantanea nella quale viviamo – dice Veltroni – “forse i novanta, ormai cento, minuti di una partita sono diventati anacronistici. I dati parlano di una disaffezione dei ragazzi digitali dal football“. E Del Piero annuisce: «Qui si apre un argomento complesso. I dati sono chiari. Il calcio in Italia è diventato noioso, perché il livello si è abbassato, rispetto al passato. Qui venivano a giocare i più forti, i più grandi, tutti desideravano competere qua. Ora i più forti, i più grandi, vanno a giocare in Premier, nella Liga, persino in Francia o in Germania. Non qui. Questo vale per noi. Ma in Inghilterra il calcio non è noioso. Secondo me in questa disaffezione contano anche altri fattori. In primo luogo l’irruzione delle tecnologie. I telefoni, i videogames hanno un livello di soddisfazione del bisogno di divertimento incomparabile con quello della mia infanzia. La società digitale ci fa vivere meglio, ma ci toglie creatività».
Nel dicembre del 1976, alla vigilia della sua cinquecentesima partita, Tarcisio Burgnich detto la Roccia, all’epoca libero del Napoli dopo gli anni d’oro con l’Inter, viene intervistato da Gianni Mura per Repubblica a proposito della sua longevità. Perché lei resiste? – gli chiede Mura. E lui risponde: «I giovani non sanno soffrire». I giovani del 76. Cioè quelli che poi l’hanno detto a Fabio Cannavaro, il quale Cannavaro lo ripete oggi agli Scalvini.
Continuava Burgnich: «Sono tanti, quelli bravi. Ma bruciano verdi perché l’inizio è troppo facile. Uno di noi portava rispetto agli anziani ed era difficile togliere il posto a uno di quelli, erano dei fuoriclasse. Era il calcio di Angelillo, Schiaffino, Liedholm, del primo Sivori. Un altro calcio. Oggi i giovani per un esasperato giro di mediazioni, vengono presto a galla. E scompaiono subito. Ma che importa? L’anno dopo, si scoprono, lanciano e vendono altri ragazzi, altri soldi e promesse in fumo. E intanto noi vecchi rimaniamo dove siamo. Con dignità, però».
I soldi. I mediatori. Quelli che oggi chiamiamo procuratori e che raccontiamo come il male recente che ha peggiorato il calcio. Riassunto. I giovani di oggi non sanno soffrire quanto nel calcio di ieri, nel quale però non sapevano soffrire quanto nel calcio dell’altro ieri.
Quando nel 1958 la Nazionale italiana mancò la qualificazione ai Mondiali, sulla prima pagina della Gazzetta Giuseppe Meazza scriveva così di suo pugno: “Chi non rimpiange ai giorni nostri i nostalgici tempi andati, quando il football era bello, semplice, scevro dei tatticismi e delle polemiche imperanti al giorno d’oggi?”
Prima di svelare a Del Piero che esistono pure delle app che la creatività la sollecitano, c’è un’ultima risposta da leggere, a proposito del calcio in televisione. Dice Del Piero che «l’avvento di un’offerta così massiccia, il vedere calcio continuamente, non aiuta. Quando hai voglia di un buon dolce ma puoi mangiarlo tutti giorni, alla fine ti stanchi. C’è bisogno del desiderio, c’è bisogno dell’attesa. In tutto».
Solo che. Il principale impegno pubblico di Del Piero è attualmente il commento del calcio italiano in televisione.