Le donne alla Roubaix e l’erotismo della bicicletta

 

«È un passo avanti per il ciclismo femminile»
Ina Teutenberg ds Trek Segafredo

 

Non è solo una questione di parità di genere. È anche una questione di mercato. Così scriveva il magazine britannico Cyclist tempo fa ragionando sull’ipotesi di una prima Parigi-Roubaix femminile nella storia. E quando esiste una domanda, il mercato trova un’offerta. Mentre le ragazze della Nazionale USA si vedono respingere da un tribunale la richiesta di parità di salario, le ragazze del ciclismo trovano in calendario il 25 ottobre uno spazio di ulteriore legittimazione per il movimento. Per capire la portata della cosa: Annemiek van Vleuten, 37 anni, campionessa del mondo, una volta ha detto che avrebbe potuto ritirarsi in pace solo dopo aver visto una Roubaix per donne. 

 

È solo di un anno fa la polemica sul montepremi per chi vince il Giro delle Fiandre. Bettiol portò a casa 20 mila euro, Marta Bastianelli mille e 265. È giusto? Nel dibattito ci fu chi eccepiva su fatica e durezza del percorso: non sono uguali. Chi metteva l’accento sulla differenza di appeal. Sono tutti temi che torneranno per la Roubaix, una volta digerita la novità. Il percorso dovrebbe prevedere circa 150 km. In tv si vedranno 45 minuti della corsa. Quanto pavé sfideranno le donne? Quale? Andranno a ballare sulle cinque stelle di Mons-en-Pévèle? Entreranno nella foresta di Arenberg? Non è ancora chiaro. Di certo non partiranno da Parigi, o meglio da Compiègne, la città dove venne arrestata Giovanna d’Arco. Una vecchia ipotesi le voleva al via da Saint-Quentin, primo tratto di pavè a Haveluy (4 stelle), cioè il numero 19 della Roubaix maschile, taglio sulla D40 per evitare la Foresta e poi dal settore 17 (Wallers à Hélesmes – Pont Gibus) lo stesso percorso affrontato dagli uomini. 

 

Altri sport ci sono già passati. Perché le calciatrici non vogliono un pallone più leggero, se non una porta più piccola? Uomini e donne nello sci possono correre sulle stesse piste? Non ancora sulla Streif, mentre sulla Saslong in Val Gardena, tempio dell’alta velocità, le donne sono state ammesse solo nel 2018. Ma le barriere si abbattono non si proteggono. La maratona femminile in una competizione che assegna medaglie è stata corsa per la prima volta ai campionati europei di Atene nel 1982. Ora è la normalità. Il salto con l’asta al femminile è di dieci anni dopo: poteva mai una donna toccare il cielo e volare? I 1.500 metri stile libero saranno nuotati alle Olimpiadi per la prima volta a Tokyo. Come sperava una donna di partecipare alla corsa delle pietre e del fango? Al massimo si sentiva dire che secondo la Bibbia dal fango è nata. Ma non è un buon motivo restare escluse dalla Roubaix solo perché così si è sempre fatto.

 

VM 14
Azzardiamo? Azzardiamo.
La Roubaix femminile sembra anche la chiusura ideale di un caso letterario. Se è come si dice una discesa all’inferno, allora la donna in bici l’ha già provata. La bicicletta nasce come un’insidia agli occhi dell’Italia più clericale. Ventiquattro anni dopo Porta Pia, il 1° gennaio 1894 la Gazzetta di Venezia scrive: “Le signore dunque andranno in tandem ma voi, mariti gelosi, guardatevi da queste ruote di metallo, sostituite la naturale locomozione della vostra metà: il velocipedismo è un’invenzione infernale che, in un attimo, pone una grande distanza tra il marito e la moglie come il pattinaggio, altro genere di sport, non è che la legalizzazione dell’abbracciamento. E poi, col tandem è facile cadere, e sono cadute pericolose quelle, perché la donna torna in piedi sì, ma molto spesso casca, come suol dirsi, dalla padella nella brace, anzi nelle braccia”. Le fiamme. L’inferno. 

 

Sei anni prima Edoardo Bianchi aveva applicato alla bici l’invenzione di Dunlop, le ruote pneumatiche. Rivoluzione. Non immaginava di poter mandare in crisi i matrimoni. Succede che poco dopo l’allarme epocale della Gazzetta di Venezia, Bianchi venga chiamato a Palazzo reale da Margherita di Savoia. La regina vuol capire come funziona quell’aggeggio. L’invenzione infernale. Cos’è. Come va. Che cosa c’è di vero in quella storia delle cadute fra le braccia.
Nella sua storia delle buone maniere, Signore e signori d’Italia (Feltrinelli, 2011), Gabriella Turnaturi scrive che le donne italiane assumeranno proprio la regina Margherita come modello di galateo borghese. “Dalla regina Margherita le signore impareranno ad andare in bicicletta senza perdere pudore e signorilità. Pare infatti che a insegnare a pedalare alla sovrana fosse lo stesso signor Bianchi, sì, il re della bicicletta italiana. Il quale, per non toccare la regina durante questi esercizi, aveva fatto costruire speciali manopole con cui poterla guidare senza toccare il suo corpo”.
Nell’immaginario collettivo, la bici sta imboccando una piega precisa. Accende pruriti. Si potrebbe persino dire (poi però vediamo) che diventa il primo strumento di emancipazione sessuale della donna, con grande anticipo sulla rivoluzione dei costumi degli anni 60 del Novecento.
Nel 1897 Argia Sbolenfi pubblica un volume di poesie, all’interno del quale spicca In bicicletta. Nelle ultime due quartine Argia Sbolenfi tutto è fuorché vaga:

 

Mi avvolge un’onda di piacer sovrano / Quando vengo stringendo il trionfale / Manubrio in mano / Io son beata allor che fra le gambe / Sento il rigido ordigno e in quegli istanti / Tendo le coscie e l’agitar d’entrambe / Lo spinge avanti

 

Per intendersi.
Quando scrive la signorina Argia, la Lady Chatterley di Lawrence è lontana ancora una trentina d’anni. Restano da aggiungere alcune cose non trascurabili.
La prima: Argia Sbolenfi è un uomo.
È lo pseudonimo femminile di Olindo Guerrini, scrittore e poeta della scapigliatura emiliana.
La seconda: le rime di Argia vengono presentate quasi con l’accusa di pornografia dal curatore della prefazione, che si chiama Lorenzo Stecchetti.
Ce n’è una terza: anche Lorenzo Stecchetti è uno pseudonimo. La quarta è che pure Lorenzo Stecchetti è Olindo Guerrini, il quale sulla sensualità del ciclismo non arretra neppure quando firma opere col suo nome reale: 

 

L’aria odora di donna e di mughetti / ed io rimo per te queste parole / in bicicletta, respirando il sole.

 

Qui allora il discorso si ingarbuglia. Quella che poteva sembrare una proto-emancipazione, o comunque una piena rivendicazione femminile del piacere, sfuma in un differente sguardo dell’uomo sulla donna attraverso la bici.
Ha scritto Matteo Pedroni in Poesia ciclistica delle origini che la comunità scientifica comincia a preoccuparsi di eventuali danni provocati dalla sella agli organi riproduttori mentre lo sguardo maschile diventa a volte pudibondo, altre volte illecito, compiaciuto, ammantato spesso di moralismo. In questo senso, la creazione a tavolino di una figura come Argia Sbolenfi sarebbe la proiezione de “i mostri e i fantasmi della società” di fine Ottocento. 

 

Aldo Palazzeschi in Finestra terrena intravede: 

 

una giovine donna in bicicletta. / Ve come mostra il tondo / Ella s’infischia del mondo

 

mentre Giorgio Caproni descriverà una passeggiata di sua madre così:

 

Annina sbucata all’angolo / ha alimentato lo scandalo. / Ma quando mai s’era vista, / in giro, una ciclista.

 

In ogni caso il ciclismo sembra non voler rinunciare alla sensualità. Negli anni del fascismo, tra le ragazze formose e dai vestitini attillati disegnate sui manifesti da Gino Boccasile ne spunta anche una in bicicletta.
Sarà la guerra a spogliare la bici di questa patina. Le toglie un bel pezzo d’eros di dosso. La bici si mette al servizio di altre priorità. È il cavallo dei partigiani. Dopo il 45 diventa prima un oggetto chiave nella rappresentazione della società da parte del neorealismo, per merito di De Sica e Zavattini (“La bicicletta ha da noi qualche cosa del cane, continua compagna che si porta con sé magari senza montarla”) e poi il principale mezzo di trasporto per gli italiani, un oggetto di massa nella nuova società dei consumi, tanto che la diffusione delle auto sorpasserà il numero delle bici soltanto nel 1971. È così che la bici perde il suo connotato trasgressivo.

 

I vecchi cercano di usare la bicicletta fino all’estremo, vanno a comperare il pane per le nuore con l’illusione di una velocità propria. Cesare Zavattini

 

Cosa succede nel 51 – Partite inizialmente per unirsi alla compagnia di Totò e per diventare ballerine, Silvana e Delia, le due ragazze del film Bellezze in bicicletta si iscrivono a una gara, vincono in modo truffaldino un po’ di soldi e a cosa ambiscono? A sistemarsi. Si sposano. In coda alle loro avventure, dopo tanta bicicletta, alle “gambe snelle / tornite e belle” il cinema italiano offre il più borghese tra i finali possibili. La carica di libertà sessuale della bici è stata definitivamente annientata, neutralizzata e riportata dentro le istituzioni. Sessant’anni dopo l’allarme della Gazzetta di Venezia, Silvana e Delia ribaltano lo schema e arrivano in bicicletta laddove le biciclette potevano portare scompiglio: al matrimonio. Il testo della canzone addirittura le de-femminilizza. Le chiama maschiette.
Le donne italiane avevano vista garantita dalla legge appena un anno prima la conservazione del posto di lavoro durante la maternità. Proprio nell’estate del 51 entrano per la prima volta al governo con il sottosegretario Angela Maria Guidi. La bici insomma ha cambiato segno. Per ritrovarla di nuovo sensuale e provocante, si deve aspettare la liberazione del 68

 

Liza viene verso di me, a gambe larghe, senza pedalare
Ennio Flaiano Il gioco e il massacro (Adelphi, 1970)

 

… e soprattutto l’edonismo anni 80, durante i quali spicca il manifesto del film Miranda di Tinto Brass.

 

Le ragazze ferraresi girano in bicicletta con quella grazia che lascia stupito chi le guarda, novelle sirene che invitano a seguirle quando passano, come se il loro lento incedere fosse una specie d’ammicco.
Guido Conti Il grande fiume Po (Mondadori, 2012)

 

L’ultimo passo è stato la commercializzazione. Sette anni fa, un’azienda inglese ha brevettato un oggettino che si chiama Happy Ride, in sostanza un coprisellino vibrante. Costo: 40 euro. “Era solo una questione di tempo, ma era chiaro che prima o poi poi le due strade si sarebbero incontrate” disse proprio così la portavoce dell’azienda. Argia Sbolenfi in effetti lo sapeva un secolo fa. Quando la Gazzetta di Venezia parlava di invenzione infernale.
Perciò benvenute ragazze, benvenute finalmente al vero inferno della bici. La Roubaix

 

*
La donna che batteva gli uomini – Beryl Burton ha infranto il record di 277,25 miglia (poco meno di 366 km) percorse in 12 ore all’età di 30 anni, a una gara di ciclismo mista organizzata dall’Otley Cycling Club, che è durato per oltre 50 anni. In quella stessa occasione non solo superò il rivale Mike McNamara, che era partito circa con 2 minuti di anticipo rispetto a lei, ma gli passò anche una caramella alla liquirizia per ritrovare un po’ di energie. Questa curiosità resta ancora uno degli aneddoti più famosi nella storia del ciclismo inglese, ma quella non fu l’unica volta in cui umiliò i colleghi maschi: nei Championships inglesi corse 100 miglia impiegando 38 secondi in meno di un ciclista che aveva affrontato lo stesso identico percorso circa una settimana prima di lei.
di lorenzo nicolao, Corriere della sera, lunedì 

 

  Intanto RCS Sport è al lavoro per aggiustare quella parte di calendario UCI che non ha gradito, in particolare la sovrapposizione tra ultima tappa del Giro d’Italia e Parigi-Roubaix. Secondo Mauro Vegni, direttore della corsa rosa, la Roubaix potrebbe essere anticipata al 27 settembre, oppure il Giro di una settimana, nel caso in cui il Mondiale in Svizzera (una settimana di gare dal 20 settembre) slittasse a fine stagione in Oman. “È allo studio – scrive Giorgio Viberti su la Stampa – inoltre l’anticipo del Giro di Lombardia dal 31 ottobre al 22 agosto, al posto dei Campionati Nazionali”. Con Francesco Ceniti per la Gazzetta dello sport Mauro Vegni si dimostra realista al cospetto dello scenario che il ciclismo ha dovuto fronteggiare. «Ma ci guardiamo intorno? Il 2020 sarà un anno di transizione. La cosa fondamentale è gareggiare. Noi abbiamo dei dipendenti in cassa integrazione, un blocco totale sarebbe stato un disastro. Questo è il punto di partenza. E quindi avere delle date, anche queste così compresse, è un grande sospiro di sollievo». Ottimismo sulle tappe di montagna da affrontare in pieno ottobre. «Negli ultimi anni abbiamo avuto enormi difficoltà a maggio con la neve accumulata in inverno, il rischio valanghe e i passi ancora chiusi. A inizio autunno ci può essere una nevicata di un giorno, ma la si gestisce molto meglio. Poi, ovvio abbiamo sempre pronto il piano B».

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