Il sospetto è che ci sia dietro Arrigo Sacchi, chi lo può escludere. Magari si scopre che è un abilissimo hacker, potrebbe averci messo le mani lui. Fatto sta che dal videogame un tempo chiamato FIFA, oggi EA Sports FC 24, sono sparite le difese a tre e le difese a cinque. Via. Al rogo. Messe al bando. Lo ha scoperto un professionista dei game, si chiama Olle Arbin, gioca nei Ninjas in Pyjamas. La cosa pare averlo reso felice. Un sacchiano, evidentemente. Chi ne sa, dice che con le difese a tre e a cinque ultimamente si dominava la scena dei tornei elettronici. Nella pagina online dedicata agli esports, Paolo Sirio sulla Gazzetta ha sottolineato proprio che “gli stili di gioco difensivi avevano infatti dominato i meta degli ultimi capitoli, un po’ come nel calcio reale dove hanno superato i confini della Serie A”.
Una decina d’anni fa, in coincidenza dell’ascesa del calcio di Antonio Conte alla Juventus, a un certo punto il dibattito dentro i nostri confini rimproverava alla difesa a tre così italiana una scarsa penetrazione sulla scena internazionale. L’incapacità di tornare a vincere una coppa europea aveva un capro espiatorio. Quel modulo diventò uno stigma. Sapeva di antico. Come il borotalco della nonna. Il 3-5-2 era diventato un sinonimo di difensivismo. Quando nel gennaio scorso il Milan con lo scudetto sulla maglia diventò un po’ più vulnerabile, la prima cosa che fece Stefano Pioli fu congelare il 4-2-3-1 della gloria e rifugiarsi nel cantuccio della difesa a tre. Riparò in una terra amica, la produzione offensiva ne risentì, ma Pioli usò quel tempo per risistemare i suoi equilibri. Una scelta felice.
Ma come dite voi giovani, l’hype sta da un’altra parte. Cinque anni fa, una ricognizione di Ultimo Uomo scoprì che in Spagna la percentuale di diffusione della difesa a tre era appena dell’11 percento, la più bassa tra i campionati d’Europa, e dalla Spagna – si sa – veniva il vento dell’innovazione. Era la Bundesliga il torneo più ricettivo allo spirito italiano, con il 26 percento delle squadre disposte ad abbracciare il modulo sinonimo di prudenza e tradizione. Eppure, la difesa a tre è stata il motore delle innovazioni di maggior successo in campo linguistico. Ci ha fatto conoscere i quinti [gli esterni di centrocampo, un po’ terzini e un po’ contrattaccanti] e ci ha fatto conoscere i braccetti, i difensori di destra e di sinistra che stringono verso il centro dell’area quando serve. C’è chi mormora pure sui quinti e sui braccetti, ma i dizionari questo fanno, si evolvono. Anche quando Gianni Brera inventò centrocampista e libero, c’erano lettori che scrivevano ai giornali per dire: finitela con questa barbarie.
Non è bastato veder vincere con la difesa a tre una Coppa dei Campioni a Tuchel. Non è bastato neppure che arrivasse a contaminare addirittura il gioco di Pep Guardiola, il Martin Lutero del pallone, a un certo punto folgorato dalla possibilità di mettersi a tre dietro [a metà tra un 3-2-5 e un 3-1-6 – ha detto Ultimo Uomo] mandando nello smarrimento i custodi di ogni ortodossia, sia gli integralisti del suo credo sia il partito opposto, a dimostrazione del fatto che l’ortodossia nel calcio non ha ragione d’esistere e che la virtù viene dalla mescolanza.
Niente da fare. In certi ambiti, la difesa a tre rimane il Male, nonostante la scoperta ormai assodata che tutto dipenda dall’interpretazione delle cose e non dalla loro iniziale destinazione d’uso. Antonio Gagliardi, match analyst fra i più apprezzati d’Italia, ha diffuso il concetto secondo cui «nel calcio moderno il ruolo non è più una posizione ma una funzione» e “questa frase – diceva tempo fa Ultimo Uomo – riassume bene lo stato a cui è arrivato il dibattito in questo senso”.
La difesa a tre di Carlos Bilardo non era la stessa difesa a tre di Herbert Chapman, né per applicazione né per filosofia. Bilardo arrivava sulla panchina della nazionale argentina da un calcio come quello dell’Estudiantes di La Plata, un calcio di lotta e indifferenza allo spettacolo. Faceva machiavellismo in contrasto al partito di César Luis Menotti, teorico di uno stile più propositivo, d’attacco. La linea a tre di Chapman era invece evoluzione rispetto ai tempi. Fu lui il primo a modificare il gioco delle squadre di calcio, fino alla metà degli anni Venti del Novecento giocavano tutte con il modulo 2-3-5. Dopo la riforma del fuorigioco del 1925, Chapman capì di dover retrocedere un centrocampista in difesa.

La scomunica ► Ora però succede che il re dei videogiochi del calcio introduca nel processo ai difensivisti una specie di giudizio di cassazione, nel senso che cassa, cancella. Marco Ciriello – al quale si deve lo spunto – pensa che questa cosa avvenuta nella realtà virtuale finisce per annullare quella reale. In funzione della spettacolarità dichiarata, nonostante Gasperini Inzaghi, a suo tempo Zaccheroni, abbiano spiegato e dimostrato che giocare a tre libera il campo, lo apre, con gli esterni.
I videogiocatori del vecchio FIFA preferiscono stili offensivi, “non badano troppo alla tattica – ha scritto Sirio – sono felici nel vedere come il team di sviluppo abbia voluto dare un segnale che possa rinfrescare le partite competitive da quest’anno. Ovviamente, c’è chi si è lamentato della scelta, sottolineando che – al pari del calcio reale – si dovrebbe essere liberi di giocare come meglio si preferisce, e che una mossa del genere di certo non testimonia una grande profondità tattica di base del titolo. Naturalmente, i giocatori potranno continuare ad usare questi moduli nelle loro partite offline e online, solo non saranno più accettati nella scena professionistica”.
È la seconda volta che il videogame di EA Sports alza le vele al vento del calcisticamente corretto e dello spirito del tempo. Mentre l’UEFA eliminava il gol che vale doppio in trasferta nelle coppe, una delle modalità del gioco con regole speciali lo introduceva con il joystick tra le mani. Veniva assegnato – forse esiste ancora – alla squadra che metteva la palla in porta dopo essersi scambiata la palla per un tot di volte dentro una certa area del campo. Era un premio al tiki taka, ora arriva uno schiaffo agli amanti del catenaccio. È come una bolla papale più o meno definitiva a una maniera di stare in campo. Una scomunica finale perché firmata dall’industria del divertimento.
Le partite di oggi
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C’è grande confusione sotto il cielo azzzurro. L’autogestione annunciata candidamente da Kvaratskhelia dopo la partita con l’Udinese va alla prova dei fatti sul campo del Lecce-sorpresa. L’Équipe s’è preoccupata nei giorni scorsi di difendere la portata delle novità introdotte da Rudi Garcia, scrivendo che le statistiche mostrano tratti comuni tra il suo Napoli e quello di Spalletti. L’analisi in realtà si sofferma su dati essenziali come tiri in porta e percentuale di realizzazione. Il Napoli di Garcia ha tirato in porta 18 volte a partita, il 32% delle volte nello specchio della porta. L’anno scorso erano 16 volte a partita con una percentuale del 39%. Anche sul numero dei passaggi, L’Équipe ha qualcosa da ridire: sono 535 di media a partita contro i 5757 di un anno fa.
Se fosse solo questo, sarebbe pura chiacchiera calcistica. Del caso Osimhen parla il mondo. Il governo nigeriano ha chiesto rispetto citando il video accusato di razzismo, a proposito del quale Alfonso Fasano su Rivista Undici sostiene che “TikTok è un mondo a parte, e dobbiamo considerarlo”. Comunque sia, Maurizio Nicita sulla Gazzetta scrive che “i suoi legali pensano anche a un esposto alla Fifa sulla questione razzismo”.
La stampa inglese torna a parlare dell’interesse di un paio di club della Premier, considerando la finestra di gennaio un buon momento per chiudere la partita. Giancarlo Padovan su Calciomercato ha scritto che “la vicenda TikTok ha offerto un pretesto che l’agente cercava. Non solo lui e il calciatore fanno gli offesi, ma minacciano – più che mai seriamente – di andarsene”.
Antonio Giordano sul Corriere dello Sport-Stadio dedica invece un articolo a Zielinski, “uno sceicco tutto azzurro. Ha rifiutato i milioni dall’Arabia pur di restare al Napoli e fin qui è stato tra i migliori del gruppo. Un leader tecnico. Mercoledì anche la responsabilità di un rigore delicato”.
letture Kvara e la cappa sovietica
“Kvara nasce sette mesi prima che se ne vada il più grande calciatore georgiano, Davit Kipiani, che aveva un padre calciatore proprio come Kvara, che gli impedisce di diventare un medico: dirottandolo sui campi di calcio. Il resto lo fanno i Mondiali del 1974 e Johan Cruijff. Kipiani sogna il mondiale, ma Valeri Lobanovski non lo farà mai entrare in campo con l’URSS, i georgiani rimarranno convinti che se lo avesse inserito la nazionale sovietica avrebbe vinto i mondiali del 1982. Il sogno nasceva dal fatto che aveva guidato la Dinamo Tbilisi – che è anche l’ex squadra di Kvara – alla vittoria della Coppa delle Coppe (1980-81). Di faccia Kipiani è diverso da Kvara, somiglia piuttosto a Uli Stielike, ma di piedi si somigliamo moltissimo nella creazione dei corridoi, nei cross, nelle giravolte col pallone per liberarsi dalle marcature. Il pregiudizio di Lobanovski verso i georgiani serve a trovare le radici dell’eversione calcistica di Kvara, perché fin dagli anni Settanta erano differenti dal calcio sovietico – che si fondava su tre grandi blocchi: russo, ucraino e georgiano – cercavano la giocata e prima il dribbling, abusavano del trequartista e inseguivano gli estetismi in modo sudamericano: in pratica Kvara senza la cappa sovietica. Questo ci consegna Kvaratskhelia come un calciatore di confine, doppio, con tre grandi culture che gli confluiscono nel sangue e due padri. Un eccesso: stretto tra le catene del Caucaso, porcellana tra le montagne. Partorito da una pausa di lavorazione della fantasia e da un pragmatismo di fuga il cui risultato è una cifra delinquenziale e selvaggia di dribbling. Pensa con i piedi e prima scalcia con le parole per liberarsi nel campo” – di marco ciriello, la Gazzetta dello sport [tutto qui]
MILAN-LAZIO
chi vedere Luis Alberto e Adli
Lo spagnolo della Lazio è stato intervistato stamattina da Ivan Zazzaroni per il Corriere dello Sport-Stadio. Ha parlato del suo rapporto con Sarri definendolo «un po’ strano. La squadra stava giocando senza di me e, giustamente, io volevo il campo. Gli chiesi se potevo andare in prestito per sei mesi. Anche per prendermi un po’ di responsabilità, andar via mi avrebbe aiutato, avrebbe aiutato me e il Cadice. La mia testa andava da una parte, la sua da un’altra. Un allenatore deve pensare al bene del gruppo e non tutti gli allenatori, in certi momenti, sanno gestire alcuni giocatori. Ne abbiamo parlato, tranquillamente. L’anno scorso si è presentato dopo dieci giorni, senza aver visto nessuno, per la preparazione di novembre e dicembre, con il campionato fermo per il Mondiale. Io volevo il Cadice, ritrovare la migliore condizione fisica, giocare. Lui avrà notato qualcosa di diverso in me e mi ha detto “tu non vai da nessuna parte, se ti alleni bene giochi sempre”. Da gennaio in avanti è cambiata la musica e anche la mia testa. Anche quando stavo male con lui, parlando di calcio con gli amici spiegavo di averlo aiutato a capire qualcosa. Ma è soprattutto lui che mi ha aiutato a diventare un giocatore più forte, completo. Grazie a Sarri sono cresciuto tatticamente, nelle fasi di non possesso e difensiva. Era quello che mi mancava, oggi mi sacrifico di più senza perdere lucidità e brillantezza. Sono obbligato a giocare con la testa perché, come ti ho detto, se guardi il mio fisico non è proprio il massimo, non ho un muscolo. E non ho nemmeno una corsa bellissima. Però, come dico sempre, alla fine tutto sta nella testa e se la mia testa corre più veloce e libera non ce n’è per nessuno. Di calciatori con lo stile di gioco mio o di altri prima di me, oggi non ne vedo».
Alessandro De Calò sulla Gazzetta dello sport sottolinea invece che “era dai tempi di Pirlo che nel Milan non si vedeva un regista capace di alternare in modo così elegante i tocchi da torello con i lanci di una cinquantina di metri, calibrati sull’unghia e utili per dribblare il pressing nemico. Parliamo di una dozzina di anni fa, e in effetti Yacine Adli si porta addosso, nel profilo del suo calcio, qualcosa di retrò. Ha la faccia da bravo ragazzo, il fisico asciutto e un po’ ingobbito da studente secchione, una disinvoltura che coniuga la raffinatezza con la praticità”.
SALERNITANA-INTER
temi La panchina di Inzaghi
Davide Stoppini sulla Gazzetta dello sport annuncia la panchina per Lautaro, la prima, “se le indicazioni degli ultimi due giorni non saranno smentite dal risveglio di oggi. Ma il Toro ha bisogno di tirare il fiato. In fondo, basta mettersi lì con il contaminuti per capire. Sommer a parte, i tre giocatori con il maggior minutaggio dell’Inter sono Lautaro, Mkhitaryan e Bastoni. E tutti e tre, oggi a Salerno, sono destinati a restare inizialmente fuori”.
Filippo Conticello, ancora sulla Gazzetta, mette l’accento sugli infortuni e scrive che “il piano anti-logoramento studiato in laboratorio da Simone Inzaghi si è complicato ieri, giusto prima di pranzo: Davide Frattesi, l’uomo che sarebbe dovuto entrare finalmente con stabilità nelle rotazioni interiste, si è fermato per un affaticamento muscolare ai flessori della coscia destra. Se a questo guaio di Frattesi, si somma però quello ben più grave subito da Marko Arnautovic a Empoli, ecco che la situazione della rosa di Simone si fa più critica di quanto ci si aspettava”