Il mito dei Pirenei

  IL TOUR DE FRANCE  DI JACQUES SEDENTEUR | 

7a tappa: Millau-Lavaur

 

 

Il mito dei Pirenei

 

Sui Pirenei a settembre ci vanno gli spagnoli. Portano la loro Vuelta fra le montagne povere come sul dorso di un asino, mentre noi francesi che ci siamo sempre andati a luglio, in piena estate, quando il sole è più sole che qua, ci arriviamo con la luce che di solito accompagna gli eroi e i loro cavalli bianchi.

Los Pirineos dicono loro. Les Pyrénées scriviamo noi. Sono strade che ci dividono o ci uniscono, la verità è sempre nell’occhio di chi guarda. Eppure per loro sono montagne maschili, vette virili d’autunno come un Banderas o un Javier Bardem, per noi sono femminili, sono le promesse tradite della bella stagione. 

 

Le nuvole basse sono tende dietro le quali les Pyrénées si nascondono, ma tutti sanno che non si sono mai mosse di là. Avrebbero bisogno di un buon ufficio stampa per competere con lo charme delle Alpi, che la decadenza della cultura francese in favore di quella anglosassone spinge tutti adesso a definire glamour. Les Pyrénées in luglio profumano generalmente di resina, scrosciano di cascatelle fresche. Godono di una luminosità d’atmosfera che avvicina le cime. Sono scalate tra falchi e poiane, qualche volta si riesce ancora ad avvistare qualche avvoltoio, o tra le pietraie vipere. Le strade sono rugose e malandate, i nomi che portano sono aspri, pieni di spigoli, come facce di taglialegna, si tratti di Ossau, di Bigorre, o di Gazost. Offrono in qualche caso come le Alpi resort multi stelle e stazioni sciistiche. Si sono convertite a un’accoglienza di lusso stonata come Jannacci, eppure la loro anima autentica resiste in un cassoulet o in una garbure, la zuppa asciutto dentro la quale annegano i fagioli bianchi di Tarbes, ossa di prosciutto, pezzi d’oca e d’anatra, verze, porri, carote, rape, aglio, cipolle. Sulle Alpi si vanteranno sempre di poter portare in tavola le costolette di cervo e i canederli. Les Pyrénées hanno accenti problematici, le Alpi hanno la erre moscia. Sont invincibles. 

 

Le Alpi hanno una bellezza da depliant vietata al pover’uomo ciclista che si trascina lungo les Pyrénées con un numero appiccicato alla schiena, grattugiando la sella di una bicicletta. Le Alpi sono un inno, les Pyrénées un lamento. Emilio De Martino, che fu il direttore della Gazzetta dopo la seconda guerra mondiale, per giustificare una sconfitta italiana al Tour, scrisse che “una volta i Pirenei erano più alti”. Anche per voi italiani sono maschi. Può darsi perfino che sulla storia dell’altezza De Martino avesse ragione. So che los Pirineos  sono galantuomini. Hanno due regole per il Tour che ci passa. La prima: non è detto che chi vada forte qui vada forte pure sulle Alpi. Nel suo glorioso ’98 Pantani era uscito da les Pyrénées con 3 minuti e 1 secondo di ritardo. La seconda – come si dice: su les Pyrénées non si capisce forse chi vincerà la corsa, ma si conoscerà con certezza chi la perderà. 

 

C’erano suiveur che venivano al seguito direttamente a Pau. Io ho sempre seguito la corsa dal principio perché al Tour hai la certezza che qualcosa arriva anche quando nessuno se lo aspetta, e non si fa annunciare. Noi poi diciamo les Pyrénées come se fossero tutte uguali. In realtà ci sono les Pyrénées verdi, come fino al Portet d’Aspet, fino al Col de Porte, e ci sono les Pyrénées aride, arcigne, pietrose, scoperte. Mi scuserete se continuo a definirle al femminile, nella mia lingua, ma io le ho sempre immaginate così, con le querce e i platini a far loro da sentinelle, dolci, con la via dei formaggi che si confonde con quella dei vini, con i contadini che sfoggiano le loro ciliegie e le loro pesche fresche aulentissime, i pomodori, le insalate, con le trattorie che lungo le ascese offrono i loro agnelli e i loro polli. Dentro les Pyrénées ci sono le acque buone (Eaux-Bonnes) e le acque calde (Eaux-Chaudes), ci sono le basse Pyrénées e le alte Pyrénées, ma anche le alte Pyrénées possono essere basse. Anche quelle verdi per un poveraccio uomo affaticato possono presentarsi aguzze come le Alpi.

 

Eddy Merckx diceva che le Dolomiti sono molto più impegnative perché hanno salite più ripide, Coppi che le montagne decisive sono le Alpi e alcune del Massiccio Centrale come il Puy de Dome. La verità è che Fausto non gradiva molto les Pyrénées perché il caldo rendeva il clima irrespirabile e più di una volta era andato in difficoltà. Così come uno alla volta ci hanno lasciato gambe, fiato e respiro campioni della

nobiltà di Binda, Girardengo, Adorni, Bahamontes, Kuiper, Rooks, Vanderaerden. Qui, Greg Lemond aveva annunciato nel 1990 che si sarebbe disfatto di Claudio Chiappucci. L’americano aveva il pregio di pensare a voce alta e il torto di mettere in piazza verità indicibili. 

 

Les Pyrénées sono entrati nel percorso del Tour un anno prima delle Alpi, nel 1910 contro il 1911. Due anni prima René Pottier aveva scalato il Ballon d’Alsace in bicicletta, era stato uno choc, anche se adesso per gli stessi motivi di charme scriverebbero tutti quanti shock. Le corse in bicicletta evitavano le montagne. La tappa prevedeva la scalata una dietro l’altra di Peyresourde, Aspin, Tourmalet e Aubisque. Partenza alle 3.30 del mattino. Per poter passare la prima volta ai 1700 metri dell’Aubisque gli organizzatori avevano tirato fuori dalla tasca 5 mila franchi così da mettere a posto un viottolo altrimenti impercorribile. 

 

Octave Lapize, un parigino coi baffetti, era transitato in testa all’Aspin e poi al Tourmalet, che nel dialetto locale vuol dire brutto passaggio, nonostante avesse alternato dei tratti a piedi ai tratti in bicicletta. Aveva fatto le salite insieme a un basco, Garrigou, del quale si racconta avesse una bici di 15 chili, con tubolari da 450 grammi l’uno. Sull’Aubisque sbucò a sorpresa uno sconosciuto, tale Lafourcade di Bayonne, un isolato, e nella frustrazione di doverlo inseguire, al quindicesimo minuto della sua ascesa a piedi, Lapize urlò agli organizzatori: «Siete degli assassini, ditelo a Desgrange».

 

Desgrange era il patron del Tour e non si era presentato sul percorso. Disse di essere ammalato. I maligni erano certi che si trattasse di una maldisposizione dovuta alla paura di andare a sbattere contro un fallimento. L’idea della quadruplice scalata durante la Luchon-Bayonne di 326 km gli era stata data da Alphonse Steiner, il suo vice. Trenta corridori si rifiutarono di partire. La direzione della corsa venne presa da Victor Breyer, che scrisse: “Saliamo il Tourmalet su una strada larga tre metri, letteralmente scavata nella neve. La discesa è fantastica, è come cadere in un abisso”. I contemporanei la definirono una “folle avventura”. Lapize avrebbe poi vinto in volata a Bayonne sul lombardo Pierino Albini, al quale venivano attribuite altre imprese. 

 

Sette anni più tardi, Octave Lapize sarà abbattuto in volo durante la guerra nel cielo di Woevre, il 14 luglio. Era stato riformato per sordità e si era fatto arruolare nell’aviazione. Desgrange avrebbe detto: «Ho sentito, davanti alla sofferenza dei nostri uomini, il cuore chiuso dal rimorso per avergli imposto un simile programma. Provo il sentimento doloroso di un padre che ha fatto uso eccessivo dei suoi diritti, facendo troppo soffrire i suoi amati figli. Ho visto Scieur accovacciarsi su un ruscello che cantava la sua fresca canzone e bere come un animale assetato, ho visto Hueghem prostrato sullo stesso ruscello che gridava come una bestia moribonda, gridava di non vederci più dagli occhi». 

 

È da allora che les Pyrénées sono diventati una sfilata di leggende e figurine. Nel 1911 scalando l’Aubisque, Paul Duboc prende una borraccia ad Argeles e scopre che l’acqua è avvelenata. Scosso dalle convulsioni, finisce dentro un fosso. A Sainte Marie de Campan c’è tuttora una targa che ricorda quanto accadde nel 1913, leader della corsa prima che fosse inventata la maglia gialla. Il primo in classifica indossava all’epoca un bracciale verde. Christophe rompe la forcella sul Tourmalet, si fa 14 km a piedi, entra nella bottega di un fabbro – lo era pure lui – e in quattro ore se ne costruisce un’altra. Al fabbro il regolamento vietava di intervenire. C’è un ispettore che vigila e a un certo punto chiede: «Posso andare a mangiare un boccone?». Christophe si irrigidisce: «No, il carceriere resta col carcerato» gli dice. «Se vuole, lì c’è del carbone». A quei tempi la strada era una mulattiera pensata perché fosse percossa da zoccoli, non segnata dalle ruote. Luigi Lucotti nel 1921 scende dal Tourmalet e dice che non avrebbe mai più corso in vita sua. Henri Desgrange lo descrive “bianco come Pierrot” perché “il suo volto era cadaverico”. 

Nel 1923 gli organizzatori del Tour avvertirono i corridori: «I signori concorrenti sono invitati alla massima prudenza perché un grande numero di cavalli, muli, asini, vacche, vitelli, capre, montoni, maiali erra liberamente ai bordi delle strade». La strada era scabrosa come il letto di un torrente, Albert Londres definì i corridori dei forzati. Binda ha conosciuto il brivido di una sella rotta in discesa dal Portet d’Aspet. Sulla stessa salita nel ‘34 il ventenne Vietto fece il tragitto al contrario e tornò indietro perché un motociclista lo aveva informato che il suo capitano, Magne, staccato, aveva rotto una ruota. Vietto gli portò la sua e Magne andò a vincere il Tour de France. 

 

Quando si parla delle fughe su les Pyrénées, bisogna cominciare da quella che Albert Bourlon fece per 253 km nel 1947, durante la tappa Carcassonne-Luchon. Arrivò con 16 minuti e mezzo di vantaggio su Callons, al terzo posto il triestino Cottur. Sull’Aspin si racconta di un’aggressione a Bartali di alcuni tifosi francesi, ma non mi fido, voi italiani siete chauvinisti senza aver avuto mai Chauvin. Narrate ancora la leggenda di una Citroen nera che avrebbe cercato di spronarlo e buttarlo in un burrone di una discesa che nessuno, neanche Bartali, ha mai saputo individuare. Ma è vero che le strade erano sterrate e rapaci, dinamitarde, minacciose.

Nel ’51 l’olandese Van Est, che era maglia gialla, in un burrone dell’Aubisque ci finì sul serio da solo. Ebbe la fortuna di capitare sdraiato su del terriccio morbido tra due costoni di roccia. Lo tirarono su con una corda di tubolari. 

 

Nel ’53 durante la Pau-Cauterets, Koblet mancò una curva, finì contro un muretto e precipitò nel giardino di una casa di riposo di religiose. Si fratturò tre costole. Il primo a soccorrerlo fu il mio amico giornalista Rino Negri, che lo seguiva sul sellino posteriore di una Guzzi 500 guidata da Alippi,  collaudatore della scuderia, sfiorando la roccia e il ciglio del burrone.

Tutte queste me le hanno raccontate. La prima che ho visto con i miei occhi è l’impresa di Merckx del ‘69 quando in maglia gialla attaccò sul Tourmalet, a 130 km al traguardo di Mourenx. Tirò dritto sul Soulor, sull’Aubisque e arrivò con 7′ di vantaggio.

Il duello con Ocaña sul Col de Mente del ’71 l’abbiamo già raccontato l’altro giorno. Se cercate il luogo dove è stato sepolto Ocaña, vi indicheranno il cimitero nel Gers. C’è effettivamente un monumento ai caduti, ma non c’è la tomba di Ocaña. È stato cremato, le ceneri sparse in Spagna, lanciate da un aereo in volo. 

 

A proposito di spagnoli, Indurain è stato il primo ad attaccare in discesa (sul Tourmalet) nella storia del ciclismo del suo paese. Il Portet d’Aspet è il luogo di un dolore perpetuo per Casartelli. Il giorno dopo la sua morte, la tappa diventò un lungo funerale di gruppo, impossibile da dimenticare. E poi Ullrich, Pantani, Plateau de Beille. Quella volta che Zuelle si ruppe la clavicola in Svizzera – non era assicurato – e tre giorni dopo era su les Pyrénées ad allenarsi per correre il Tour con 12 viti dentro l’osso. Aldo Zambrini, responsabile della Bianchi, un giorno ha detto che una vittoria in una tappa su les Pyrénées vale il triplo per le case di biciclette, perché se ne parla in Francia, in Spagna e in Italia. 

I paesi più poveri su les Pyrénées hanno delle chiese bellissime. Les Pyrénées non sono streghe, non sono mostri direbbero gli spagnoli e direste voi italiani, ma possono far paura. Alfonso Gatto aveva definito il Peyresourde una montagna rattoppata di verde. Salvador Dalì trovava che qui ci fosse il centro del mondo, per l’esattezza nella stazione ferroviaria di Perpignan. Se ogni tanto tornano i treni tra le mie righe, non è colpa mia. È pur sempre il nostro mito di progresso, nostro – intendo – per chi aveva intorno ai trent’anni nel Sessantotto. 

 

L’ho fatta lunga, e sono stanco. Geraldine di là si domanda perché stasera tardiamo nell’andare a cena. 

Ma l’ultima devo raccontarla. Nel ’64 un mago parigino, Bellino, dichiarò a France Soir che su les Pyrénées un corridore il cui cognome cominciava con la A sarebbe morto cadendo lungo la discesa dell’Envalire. Anquetil si sentì chiamato in causa. Si fece fotografare il giorno prima – giorno di riposo – durante una festa a base di carne alla griglia. Mangiò dell’agnello. Per esorcizzare. In realtà era molto superstizioso, rimase inquieto, la notte non dormì – ma forse fu per l’agnello – e tenne sveglio il suo compagno di camera Stablinski, poi l’indomani salì l’Envalire con prudenza, prendendo 4 minuti di distacco da Bahamontes e da Poulidor. Voleva perfino ritirarsi a un certo punto. Il suo ds Gemignani arrivò sull’ammiraglia e gli passò un bicchiere di carta. Dentro c’era dello champagne. «Se proprio devi morire, che sia in testa al gruppo e non in coda». Così racconta di avergli detto Geminiani, l’ha scritto nel suo libro di memorie. Di vero c’è che Anquetil si gettò disinibito giù per la discesa e riprese tutti. Avrebbe vinto il Tour alla fine con 55 secondi di vantaggio su Poulidor.

 

Ora che ci penso, è la prima volta che il Tour scala les Pyrénées senza il mio amico Poupou.

Mi manca. 

Ma se con voi devo essere sincero, ci ho pensato sin dalla prima riga, e tutte le altre le ho scritte solo per poter piangere pensando a lui. 

 

 

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