La missione di Re Carletto

 

 

Se il calcio fosse ancora quella cosa seria che faceva piangere i poeti e disperare i presidenti, oggi a Rio de Janeiro le bandiere sarebbero a mezz’asta per lutto nazionale. Ma la globalizzazione ha definitivamente scassinato anche gli ultimi fortini dell’identità popolare, e può dunque succedere che nel Paese dove hanno trasformato il pallone in una religione di Stato e il dribbling malandro in una forma di misticismo esotico, si siano arresi all’evidenza di 24 anni senza un Mondiale vinto, scegliendo di andare a farsi spiegare la vita da un signore di Reggiolo.

Il Brasile che debutta nella Coppa senza un passaporto indigeno in panchina è il paradosso perfetto di questo nuovo millennio, dove per ritrovare l’anima perduta del futebol e le chiavi del successo, i guardiani pentacampioni del jogo bonito si sono dovuti consegnare alla geopolitica della sopravvivenza, dando le chiavi della patria a Carlo Ancelotti, tra i più sbrigativi e disincantati servitori della concretezza. Mentre i vecchi nostalgici di Copacabana brontolano al ricordo dei cinque numeri dieci del 1970 e i tassisti di San Paolo invocano la purezza della razza calcistica, Carletto è andato a sedersi sul trono più bollente del pianeta calcio con la consueta calma olimpica di chi ha visto abbastanza mondo da sapere che alla fine, tutto sommato, ogni destino si può risolvere sollevando un sopracciglio e offrendo un chewing-gum a Vinicius.

Dal Paese che non si qualifica per i Mondiali da 12 anni, arriva quest’uomo dalle scarpe grandi e l’intelligenza fina, già conquistatore di scudetti in cinque paesi diversi, per mettersi al servizio di una rivoluzione altrui, come un Garibaldi innamorato di un’idea impossibile, domare l’anarchia della bellezza con il buonsenso della provincia emiliana. Sporgendosi dagli schermi malinconici della tv italiana – orfana di una maglia per cui gridare goool, pazzeeescooo – Carlo Ancelotti si affaccerà all’ora del ballo di Cenerentola per radunare le nostre frustrazioni di naufraghi del pallone e traghettarle con sé, dalla sua parte, oltre un Oceano, dove è andato a spiegare a chi è nato con il pallone incollato ai piedi che persino la fantasia ha bisogno di un geometra. Ci voleva tutta la sfrontatezza, e insieme tutta l’umiltà, di un figlio della pianura padana per non sentirsi a disagio o in soggezione dinanzi a chi il futebol lo ha re-inventato. Così, al posto delle bandiere, a mezz’asta il Brasile ha messo il suo orgoglio, accettando l’idea che per tornare a vincere deve affidarsi all’ex vice cittì di Sacchi che vide Baggio calciare il suo rigore sopra una porta a Pasadena, lui che per un ginocchio rotto non fu compagno di squadra di Pablito Rossi al Sarriá.

Non ha Rodrygo, non ha Richarlison, non ha Estevão. Tutti infortunati. Non ha i cinque numeri 10 che nel 1970 ebbe Zagallo, e forse si tratta di un tardivo contrappasso per l’eresia di Parma, aver escluso a suo tempo Gianfranco Zola dal 4-4-2 sacchiano, il modulo che viveva con fastidio i portatori di fantasia. Forse di cinque numeri 10 non avrebbe saputo cosa farsene neppure qui. Come scrive il Times ha riportato l’ordine nel caos brasiliano.

Ma un colpo di genio prima o poi gli servirà. Da un Raphinha, da un Vinicius Junior, da un Rayan, un Endrick, forse forse addirittura Neymar. “L’ultimo a salire sull’aereo – racconta Marco Gaetani sul Foglio sportivo – è stato l’atalantino (ancora per pochissimo) Ederson, chiamato in fretta e in furia per rimpiazzare Wesley, segno che Ancelotti potrebbe avere qualcosa di particolare in mente anche a livello tattico”.

C’è Paolo Sorrentino che lo segue con la sua camera per il documentario che gira sulla sua vita, come dice Paolo Tomaselli sul Corriere della sera “quasi sempre nella parte dell’eroe buono”.

Scrive stamattina che il polo brasiliano crede nella sua saggezza, la sua ironia, le sue idee. “Eccolo qui, spuntato fuori da una pubblicità della birra con Ronaldo Fenomeno o da quella dell’auto ufficiale della Seleçao: Carlo Ancelotti è ovunque, anche sui manifesti del Mondiale in giro per Manhattan e le aziende fanno a gara per averlo come testimonial. Pazienza se, solo per il cachet, costa cinque volte il suo predecessore Tite e incassa due milioni extra dai marchi legati al Brasile”.

Ai molti fantasmi ventennali che Carletto attraversa guidando il carro carnevalesco della Selçao, se ne aggiunge uno italico, la prospettiva che una vittoria del Brasile diventi da una parte un canto degli italiani bisognosi di festeggiare qualcosa, qualcuno; dall’altra il controcanto malinconico di chi dirà vedi vedi, avercelo avuto noi, Ancelotti. Sospesi tra Goffredo Mameli e Chico Buarque de Hollanda, non sarebbe un’estate facile. Senza offesa, Carle’, non per te. Ma speriamo di no.

 

 

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