
Che stai dicendo, lasciami indovinare, dice lei. Ha l’aspetto della Fata Turchina. Sono l’uomo più felice del mondo, dice lui, in maglione nero da filosofo esistenzialista. Hanno i trofei del nipote dentro casa. Le coppe, le medaglie, la maglia vinta al Giro della Lunigiana. È da loro, a casa dei nonni in Alta Savoia, dove ha cominciato a scalare montagne, che Paul Seixas è andato a dire prima che altrove che «ho una bellissima notizia da darvi. A luglio corro». Che stai dicendo, lasciami indovinare. Nonni, vado al Tour de France
Quello che ha fatto Paul Seixas, di anni 19, è di una bellezza novecentesca. Un ragazzo modernissimo, già trattato da fenomeno, poteva farsi montare un set, una grafica, un video, un contenuto verticale – come si dice – poteva andare a dirlo a qualche podcaster, a un influencer. Se proprio voleva fare una cosa molto antica, poteva dare una notizia a un giornale di carta. Invece no. Una vecchia casa. I nonni. Una frase trattenuta. Solo la cerata sul tavolo della mamma di Alcaraz può competere con questa scena.
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Il ciclismo sa ancora fare queste cose perché la sua grandezza è sempre stata molto fisica e molto popolare. Passa per le strade, entra nei paesi, attraversa balconi e bar. Seixas dai nonni appartiene al codice di questo sport, malgrado i watt, la nutrizione, l’aerodinamica. Ha un’aria molto naturale – e chissenefrega se qualche area marketing avrà fatto sei-sette riunioni per progettarlo. È così leggero stare al mondo da alici nel paese delle meraviglie.
Se ci fosse una mente dietro, quella mente probabilmente voleva dirci che Seixas al Tour de France non è una notizia da dare in conferenza stampa, ma la trasmissione sentimentale di qualcosa, una consegna, il passaggio di una testimonianza da una generazione all’altra. Nel Paese che da quarant’anni aspetta una nuova maglia gialla a Parigi dopo Hinault.
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