La Juve ai tempi delle holding

 

❝Viviamo alla giornata❞

Giorgio Chiellini

Quattro partite, ottantuno incastri per un posto in Champions. Settanta premiano il Milan, la Roma ne ha a disposizione 59, il Como 17, la Juventus 16. Ma non tutti gli incastri sono uguali, non tutto si spiega con le percentuali. Ce ne sono di probabili e di meno verosimili. Perché si realizzino quei 16 scenari, la Juventus è costretta a chiedere un favore al Verona contro la Roma, al Cagliari contro il Milan e pure alla Cremonese contro il Como. Un favore a tre delle ultime-cinque in classifica per fermare tre delle prime-cinque. Che cosa è diventata la Juventus?

È una squadra che ha indovinato una sola scelta, aver dato la panchina a Luciano Spalletti. Con lui la squadra ha fatto più punti di tutte in A eccetto l’Inter. Una settimana fa chiedevamo a Spalletti se si sentisse il favorito per il prossimo scudetto. Nonostante il vecchio mercato da correggere. Nonostante la convivenza complessa con Daniel Comolli, arrivato come general manager e promosso amministratore delegato.

Il pieno potere a Comolli è stato la prima svolta che ha deviato il corso della cronaca. La tentazione venuta ad Antonio Conte di scendere dal pullman scoperto del Napoli per tornare alla Continassa si è raffreddata in quell’istante, quando ha capito che avrebbe dovuto discutere di calcio con lui, e non con Giorgio Chiellini. Avrebbe dovuto parlare con un a.d. che non era stato scelto per sentire la Juve, ma per riordinarla.

L’identità pubblica di Comolli è quella del dirigente dei dati e del reclutamento razionale. Il mercato letto con modelli statistici. A Tolosa, uomo di RedBird, ha costruito così il ritorno in Ligue 1, all’insegna della sostenibilità, dello scouting, dei giovani e dei calciatori comprati prima che costassero troppo. È il suo modello.

Perché John Elkann ha scelto lui? Perché Comolli assomiglia alla Juve che Elkann ha avuto bisogno di costruire, una Juve con meno istinto e meno personalismi, dopo Andrea Agnelli, dopo i conti in rosso, dopo Paratici, dopo le inchieste, dopo i tanti allenatori cambiati senza logica. Un nuovo patriarca juventino non è mai stato una tentazione. Elkann cercava un amministratore della ricostruzione, un dirigente che rendesse comprensibili le scelte e i motivi di ogni spesa, uno che trattasse il mercato con un metodo e non come una tavolata di intuizioni. Il rischio è evidente. La Juve non è il Tolosa. Alla Juve il dato non basta, perché il dato deve sopportare una pressione che a Tolosa non esiste.

Togliere la Juventus dal suo romanzo popolare. Ecco qual è stata la scommessa di Elkann. La Juventus è sempre stata dentro una storia chiarissima anche per chi non la amava. Era la fabbrica, era Torino, era gli Agnelli, una certa forma di paternalismo, un pezzo di Novecento italiano. La Juve-Fiat aveva un volto chiaro. Era una squadra che rappresentava il potere industriale italiano, anche nelle sue contraddizioni assai raccontate, come gli operai meridionali che lavoravano a Mirafiori e tifavano per il club del padrone, la squadra del cuore di molti leader della sinistra italiana. La domenica era un’estensione della fabbrica.

Oggi è passata da squadra-fabbrica a squadra-holding. Sta dentro una galassia finanziaria e internazionale, meno torinese, più difficile da sentire. Parla di governance, asset, controllo dei costi e ricavi. È una lingua corretta e necessaria, ma non è più la lingua del mito. La Juventus di oggi è la nostalgia della Fiat dentro Exor. È un pezzo di Novecento dentro una holding del XXI secolo. Ha smesso di essere il centro simbolico del capitalismo italiano. È dentro un mondo molto più grande, ma anche molto più freddo.

È una condizione figlia della discontinuità che a un certo punto è stata chiesta e imposta dalla Borsa, dai magistrati, dalla giustizia sportiva, dalla UEFA. Non si può spiegare la Juventus di oggi se si rimuovono le premesse. Andrea Agnelli ha vissuto la Juve come una presidenza identitaria. Era il suo campo di battaglia, il suo modo di stare nel calcio e nella famiglia. L’ha presa nel 2010 e l’ha trasformata in un progetto quasi autobiografico con lo Stadium, i nove scudetti, Cristiano Ronaldo, la Superlega. L’ha guidata con uno spirito di revanche dopo Calciopoli. Anche quando sbagliava – e ha sbagliato molto – lo faceva da presidente che voleva rovesciare un tavolo. La Juve di Andrea Agnelli è stata ambizione personale, ossessione di modernizzazione, desiderio di essere un soggetto europeo. La Juventus era diventata uno strumento per cambiare il calcio intero. Era il biglietto per un viaggio interstellar e non più per trainare la serie A.

Ma dopo gli anni dei processi e dei conti in rosso, Elkann ha immaginato che la prima cosa da fare fosse sottrarre la Juve al caos, e riportarla dentro una logica di controllo. Non sembra avere con la Juve lo stesso rapporto diretto, febbrile, quasi fisico di Andrea Agnelli. La Juve è per lui una parte della storia Agnelli, certo, ma soprattutto una partecipazione di Exor da proteggere, giustificare e rendere sostenibile. Le sue lettere agli azionisti Exor lo dicono meglio di qualunque analisi. Andrea Agnelli ha trattato la Juventus come una missione. Elkann la tratta come un compito. È qui che nasce il problema. Un club come la Juve non vive solo di controllo ma di comando e di presenza, finanche quando la sua voce viene percepita altrove come una voce di arroganza. Andrea Agnelli quella voce ce l’aveva, Elkann molto meno – e dentro la pancia del tifo la differenza è amplificata. Andrea poteva essere accusato di eccessi e di hybris, l’accusa per John è la distanza. Andrea ha cercato la grandezza, John ha dovuto cercare la stabilità. Come passare da un romanzo di 600 pagine su carta a un foglio di calcolo Excel cifrato. Salvato sul cloud di una holding olandese.

 


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