di AMIRA IOZZI BUDERBALA
La strada entra a Nessebar come un filo sottile sull’acqua. Da una parte il Mar Nero è immobile e metallico, dall’altra si allungano hotel troppo grandi per il paesaggio, residui di un futuro immaginato chissà quando, chissà dove. Poi, all’improvviso, compaiono i mulini a vento di legno all’ingresso della città vecchia, e il tempo cambia velocità.
Il Giro d’Italia partirà da qui. Non da una capitale, non da una metropoli industriale. Questo pezzo di Bulgaria è una penisola stretta, consumata dal sale e dai secoli, dove le pietre bizantine spuntano tra i tavolini dei ristoranti e le reti dei pescatori asciugano ancora davanti alle case. Al mattino, Nessebar odora di alghe e pane caldo. Le donne lavano i marciapiedi con secchi d’acqua buttati lentamente, quasi senza rumore. I gabbiani si fermano sui tetti di legno scuro delle vecchie abitazioni ottomane, e il mare entra dappertutto: nelle finestre, nei muri, nelle voci.
Qui non esiste una linea netta tra terra e acqua. Tutto sembra galleggiare appena. Le chiese medievali appaiono senza enfasi, dietro un angolo, accanto a un negozio di calamite o a un vecchio seduto su una sedia bassa. Mattoni rossi, pietra chiara, archi corrosi dal vento. Alcune non hanno più il tetto. Altre sembrano troppo piccole per aver attraversato mille anni. Sembrerebbe cattiva letteratura, pessima, se Nessebar non fosse stata per davvero greca, romana, bizantina, bulgara, ottomana. Ogni popolo ha lasciato qualcosa senza riuscire a cancellare del tutto ciò che c’era prima. Le città di mare funzionano così. Non appartengono mai a nessuno.