All’alba, tra Formia e Sperlonga, le biciclette arrivano prima del sole pieno. Spuntano dalle strade laterali della pianura, dai ponti sui canali, dalle serre basse coperte di plastica opaca. Hanno ruote sporche di terra, cassette legate sopra il portapacchi, sacchetti appesi al manubrio. Gli uomini pedalano in silenzio, uno dietro l’altro, con il turbante stretto sulla fronte e la schiena già piegata verso il giorno.

Poco più in là il mare è fermo e azzurro, turistico anche quando non c’è nessuno. Ma qui dietro il paesaggio cambia. La costa lascia spazio ai campi dell’Agro Pontino, una pianura costruita dall’uomo e poi rimessa al lavoro di continuo, una terra che restituisce kiwi e zucchine, serre, fossi pieni d’acqua, le angurie. Le biciclette passano accanto a li melluni coperti dai teli, ai magazzini agricoli, alle pompe per l’irrigazione che battono piano nel terreno. Alcuni uomini portano stivali di gomma già sporchi. Altri hanno il pranzo chiuso nella stagnola dentro uno zaino piccolo. La strada è quasi piatta e corre verso i campi come una rotaia.
I lidi di Serapo a Gaeta sono ancora vuoti. Le sedie sono nelle cabine, le docce chiuse col lucchetto, i pedalò tirati più in alto sulla sabbia. Tra poche settimane arriveranno i turisti da Roma e da Napoli, le famiglie, i ragazzi in motorino, le file per una granita sul lungomare, le feste di piazza, la sagra delle regne a Itri. Intanto la stagione vera è cominciata qui dietro, nei campi.
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