
Se il derby di Roma non ha ancora una data e un orario certi, se insieme al derby non ce l’hanno altre quattro partite della serie A, la responsabilità del pasticcio abita dentro quegli uffici della Lega calcio dove in estate sono stati stampati i calendari senza considerare la finale del tennis, a qualche centinaio di metri dallo stadio Olimpico nel pomeriggio di domenica 17 maggio. Sono recidivi. Misero il derby di Torino durante il Masters a Torino.
Il tennis non è uno sport qualunque. È lo sport in cui l’Italia ha il numero 1 delle classifiche e il nuovo eroe del paese, oltre a due Nazionali – femminile e maschile – campioni del mondo. È lo sport che nel novembre scorso ha operato un sorpasso sentimental-popolare sul calcio in termini di share televisivo e nel mese di gennaio un altro nei ricavi delle federazioni: 230 milioni di euro contro 200 [lo scrisse il Sole 24 Ore].
Dalle stesse stanze della dimenticanza è uscito ieri un comunicato capace di definire “un precedente pericoloso” la decisione del prefetto Giannini di Roma di posticipare il derby a lunedì sera rispetto alla finestra prevista dalla Lega [domenica alle 12.30]. Per evitare ingorghi nella zona, disagi ai mezzi pubblici, e forse pure per evitare agli spettatori del tennis il rischio di trovarsi in mezzo a qualche scontro che nel derby è più frequente di un break contro Jannik Sinner. La Lega è arrivata a intimare la revoca del provvedimento con la minaccia di “reagire in ogni opportuna sede”.
Portare una Prefettura in tribunale, solitamente davanti al TAR, non è un evento isolato, ma accade ogni volta che un ente privato o un’azienda ritiene lesi i propri interessi da un provvedimento adottato oltre i limiti della legge. Il caso più frequente è quello in cui le prefetture emanano ordinanze per limitare gli orari di apertura di bar, discoteche o minimarket per motivi di movida molesta. Spesso i tribunali annullano questi provvedimenti se sono troppo generici o non adeguatamente motivati. È il cosiddetto “eccesso di potere”. Accade nel settore edile, accade nell’agricoltura. Sebbene il ricorso al TAR sia un diritto, la particolarità del caso della Lega di serie A risiede nel tono dell’intimazione. Mentre un’azienda industriale solitamente contesta un atto in aula, la Lega ha scelto una sfida pubblica e politica preventiva, strillando la sua reazione prima ancora di presentare le carte bollate.
Accade peraltro nel momento di più bassa popolarità del calcio e dei suoi dirigenti. Un autogol d’immagine figlio di una cultura del privilegio che non esiste più. De Siervo ha esposto il calcio all’accusa più pesante e alla caricatura peggiore, essere un mondo arrogante, un mondo che mette il profitto davanti alla sicurezza dei cittadini.
In uno Stato di diritto, la sicurezza pubblica è di competenza del prefetto. Non c’è nessun “precedente pericoloso” che non sia stabilito da norme, ruoli e funzioni democratiche. Un prefetto ha legalmente la precedenza su interessi commerciali o organizzativi privati come quelli della Lega Calcio. Intimare qualcosa a chi rappresenta il ministero dell’Interno è uno strappo istituzionale senza precedenti. Un prefetto agisce per prevenire disordini che la Lega non potrebbe gestire. Negli ultimi anni, il derby di Roma è stato segnato da episodi che hanno portato le autorità a considerare la partita come un evento ad altissimo rischio, Nell’aprile del 2025, circa 200 tifosi della Lazio e 100 della Roma si sono scontrati nell’area di Ponte Milvio, con 24 poliziotti feriti, vetrine di negozi distrutte e auto danneggiate [6 arresti]. L’anno prima, la polizia dovette intervenire per fermare un lancio di pietre e bottiglie al Bar River. Nel gennaio del 2024 un tifoso romanista è stato accoltellato all’addome [tre arresti].
Nel giorno in cui due squadre di calcio sono state ricevute al Quirinale, i toni della Lega Calcio sono il segnale di una onnipotenza che non ha più riscontri nella società italiana. È solo una nuova manifestazione d’arroganza di un mondo che sembra ritenersi un sistema a sé rispetto alle leggi e alle gerarchie dello Stato. La forma è sempre sostanza. Esiste una differenza tra il ricorso legale legittimo e l’intimidazione verbale istituzionalmente discutibile.
L’ultimo scivolone, per non farsi mancare nulla, è il riferimento al ruolo economico del campionato di calcio, per due volte definito “un prodotto”, e citando la genesi di risorse per il sostentamento dell’intero movimento sportivo italiano attraverso la mutualità. Il documento sottolinea che il calcio professionistico produce circa 1,17 miliardi di euro di entrate fiscali annue, pari all’83% del gettito totale prodotto dallo sport in Italia.
È un classico della Lega calcio e dei suoi presidenti, con ogni mezzo di loro proprietà a loro disposizione, insistere su questo famoso miliardo, miliardo e mezzo di euro, per sottolineare il proprio peso politico. Sebbene sembri una cifra enorme, se confrontata con altri comparti industriali, il calcio risulta una realtà economicamente molto più piccola. Il gettito fiscale complessivo dell’Italia supera i 470 miliardi di euro. L’apporto del calcio è dello 0,3% delle entrate totali. Conta meno di Noi Moderati e di Maurizio Lupi alle elezioni. Il settore metalmeccanico fattura 500 miliardi. Anche il packaging fattura 37,96 miliardi contro i 7 di ricavi diretti del calcio. Non per questo qualcuno minaccia la prefettura se non può scaricare i bancali la domenica mattina. Eppure, nel calcio, l’arroganza sembra crescere in proporzione inversa al peso reale sul PIL, scambiando un’indubbia centralità mediatica per un’immunità istituzionale che nessun’altra industria si sognerebbe di pretendere.
Il contributo del calcio al gettito fiscale segue la stessa identica logica delle tasse pagate da un normale cittadino o dal titolare di una partita IVA. Pagare un miliardo di tasse su sette di ricavi non è né un atto di generosità né un investimento che dà diritto a una quota associativa per comandare in prefettura. È semplicemente la legge. Nessun cittadino si sognerebbe di intimare nulla a un prefetto solo perché ha versato l’IRPEF, mentre la Lega Calcio sembra convinta che lo scontrino delle tasse sia un lasciapassare. Un imprenditore edile non può pretendere che il prefetto gli sgomberi una strada per far passare i suoi camion fuori orario. La Lega usa puntualmente il gettito come una clava politica.
Il calcio versa tanto perché muove tanto, perché ha stipendi milionari con aliquote massime, ma in percentuale non paga più di ciascuno di noi. Anzi, spesso gode di rateizzazioni agevolate che un normale cittadino si sogna. Mentre la Lega rivendica il gettito, dimentica che la gestione dell’ordine pubblico per i derby, con migliaia di agenti, droni, trasporti deviati, è un costo che ricade sulla collettività, spesso superiore a quanto i club rimborsano per i servizi di sicurezza fuori dallo stadio. C’è un modo per ridurre quel miliardo di euro da versare allo Stato. Vedere ridotti i propri introiti. Ed è esattamente la direzione verso cui il calcio italiano si sta muovendo.
