
Mancano 42 giorni ai Mondiali in Germania e Bobo Vieri si arrende. Il ginocchio gli fa ancora male. Non ci sarà. È il 29 aprile del 2006, un sabato, e la Gazzetta scrive che per il suo posto sono in corsa Inzaghi, Iaquinta e Lucarelli. Totti invece sta recuperando. Vuole giocare la finale di Coppa Italia prima di aspettare la chiamata di Lippi e spende parole gelide per Cassano. «Ormai è spagnolo, non fa più parte del calcio italiano. Ma non lo guardo. Io seguo il Barcellona». Andrea Bargnani si sta preparando a sbarcare in NBA, Luca di Montezemolo dice a Umberto Zapelloni di credere nel Mondiale e la Procura di Torino sta presentando ricorso in Cassazione contro la sentenza d’appello che aveva mandato assolti Antonio Giraudo e il medico Riccardo Agricola dopo le fase parole di Zeman nel 1998.
Sono passati otto anni, ma nessuno immagina che sta arrivando un’altra inchiesta ad avvelenare il calcio italiano. C’è un’anticipazione a pagina 22 della Gazzetta nella rubrica Palazzo di Vetro di Ruggiero Palombo. È la seconda in otto giorni e il pezzo dice con prudenza quel che può dire.
“Si è scatenata un’autentica caccia al tesoro dietro alla semplice ipotesi, si badi bene, ipotesi, che il mondo del calcio possa presto ritrovarsi con qualche intercettazione telefonica di troppo. Si bussa alle porte delle Procure, si riesumano antiche amicizie, si attivano inconsuete frequentazioni, si fruga ovunque possa esserci un segno, anche un solo segno del passaggio di fascicoli e verbali che scottano. Nulla ancora trapela, il che non vuol dire che qualcosa di vero, in tutta questa storia, non ci sia. Anzi. Al Coni non sentono, non parlano e soprattutto non vedono. Secondo il nostro modesto parere, montano sapendo di mentire. Ma hanno ottimi motivi per farlo.
Tutto tace naturalmente anche sul fronte della Federcalcio, dove la consegna è addirittura ferrea. Ieri, all’ombra di un tranquillo Consiglio federale animato solo dalla verve del presidente della Lazio Lotito (il bilancio della federazione è tornato in pareggio ma secondo lui, che fa parte del comitato di gestione, si buttano via ancora un sacco di soldi e non lo ha mandato a dire), occhiate furtive sono andate incrociandosi, ma nessuno ha osato sollevare il problema. In realtà, a quanto è dato sapere, Franco Carraro ha già visto, letto e (si fa per dire) digerito fior di manoscritti, fedeli trascrizioni di amene e compromettenti telefonate, collocate temporalmente nella stagione 2004-2005. Il voluminoso malloppo risulta infatti essere custodito da qualche tempo dal generale Italo Pappa, che oltre a essere numero due della Guardia di finanza e capo dell’ufficio indagini, è soprattutto uno che sa tenere la bocca cucita.
Non potrebbe d’altra parte essere altrimenti, visto che il materiale proveniente da una Procura del Nord Italia è rigorosamente segretato per ovvie della Procura stessa, che lo avrebbe inviato «per conoscenza» ai vertici dello sport italiano. Non vi aspettate dunque conferme di sorta, per ora, perché chi dovesse ammettere qualcosa finirebbe automaticamente col commettere un reato. Ma quando verrà il momento, come minimo dopo la fine del campionato ma molto probabilmente un pochino più in là, vedrete che Carraro (e con lui Petrucci) non si faranno trovare né spiazzati né impreparati. Un’inchiesta sportiva c’è già, aperta e destinata a non finire dimenticata in qualche armadio polveroso. C’è, ma non si vede”.
Deflagrerà di lì a qualche giorno, e la chiameremo Calciopoli.
Verso i Mondiali in Messico con il Totonero-bis
Vent’anni prima. I giorni che mancano ai Mondiali in Messico sono perfino di meno. Ne mancano 32. La Juventus sta festeggiando quello che resterà l’ultimo scudetto del ciclo di Michel Platini e soprattutto l’ultimo di Giovanni Trapattoni. Sta andando via. Ha firmato per l’Inter. Agnelli sta per affidare Le Roi a Rino Marchesi, il primo allenatore italiano di Diego. Gianni Mura su Repubblica dice di Trapattoni: “Dodici anni al Milan, dieci alla Juve, ora l’Inter. Ma sapete il vero record di Trapattoni? Mai uno dei suoi colleghi ne ha detto male. Che vada bene in Europa, uno così, mi stupisce poco, che vada bene in Italia mi dà quasi le vertigini. Bentornato a casa, Giann”.
Ma sulle prime pagine c’è un altro scandalo. Lo chiamano Totonero-bis. Ci sono stati 10 arresti, ci sono 80 partite sospette e una comunicazione giudiziaria anche per Italo Allodi, il manager italiano più in vista, in quel momento direttore generale a Napoli. Il super latitante si chiama Armando Carbone, faccendiere, regista del giro. L’uomo che nel frattempo tiene banco è Santo Moriggi, un commerciante di Cinisello Balsamo che raccoglieva le scommesse clandestine nella zona Milano-Monza. È tra gli arrestati e ha deciso di collaborare pure con l’Ufficio inchieste della federcalcio.
La Gazzetta scrive che “De Biase ha trovato un personaggio disposto a cantare, come cantarono nel 1980 Trinca e Cruciani. Con la differenza che i due protagonisti dello scandalo di sei anni fa erano incattiviti nei confronti dei giocatori che non erano stati ai patti facendo loro perdere un sacco di quattrini, mentre Santo Moriggi, non dovendo «vendicarsi», dovrebbe risultare, in linea di principio, più attendibile”.
Al sostituto procuratore di Torino Marabotto, dopo l’arresto, Moriggi ha fatto i nomi di circa cinquanta calciatori che si rivolgevano a lui per le scommesse clandestine. Rischiano sei mesi di squalifica, e per giorni si sussurra ci sia uno della Nazionale. Così, la mattina del 29 aprile 1986, un martedì, la Gazzetta riferisce la telefonata del presidente Sordillo al ct Bearzot che sta preparando la lista dei 22 convocati. Vai tranquillo, non ci sono azzurri nella lista.
La Lazio sotto inchiesta
Dieci anni prima del Totonero-bis, trent’anni prima di Calciopoli che sta arrivando, nel pieno del testa-a-testa fra Torino e Juventus per lo scudetto, l’Ufficio inchieste della federcalcio ha aperto un procedimento per capire che cos’è successo il 18 aprile prima di Cesena-Lazio. La Lazio ha consegnato attraverso il suo vice allenatore Bob Lovati 300 mila lire in contanti al portiere del Cesena, Lamberto Boranga, e due assegni firmati dal presidente Lenzini a Oddi e Frustalupi, ex laziali e adesso avversari.
A due anni dallo scudetto vinto, abbandonata da tre giorni da Giorgio Chinaglia volato in America dalla famiglia e dai Cosmos, la Lazio sta giocando per non retrocedere – e se anche si salvasse rischia di andare a processo. Il 29 aprile del ‘76 è un giovedì, e la Gazzetta scrive che il capo dell’ufficio indagini De Biase sta interrogando i protagonisti della vicenda. Oddi e Frustalupi gli hanno detto che gli assegni ricevuti sono relativi a vecchie spettanze non ancora incassate. Ma una delle condizioni da rispettare per l’iscrizione al campionato è che tutte le pendenze siano saldate entro il 30 giugno. Devono esserci delle liberatorie. Ci sono, non ci sono? Non si sa. Non il 29 aprile. Scrive Mino Mulinacci sulla Gazzetta: “Poiché Oddi e Frustalupi sono stati pagati a Cesena con assegni firmati da Lenzini come presidente della S.S. Lazio S.p.A. è evidente che non siamo di fronte ad un episodio di sottobanco. Ma nel ritardo della Lazio a pagare le somme dovute per contratto c’è qualcosa che non quadra. Si tratta, comunque, di un dettaglio poiché l’accusa di illecito è riferita non alla vicenda Oddi e Frustalupi ma essenzialmente al pagamento delle 300.000 lire non dovute a Boranga”.