Il 14 marzo nel 1966 è un lunedì, e le cronache politiche ancora si stanno occupando dell’unificazione complicata fra il PSI e il PSDI. La grossa notizia internazionale arriva dalla Francia, dove De Gaulle annuncia l’intenzione di ritirare il paese dalla NATO. Jean Lecanuet, animatore del centro democratico, dissente e dice che “soltanto l’Europa unita, vale a dire economicamente e militarmente integrata potrebbe equilibrare nell’alleanza la potenza degli Stati Uniti”.
Comunque. La vera emergenza in Europa è un’altra. I Beatles. Stanno mettendo sottosopra anche l’Italia. L’Ansa batte alle 23.25 del giorno prima una notizia che si preoccupa di proteggere la privacy: “Uno studente che frequenta il terzo anno della scuola Media nell’Istituto (omissis) è stato sospeso oggi dalle lezioni perché porta i capelli “alla Beatles””.
C’è grossa agitazione in effetti perché fra un paio di settimane i Beatles appariranno sul primo canale della tv, di venerdì, in uno show interamente a loro dedicato.
Il Museo delle cere di Milano ha chiesto ai suoi visitatori quale nuova statua vorrebbero vedere, e al primo posto nel referendum sono arrivati Paul, John, George e Ringo. Hanno battuto l’Inter di Herrera. Non si tratta di uno spettacolo allestito in Italia, ma di un filmato realizzato in Inghilterra. Va solo cercata una vedette nazionale da cui farlo presentare, un volto italiano che faccia da raccordo fra i cinque pezzi che i Beatles suoneranno: We can work it out, Day Tripper, A ticket to ride, I feel fine, Help. I nomi che appaiono sui giornali sono quelli di Rita Pavone, Valeria Ciangottini e Catherine Spaak.
La rivoluzione e il futuro si affacciano a pagina 5 del Corriere della sera, in un pezzo dal Salone delle arti domestiche di Parigi, dove Lorenzo Bocchi con un misto di meraviglia e di concretezza fa l’elenco di nuovi elettrodomestici e descrive un cambiamento di civiltà.
La formula decisiva è già nel titolo e nel sommario: “La donna nel paese delle meraviglie”.
Oggi suona datata, naturalmente, ma proprio per questo è rivelatrice. La rivoluzione nel 1966 è pensata dentro il perimetro del lavoro femminile domestico: la donna è la destinataria naturale della tecnologia di casa. Però, sotto questa cornice vecchia, si sente arrivare qualcosa di moderno: l’idea che la tecnologia stia per ridisegnare il tempo quotidiano, i gesti, la fatica, perfino l’immaginazione della vita privata.
Il Corriere della sera mette in fila oggetti che allora dovevano sembrare quasi fantascienza applicata alla cucina e alla lavanderia: radar che “tagliano e grattugiano i legumi”, lavastoviglie automatiche, lavatrici, aspiratori, ventilatori che profumano, frigoriferi, ferri da stiro, rotelle elettriche per tenere in fresco, tostatori, riscaldamento, aria condizionata. Il punto non è l’inventario ma il salto implicito: la casa non è più uno spazio di fatica manuale. La prima conseguenza è la liberazione del tempo. Quando il Corriere scrive che la lavastoviglie “dimezza il tempo medio che essa dedica a questa operazione”, o che certi lavori richiedono “solo il minimo di collaborazione manuale”, tocca di fatto un nervo enorme del Novecento, la promessa che la tecnica non produca solo comodità, ma tempo restituito alla vita. Il secondo aspetto è la definizione della casa come frontiera del progresso. Entra nei piatti, nel bucato, nell’odore dell’aria, nel pavimento, nel caffè. Diventa intimo e quotidiano, col tempo diventa invisibile. È una modernizzazione che non ha il volto eroico dell’acciaio, delle ferrovie, degli aerei, delle fabbriche, ma quello minuto delle abitudini. L’altra faccia del pezzo – che nel sommario sottolinea come tra gli stand ci siano però anche molti uomini – è in una emancipazione raccontata ancora in modo ambiguo. Da un lato promette sollievo, autonomia, alleggerimento della fatica. Dall’altro non mette davvero in discussione la divisione dei ruoli: semplicemente attrezza meglio la donna perché continui a reggere il mondo domestico.Una rivoluzione incompleta, o meglio una rivoluzione tecnica, non ancora sociale. È questo che rende il pezzo prezioso. Mostra il momento in cui la modernità entra in casa prima di cambiare la società. Gli oggetti arrivano per primi. Le mentalità si modifica più lentamente.
Le pagine sportive celebrano i 7 gol segnati dall’Inter contro il Brescia. Gino Palumbo sul Corriere della sera dice: “D’ora in poi, quando incontrerete un amico o un conoscente, e vorrete compiacervi con lui per il suo stato di salute – colorito roseo, bene in carne, sguardo vivo, un aspetto fresco e vigoroso – ditegli pure: «Mi sembri l’Inter». L’Inter è una forza scatenata della natura. Inutile anche cercarne le cause nel ritorno a un gioco meglio equilibrato, attraverso il più razionale impiego del triangolo Bedin-Suarez-Corso”.Ma la classifica non cambia. Alle sue spalle hanno vinto tutte. I punti di vantaggio sul Napoli e sul Bologna sono 4, sul Milan sono 6.