L’uomo che lasciò la famiglia per accudire Tornese

 

  Il 18 febbraio del 1966 è un venerdì, e forse la crisi di governo vede una via. Dopo una relazione al presidente Saragat, con un compromesso fra PSI e DC, viene conferito un nuovo incarico ad Aldo Moro per un esecutivo di centro-sinistra. I socialisti si faranno dare un ministero in più e il PCI parla con Giovanni Amendola di “degenerazione morale e politica”.

Ma è ancora più scosso il mondo della cultura italiana per quanto sta avvenendo in URSS, dove va in scena il processo contro gli scrittori Andrej Sinjavskij e Julij Daniel’, un evento che mise fine al periodo di apertura, il cosiddetto disgelo kruscioviano. I due erano stati arrestati nel settembre 1965 con l’accusa di agitazione e propaganda antisovietica [articolo 70 del codice penale]. Avevano pubblicato all’estero, con gli pseudonimi di Abram Tertz e Nikolaj Aržak, delle opere letterarie che criticavano o ridicolizzavano il sistema sovietico. Per la prima volta nella storia dell’URSS, degli intellettuali venivano processati esclusivamente per il contenuto delle loro opere d’arte, e non per azioni politiche concrete o spionaggio. Sinjavskij e Daniel’ scossero la corte rifiutandosi di dichiararsi colpevoli, sostenendo che la letteratura dovesse essere libera di esplorare la realtà, anche nei suoi aspetti grotteschi o negativi. Andrej Sinjavskij sarebbe stato condannato a 7 anni di lavori forzati in un campo di rieducazione, Julij Daniel’ a 5, entrambi finirono nel complesso di Mordovia. 

Il 18 febbraio del 1966 si solleva la COMES, vale a dire la Comunità europea degli scrittori. Dentro ci sono quelli che il Corriere della sera definisce intellettuali marxisti: Giorgio Bassani, Norberto Bobbio, Giovanni Arpino, Goffredo Parise, Salvatore Quasimodo, Francesco Rosi, Giorgio Strehler, Alfonso Gatto, Natalia Ginzburg, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Luchino Visconti, Carlo Emilio Gadda – non era male in effetti ‘sto COMES. Si sollevano, e sull’Osservatore Romano trovano un corsivo che li 

“Stupisce lo stupore manifestato da artisti di tendenza marxista ed estremista i quali si dicono disorientati e sgomenti come se avessero ignorato finora la realtà della ideologia espressa nell’URSS dal totalitarismo di Stato e la sua logica interna. Di nuovo, semmai, c’e l’attuale dissenso espresso con motivazioni differenziate dagli ambienti del comunismo. Si pensava forse da taluno che la destalinizzazione avesse seminato positivamente germi di libertà, come talune tolleranze formali sembravano autorizzare a credere. Ma non bastano la liberalizzazione del turismo, gli scambi culturali e i confronti propagandistici per mutare la logica di una ideologia e la coerenza di un sistema che, ripetiamo, subordina alla struttura collettiva o collettivistica e di un partito il diritto, la libertà, la dignità della persona. C’e da augurare che l’indignazione oggi traboccante rechi i suoi frutti presso i dirigenti sovietici anche a favore della prima delle libertà: la libertà religiosa”.

Sulla terza pagina del Corriere della sera, Alfredo Todisco scrisse: “Ciò che manca clamorosamente nel regime sovietico è l’organizzazione dell’opposizione: ed essa non potrà sorgere fino a tanto che vigerà il sistema del partito unico. Contrariamente a quanto si pensa correntemente, il principale responsabile dell’illibertà in URSS non è Stalin, è Lenin. Quest’uomo di ingegno mostrò in tutta la sua carriera una spiccatissima insofferenza per ogni forma di opposizione che avesse un minimo di reale consistenza; e contro qualsiasi opposizione che ostacolasse l’affermarsi della sua volontà egli usò ogni mezzo, la scissione come la repressione”.

Un forte dissenso invece arriva negli stessi giorni dal Veneto , dove l’Università di Padova e l’Istituto universitario Ca’ Foscari tirano fuori durante un convegno uno studio sui rapporti tra Dante e la cultura padana, mettendo in dubbio che l’elemento toscano fosse prevalente nella sua opera. 

Il Corriere della sera spiega: “Quali erano i grandi poli della Firenze del tardo Duecento? Due soli: l’arte e la banca. A Firenze non c’era università, non c’era una precisa esperienza filosofica, giuridica, teologica, scientifica, retorica. Mentre i grandi centri di questi studi erano l’Emilia con Bologna e il Veneto con Padova, e poi Verona, Venezia e Mantova. In particolare, le ricerche di questi ultimi decenni hanno messo in luce che nel Veneto, e soprattutto a Padova e a Venezia, fiorì un autentico preumanesimo”.

“Ora, nelle opere maggiori di Dante e soprattutto nella Commedia – si legge ancora nel pezzo di Sandro Meccoli –  si avvertono i precisi connotati di questa cultura che non è toscana, ma possiamo definire veneto-padana. E gli amanti del richiamo dotto potranno qui compiacersi di quel verso del XV canto del Paradiso, dove Cacciaguida dice: «Mia donna venne a me di val di Pado». Insomma, Dante non avrebbe fatto che ritornare là donde era venuta la sua trisavola. Pregiudiziale è a questo punto la questione cronologica e, in proposito, il convegno potrà fornire qualche novità. Poche sono finora le date sicure: sappiamo che nel 1311 Dante aveva già lasciato Firenze e si trovava esule nel Casentino; che nel 1320 era a Verona; che nel 1321 morì a Ravenna. Il Purgatorio fu pubblicato verso il 1315; e in quell’epoca Dante aveva già abbandonato la Toscana. Al periodo veneto-padano del poeta appartengono dunque, sotto il profilo strettamente cronologico, il Purgatorio con grande probabilità, il Paradiso, la Monarchia, se davvero fu scritta nell’ultimo periodo della sua vita (la cronologia è controversa), la Quaestio de aqua et terra, che il poeta tenne a Verona e a Padova, e la celebre epistola con la quale egli accompagnò a Cangrande della Scala alcuni canti del Paradiso: epistola della cui autenticità molto si è dubitato in passato e che al convegno sarà uno degli argomenti di maggior dibattito”.

Via dalla Padania è scappato Tornese, cavallo trottatore, stella dell’ippica degli anni ’50 e ’60, capace di vincere cifre astronomiche per l’epoca. Le pagine di sport raccontano la storia di dedizione assoluta e quasi commovente, il rapporto speciale e familiare  tra lui e il suo angelo custode. Giovanni Bombardi è un uomo che ha una vita con una moglie, tre figli, una bella casa a Reggio Emilia, ma ha scelto di vivere come un eremita nelle scuderie da due anni. Dorme in una stanzetta spoglia con solo l’essenziale per restare giorno e notte accanto al suo paziente. 

Tornese soffre di gravi coliche e problemi metabolici. Per curarlo, è stato trasferito dal clima umido della Padania a quello più dolce di Santa Maria delle Mole, vicino Roma.

Bombardi è un infermiere meticoloso. Segue una tabella dietetica rigorosissima imposta dai veterinari dell’UNIRE per far guarire il fegato e il pancreas del cavallo. Abituato a mangiare molto, Tornese deve accontentarsi di pochi chili di pastone schiacciato e biada, soffrendo un po’ la fame per ritrovare il vigore. Tornese ha un carattere tremendo: è scontroso, azzanna gli estranei e non sopporta nemmeno più le pacche del suo storico guidatore Sergio Brighenti. Con Bombardi, invece, diventa mite e quando sta male lo chiama con i suoi lamenti. Giovanni accorre subito e durante le crisi gli parla, consolandolo come farebbe con un figlio.

 

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