
Il 17 gennaio nel 1966 è un lunedì e i giornali si illuminano di immenso. Il Sud Vietnam è pronto a trattare, ma chiede garanzie contro future aggressioni. Fra tre giorni scatterà una nuova tregua e l’editoriale di apertura del Corriere della sera titola: “Verso una pace russo-americana?”. Tira aria di trattativa anche dentro il governo italiano. In un discorso a Grosseto, Amintore Fanfani parla di un suo ritorno nell’esecutivo di Aldo Moro ma pone delle condizioni. Minaccia di far fallire gli sforzi di Mariano Rumor per l’unità della DC e quelli di Moro per il rafforzamento del centro-sinistra se non otterrà una forte presa di posizione nella direzione del partito in suo favore. Inoltre chiede l’entrata nel ministero di esponenti della sua corrente. Se la sta giocando in modo spericolato.
È il solito vecchio scontro tra l’ordine e il caos, tra la razionalità e la vertigine. Quelli che hanno studiato, direbbero che ogni cosa riconduce a Dioniso e Apollo. Poiché Élemire Zolla ha studiato, nel 1966 cerca Dioniso dove può trovarlo. In Tracia, per esempio. Tra montagne dalle quali gli pare che non sia del tutto andato via. Zolla prende le mosse da un libro allora recente, Dionysiaka di Katerina Kakouri, e da una confraternita che vive ai margini della visibilità moderna. Si chiamano anastenarides. Un tiaso quasi segreto, regolato da una gerarchia precisa, guidato da un capo — l’Anastenaris — che non è un sacerdote nel senso comune, ma un uomo riconosciuto per la sua vita “intemerata ed estatica”, capace di guarire, di guidare, di sostenere il peso dell’eccesso rituale.
“Una dozzina di adepti – racconta – governa la confraternita, che si raduna ogni anno intorno al 21 maggio, custodendo icone dotate di manico e campanelli, agitate come rombi sacri, accompagnate da tamburo e lira: strumenti che non decorano il rito, ma lo producono, lo trascinano, lo rendono possibile”.
La veglia del 20 maggio è il momento del vero ingresso. Chi vuole far parte del gruppo deve dimostrare di sapersi perdere in una forma disciplinata di abbandono. In un rito di animali sacrificati e di fuoco. “Al rullare sempre più serrato dei tamburi, uno dopo l’altro, i danzatori, levate le icone, entrano a piedi nudi sulle braci ardenti, in silenzio assoluto, senza che vi sia traccia di bruciature né sul corpo né sugli abiti, come se il fuoco avesse cessato di essere materia e fosse diventato simbolo operante”.
Per Zolla, ed è qui che il suo sguardo filosofico si fa netto, il fuoco non è innocuo, ma diventa ciò che rappresenta — il male, l’eccesso, la violenza — proprio per questo può essere attraversato e ridotto in cenere. Una meditazione che agisce sul corpo prima ancora che sul linguaggio. Kakouri, ricorda Zolla, ha il merito di aver sottratto questi culti alla fantasia voyeuristica delle “pratiche oscene”, mostrando invece una continuità severa, trasmessa nei secoli sotto maschere diverse. “A differenza di altri riti terapeutici sopravvissuti in forma frammentaria, come le tarantelle pugliesi studiate da De Martino, in Tracia il rito si presenta ancora come organismo completo, con una gerarchia riconosciuta e una trasmissione ininterrotta di poteri”.
Dopo il fuoco arriva la quiete. La dispersione nei boschi. Il ritorno alla solitudine. Come se l’estasi non fosse uno stato permanente, ma un passaggio da attraversare e poi lasciarsi alle spalle.
IL CALCIO
Di quiete è stata piena Inter-Napoli il giorno prima. La capolista contro la terza in classifica che la segua a due punti di distacco, ultima giornata del girone d’andata. Il Napoli è neo promosso. L’Inter è campione del mondo, detentrice dell’Intercontinentale. È finita 0-0. Le cronache del giorno dopo, parecchio colorate, raccontano di tifosi napoletani che hanno ascoltato la partita alla radio in Galleria dando vita a rumorose celebrazioni alla fine. Seguono descrizioni della città in preda a Dioniso – appunto. Il rito del giro in Galleria per registrare gli umori del tifo ha resistito fino agli anni Novanta. Cosa dice la città – chiedono i capiredattori. Sul Corriere dello sport, Antonio Ghirelli invece racconta Milano e il clima. Nel senso proprio del clima intorno alla partita.
“Mi soffio sulle dita e comincio a scrivere. Ieri sera, qui a Milano, faceva un freddo da nevralgia fulminante, Stamattina è spuntato il sole e la temperatura si è leggermente abbassata; ma sul campo il gelo tagliava egualmente la faccia e il fondo del terreno era nient’altro che una sottile, perfida, lastra di ghiaccio, coperta alla meglio da uno strato di segatura. Sono condizioni che determinano l’impostazione e l’andamento di una partita di calcio, che influenzano anche il tifo come la psicologia del pubblico. Tutte queste considerazioni, insieme con tante altre, devono essere state presenti nella mente di Bruno Pesaola quando ha preparato la formazione della tranquilla vigilia di Canzo”. Una formazione – più o meno – da trincea e barricate contro l’Inter del catenaccio. Gianni Brera esulta, la scuola giornalistica napoletana inorridisce.
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