Le Olimpiadi non servono al tennis: un editoriale di Rino Tommasi del 1976

 

      

Le Olimpiadi non servono al tennis: un editoriale di Rino Tommasi

  La federazione internazionale del tennis ha appena chiesto al CIO di tornare a far parte del programma olimpico, ma in una colonna sulla prima pagina della Gazzetta dello sport del 9 gennaio del 1976 Rino Tommasi scrive che “i Giochi non servono al tennis”. Una presa di distanza netta, che è culturale e politica. L’idea stessa di riportare il tennis dentro i Giochi viene letta come un gesto fuori tempo massimo, figlio di una visione che non ha più un rapporto con la realtà dello sport di quel tempo.

“Parlare di tennis come sport dimostrativo nel 1968 ha il sapore della barzelletta. Aveva forse un senso all’epoca dei pionieri, come verifica tecnica e spettacolare di una disciplina poco conosciuta. Ma oggi la richiesta appare inattuabile e risibile, soprattutto perché il tennis chiede spazio olimpico proprio mentre ha scelto, apertamente, la via del professionismo”.

Il nodo non è la popolarità o la diffusione del tennis, che anzi giocherebbero a suo favore. Il problema è l’ambiguità strutturale delle Olimpiadi del 1976, incapaci di dichiarare fino in fondo se vogliono restare ancorate al dilettantismo o aprirsi davvero allo sport moderno. Lo faranno dal 1992 a Barcellona.

“Se le Olimpiadi fossero davvero open, come alcuni sostengono per salvarle dall’ipocrisia dilettantistica, il tennis dovrebbe entrare dalla porta principale. È uno sport globale, praticato ovunque, a differenza di molte discipline olimpiche popolari solo in alcune aree. Ma questa apertura resterebbe teorica finché il sistema olimpico rifiuta di affrontare il nodo centrale”.

A rendere ancora più fragile la richiesta c’è il rischio di una partecipazione svuotata di valore. I Giochi premiano solo gli sport capaci di presentare i migliori interpreti, mentre quelli che scendono a compromessi finiscono inevitabilmente in secondo piano.

“Le discipline centrali dei Giochi – dice Tommasi – sono sempre state quelle capaci di offrire il meglio: atletica e nuoto mettono in campo i campioni veri, il calcio no, ed è per questo che resta marginale. Il tennis olimpico rischierebbe lo stesso destino, come dimostrano manifestazioni polisportive dove vincono atleti che non figurano nemmeno tra i primi cento del mondo”.

Da qui la conclusione pratica e morale: accettare un ruolo minore significherebbe per il tennis rinnegare il proprio percorso recente e rientrare in un sistema che vive di finzioni e distinzioni artificiali. “Che interesse ha il tennis a recitare la parte del parente povero? Con quali criteri di ammissione, con quali campioni, con quali compromessi? Finché il rapporto tra professionismo e dilettantismo non sarà chiarito in modo definitivo, la richiesta della Federazione internazionale non ha senso. Il tennis ha vissuto troppo a lungo nell’ipocrisia per desiderare di tornarci”.

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