Klopp al Real Madrid non potrebbe funzionare

Cos’è questa storia di Klopp al Real Madrid

Mainz, Dortmund, Liverpool. Tre città diverse, Non non si potrebbero sovrapporre. E invece sì. Quando si parla di Jurgen Klopp, si tratta di tre posti che sono stati osservati e modellati calcisticamente allo stesso modo, sono state estensioni riconoscibili del suo modo di pensare il calcio e il mondo. Ciò che Klopp rappresentava nel calcio – il modo in cui allenava, pensava e si comportava – è diventato ciò che quei club erano durante il suo mandato. Mainz, Dortmund e Liverpool erano sufficientemente plasmabili da acquisirne l’identità, fino a trasformarsi in prolungamenti della sua personalità, ha scritto The Athletic – immaginando che Klopp può sedersi su qualunque panchina, può indossare qualunque tuta, può interpretare qualunque ruolo, finanche quello del turista che prenota su Trivago.

Ma l’idea stessa di Klopp al Real Madrid suona stonata, quasi una provocazione semantica. Perché il Real Madrid conserva. Non si lascia rifondare, chiede solo di essere amministrato.

Un anno fa, a Salisburgo, tra un’auto di Formula 1 e un elicottero, Klopp ha annunciato di aver chiuso con la panchina. Ha messo una distanza. Ha parlato di logoramento. Il suo status di grande allenatore – scrive The Athletic – dipende anche da un aspetto spesso sottovalutato: la capacità di scegliere sempre il lavoro giusto nel momento giusto. Il Mainz sull’orlo del baratro, il Dortmund reduce da una crisi finanziaria, il Liverpool in cerca di una via d’uscita. Le condizioni erano sempre mature.


COSA POTRESTI LEGGERE DOPO

La testa perduta di Xabi Alonso


Anche la scelta Red Bull, anche l’uscita di scena in questo modo spiega perché certe sirene, per quanto potenti, con lui non abbiano avuto effetto. Nemmeno quelle del Bernabéu. Quando si è liberata la panchina lasciata da Xabi Alonso, il nome di Klopp è tornato a circolare. La risposta è stata netta, quasi infastidita, perché non esiste un club meno compatibile con lui. A Madrid l’allenatore non deve trasformare, ma preservare. È il custode di una cattedrale di marmo: deve rendere la luce favorevole, deve lucidare i trofei, deve aggiungerne altri senza mai incrinare la percezione di grandezza.

Klopp si spegnerebbe. Ha sempre avuto bisogno di un’ortodossia da sfidare e  un’asimmetria da ribaltare. Klopp è quello che in un’intervista a Repubblica disse: non vivo per allenare la squadra migliore al mondo, vivo per batterla. A Madrid il protagonista non è mai l’allenatore. È l’istituzione. È la storia. È uno spogliatoio impermeabile, dove le stelle per la maggior parte non vengono formate e modellate, ma ereditate. Il calcio di Klopp ha sempre richiesto un conflitto, un’idea da opporre a qualcosa di più grande. Sotto i soffitti del Bernabéu non avrebbe potuto essere il motore emotivo, né il volto della ribellione. Sarebbe stato solo una voce tra le altre. Ma va detto pure che stiamo al mondo per cambiare strada, di tanto in tanto. Anche se chi lo fa viene sempre guardato con sospetto. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.