Alla fine parliamo sempre delle stesse cose. Sessant’anni fa sulla Gazzetta uscì una pagina sull’Italia e il catenaccio. Si poteva ancora chiamarlo in questi termini senza che nessuno si offendesse. Anzi. Il 23 gennaio del 1966 c’è una specie di gara per intestarselo.
Inter e Milan stanno primeggiando in Europa con ciò che dopo chiameremo italianismo. Ma quello era. Una pagina a cura di Franco Mentana, il papà di Enrico, intenzionato a scoprire chi adottò per primo il catenaccio e quali furono le sue origini storiche.
In questa sua maratona [ehm], va alla ricerca delle testimonianze dei principali fautori del modulo: Viani, Rocco, Helenio Herrera, Passalacqua e Frossi. Viani dice: «Adottai il libero nella Salernitana durante la stagione 1947-1948, quando in Italia nessuno sapeva ancora che cosa fosse, e rivelai i segreti a Rocco».
Rocco risponde che non è vero, anzi, lui nel 1941-1942 giocava nel Padova e faceva il catenaccio in trasferta. Passalacqua aggiunge: «Io sono stato il primo terzino volante – che oggi si chiama libero – d’Italia: giocavo nel Padova, stagione 1941-1942, e Rocco faceva il regista». Frossi replica: «La paternità della prima mossa deviazionistica al WM puro, per potenziare la tre quarti, mi spetta di diritto». Prima di Brera era il teorico dello 0-0 come risultato perfetto. La tesi di Helenio Herrera: «Io non so chi ha adottato in Italia il catenaccio; so soltanto che nella stagione 1942-1943, da allenatore-giocatore dello Stade Français, inventai il beton, che in italiano vuol dire catenaccio. Io stesso agivo da libero».
È ancora più buffa la circostanza che esattamente dieci anni e un giorno prima, il 23 gennaio del 1956, Ettore Berra sempre sulla Gazzetta aveva aperto un dibattito tattico partendo da una constatazione semplice e ancora oggi riconoscibile. Attorno a Frossi, accusato di essere un “tattico” in senso dispregiativo, Berra smontava l’equivoco che allora come oggi divide il campo fra custodi dell’ortodossia e sospetti innovatori. Il WM, elevato a dogma, era per molti una scorciatoia morale prima ancora che tecnica.
“Frossi studia le partite; le studia una ad una, e si arrovella il cervello per carpire il segreto di ogni squadra e di ogni gara. Fa quello che dovrebbero fare tutti gli allenatori, nessuno eccettuato. E se questo essi non fanno, poiché la preparazione atletica è uguale per tutti e la partitella di mezza settimana siamo d’accordo che a poco o nulla giova, a che servono?”.
Qui sta il primo punto di contatto con il presente: Berra non difende un sistema contro un altro, ma il diritto — anzi il dovere — dell’allenatore di intervenire sul gioco. Il WM “puro”, come oggi il “bel gioco”, diventa l’alibi di chi rinuncia a capire.
“Non c’è ombra di catenaccio nel suo schieramento, ma catenaccio può diventare nei periodi di prevalenza avversaria, e questo succede a tutte le squadre, come può diventare WM puro nei periodi di insistenza all’offensiva quando è l’avversario che cede. L’essenziale è evitare l’applicazione di un concetto tattico rigido che può far correre il pericolo di anchilosare i movimenti della squadra”
Berra descrive un calcio fluido, situazionale, lontano dalle caricature ideologiche. È lo stesso terreno su cui oggi si fronteggiano – ahia – giochisti e risultatisti: da una parte chi assolutizza una forma, dall’altra chi la demonizza. Due ideologie che si accusano reciprocamente di essere ideologie, entrambe convinte che il calcio si debba assumere in mezza porzione. Frossi, come i tecnici più moderni di oggi, rifiuta entrambe le scorciatoie. Non esiste un’idea buona in sé, dice, ma solo idee capaci di adattarsi alla partita. E Berra dice: “Altro che diavolerie e sorprese! La sorpresa è solo per chi non ragiona e non cerca di rendersi conto di quello che vede. Frossi si lascia guidare non dall’estro, che può essere pericoloso, ma dal calcolo. Tutto deve avere una logica e una giustificazione per evitare, almeno nella misura del possibile, i salti nel buio”.
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In questo passaggio Berra anticipa il nodo che attraversa ancora il nostro discorso calcistico: l’opposizione fra razionalità e retorica. Il calcolo non è una negazione dello spettacolo, ma una sua condizione. Come oggi il gioco di posizione viene accusato di essere freddo o meccanico, così allora il lavoro di Frossi venne scambiato per furbizia difensiva. La discussione del 1956 somiglia a quella attuale perché nasce dallo stesso fraintendimento: confondere un’idea con un catechismo. Il WM di ieri era il gioco giusto per definizione. Berra, invece, difendeva una posizione più scomoda: il calcio come battaglia e non come formula. “Il WM puro è un bel sogno. Lo fa la squadra che deve affrontare un avversario a cui è sotto tutti gli aspetti superiore; lo fanno anche le squadre che non hanno nulla da perdere o da guadagnare e la cui sorte è già segnata; lo possono fare pure le squadre i cui allenatori rifiutano ogni accorgimento, rinunciano a guidare i loro uomini e restano davanti alla partita come ad una lavagna su cui è stata passata la spugna; lo applicano i fatalisti per i quali non c’è nulla da fare perché il destino ha già fatto tutto; i timorosi che non vogliono a nessun costo uscire da un binario che, comunque, grane non ne procura; i poveri di inventiva i quali restano tradizionalisti per forza essendo più facile e più riposante non sollecitare troppo il cervello”.
Sono passati settant’anni, e ancora di questo stiamo parlando.