Il diavolo del tennis in un braccialetto

In principio era il tie-break. Prendevi le tue racchette, andavi in campo, e sapevi che nel tennis ognuno faceva un po’ come gli pareva. A Wimbledon non esisteva nel quinto set, New York lo giocava sempre ma inizialmente a nove punti, nel set decisivo in Australia si doveva arrivare a dieci, il Roland-Garros è stato l’ultimo a cancellare i vantaggi. Ora la partita delle disparità si è riaccesa intorno a un coso che si chiama Whoop, più scientificamente un fitness tracker senza schermo, progettato per controllare in modo continuo lo stato fisiologico di un atleta. Il suo lavoro è raccogliere dati. Il bene supremo nell’età che viviamo. Misura il livello di stress e indica i parametri per il recupero del corpo. Whoop è un fotografo perché cattura istantanee invisibili, pixel di sudore e battiti cardiaci. È un confessore  perché gli affidi le tue notti insonni, i peccati di gola e gli allenamenti saltati: lui senza giudicare annota tutto. È un mental coach – diamine – perché ti sprona dicendo che il recupero è insufficiente, e ti costringe a fare i conti con la realtà. È un analista finanziario perché calcola il rendimento del tuo corpo, il profitto energetico di ogni sforzo, il ritorno sull’investimento del tuo riposo. Ecco. Ma è pure un astrologo perché cerca di prevedere il futuro: sarai pronto per la partita di domani o i tuoi muscoli hanno già scritto il destino della giornata? Alla fine di tutto è anche un sarto, perché modella su misura la tua routine, aggiustando il tiro sugli allenamenti, stringendo dove serve riposo e allargando dove c’è spazio per lo sforzo.

È decisamente troppe cose insieme in un oggetto solo. Così lo hanno vietato. Esatto. Nei tornei del Grande Slam non si può usare, in tutti gli altri sì. Come con i tie-break, è la spietata legge del facciamo come ci pare.

Whoop è stato creato da Will Ahmed nel 2012, durante i suoi studi ad Harvard. Ahmed era il capitano della squadra di squash e spesso si allenava più del dovuto, dormiva poco e gli pareva di non riuscire a recuperare. Più o meno quello che si prova a vent’anni sotto esame. La voglia di capirci qualcosa lo spinse a creare questo bell’oggetto. Secondo l’Australian Open, il diavolo Whoop trasmette i dati fuori dal campo e favorisce la comunicazione esterna. Come quando durante i compiti di matematica si andava in bagno e il più bravo della classe ti aveva lasciato la soluzione dentro lo sciacquone [ehi, sul serio non lo avete mai fatto?]. Un tennista potrebbe a un certo punto lasciare il dispositivo al proprio box per ricevere consigli da qualche sapientone sui comportamenti da tenere durante la partita. 

I giudici arbitri lo hanno tolto dal braccio di Aryna Sabalenka, di Carlos Alcaraz, di Jannik Sinner. Eppure, quello indossato da Sabalenka e Alcaraz – secondo The Athletic – era stato approvato dalla International Tennis Federation [ITF] — l’organismo il cui regolamento viene adottato pure dagli Slam, secondo un rapporto depositato il 19 dicembre. Usano Whoop anche Cristiano Ronaldo, LeBron James e Rory McIlroy. «Il motivo per cui lo indossavo in campo è che avevamo ricevuto un’email con l’approvazione dell’ITF», ha spiegato Sabalenka dopo aver battuto Iva Jović e aver raggiunto la semifinale. «Non sapevo che i tornei del Grande Slam non avessero preso questa decisione. In tutti i tornei che gioco indossiamo Whoop. Serve solo a monitorare la mia salute. Non capisco perché gli Slam non ci permettano di usarlo e spero davvero che riconsiderino la decisione».

Sinner ha detto di non avere problemi con il divieto, ma ha aggiunto in conferenza stampa lunedì: «Ci sono alcuni dati che ci piacerebbe monitorare un po’ anche in campo. Non è per l’uso in tempo reale, ma più per ciò che si può analizzare dopo la partita. Sono dati che vorremmo avere anche negli allenamenti». Todd Woodbridge, ex grandissimo del doppio e oggi voce di Channel 9 in Australia, si è chiesto perché non si possa avere quel braccialetto se adesso i coach possono dare indicazioni dai box. Buona domanda. «Perché un giocatore non dovrebbe poter avere i propri dati e sapere come si sente? Non ha senso. A volte nel tennis una regola dice una cosa e un’altra dice “no”. Possiamo uniformare le regole, per favore?».

Il direttore medico della Professional Tennis Players’ Association, il dottor Robby Sikka — medico anche dei New York Yankees — ha fatto un paragone con altri sport dicendo che «altre grandi leghe sportive hanno già costruito quadri regolatori ponderati e basati su evidenze scientifiche. La NFL consente dispositivi approvati e il tracciamento, la NBA consente ai giocatori pieno accesso ai propri dati, la MLB valuta rigorosamente i dispositivi e i principali campionati di calcio li hanno approvati. Il tennis dovrebbe adeguarsi».

Dopo l’intervento su Sabalenka, Alcaraz e Sinner avevano nascosto il loro cosino sotto il polsino, come le cartucciere con le versioni pronte ai compiti di latino [ehi sul serio non l’avete mai fatto?]. Ma la professoressa i giudici arbitri se ne sono accorti, glielo hanno chiesto, di’ la verità, cosa nascondi là sotto. I dati non sono steroidi, ha protestato Will Ahmed, e l’azienda ha annunciato di essersi messa in contatto con gli organizzatori per spingerli a rivedere la loro decisione.

Toni Nadal, zio di cotanto Rafa e suo vecchio coach, ha scritto su El Pais come la pensa.

Personalmente, non ho alcuna familiarità con questi gadget, il loro utilizzo e il loro scopo. Ho dovuto fare delle ricerche per scoprire esattamente di cosa si trattasse. Tuttavia, molto rapidamente, sono giunto alla stessa conclusione di altre occasioni: l’eccesso di informazioni e il desiderio di controllare anche il minimo incidente sarebbero per me più un fastidio che un vantaggio, se fossero destinati a fornire istruzioni o indicazioni al giocatore dai box. Il mio fastidio nasce dal dubbio che conoscere e utilizzare questi dati durante le partite aggiunga davvero valore. Tendo a pensare esattamente il contrario. Quel che tanto ammiriamo nei migliori atleti – la loro forza mentale, lo spirito combattivo e il coraggio di evocare una potenza straordinaria quando vengono spinti al limite – può essere minato solo se viene detto loro che i livelli di ossigeno non sono adeguati o che dovrebbero normalizzare la frequenza cardiaca. Continuerei a riporre molta più fiducia nell’occhio e nella percezione dell’allenatore, soprattutto nelle capacità intangibili ma ammirevoli del giocatore stesso. Sono convinto che se avessimo accesso alle statistiche delle prestazioni dei migliori atleti durante le loro partite più importanti – quelle che rimangono impresse nella memoria dei tifosi per anni a venire – non ci crederemmo

Zio Nadal prova a dare forza alla sua versione con un aneddoto. Anni fa, Carles Rexach, ex giocatore del Barcellona, ​​mi raccontò un aneddoto su un’esperienza avuta mentre era seduto in panchina da allenatore della squadra. Alcuni studenti dell’Istituto Nazionale di Educazione Fisica gli avevano chiesto di assistere a una partita di calcio e di condurre uno studio sulle capacità dei giocatori. Quando Carles notò la quantità di dati che gli studenti scarabocchiavano sui loro quaderni, gli disse: – Se scrivete così tanto, difficilmente vedrete la partitaEl Pais ha titolato: Eccesso di informazioni, no grazie.

Anche il grammofono si sentiva bene. 

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