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Discussioni
L’insofferenza e il disprezzo per la Coppa d’Africa
Da quando il calcio parla più spesso la lingua delle cronache finanziarie che quelle sportive, la Coppa d’Africa è diventata un rumore di sottofondo nel discorso eurocentrici, non un torneo, ma un ingombro stagionale. La Coppa d’Africa è un calcolo di sottrazione nella vita dei club: chi perde chi. Anche adesso, con il calendario pieno come un armadio che non si chiude, c’è chi sbuffa sul perché si giochi “nel mezzo della nostra stagione”, come se il mondo dovesse ruotare attorno al week-end di Premier League, dice Jonathan Wilson sul Guardian – e la cosa vale a maggior ragione per la più povera serie A. La federazione africana ha provato a soddisfare i club europei, salvo ritrovarsi schiacciata dalla FIFA, dal caos del calendario e da una logistica che sembra uscita da un romanzo di Conrad.
Jonathan Wilson su The Guardian, ricordando che “la programmazione, va riconosciuto, non è un punto di forza della Caf””. Una constatazione più che un’iperbole, considerando che dal 2012 nessuna edizione si è giocata dove e quando previsto. Guerre civili, timori sanitari, ritardi nei cantieri, Covid, monsoni ignorati fino all’ultimo: la geografia del torneo sembra scritta lanciando spilli su una mappa con gli occhi bendati. E poi c’è l’interferenza esterna, la mano della FIFA: “Per uno che prima dell’ultimo Mondiale aveva detto di sentirsi africano, Infantino ha un modo strano di dimostrarlo” dice lo storico del calcio sul Guardian. Il presidente che ama posture anti-colonialistiche per raccogliere applausi nel continente ha imposto il suo nuovo Mondiale per club spingendo l’edizione 2025 della Coppa d’Africa verso il 21 dicembre. Una data in cui nessun altro torneo vorrebbe mai trovarsi. L’effetto domino è devastante. Il format della discussa superlega africana da 20 squadre è evaporato in un torneo-miniature da otto, “il disprezzo per l’Africa è palpabile”, scrive Wilson. E si vede anche dalla deroga concessa ai club europei: invece dei consueti 14 giorni d’anticipo con cui mettere i giocatori a disposizione delle nazionali, stavolta sono stati sei, e arrangiatevi.
Sullo sfondo politico, Patrice Motsepe è un alleato di Infantino, mentre “Trump ha boicottato un G-20 in Sudafrica” accusando il paese di discriminare i bianchi. Anche queste ombre fanno parte del racconto, perché spiegano come mai oggi l’Africa non abbia più uno spazio naturale nel calendario: la finestra giugno-luglio è blindata, gennaio-febbraio è un terreno minato. Da qui il compromesso di un torneo che formalmente porta la data del 2025, ma si gioca tra dicembre e gennaio per aggirare gli obblighi regolamentari e incastrarsi in una pausa che una pausa non è più.
La Coppa d’Africa esiste da quasi 70 anni perché era l’unico modo per garantire una competizione alle nazionali escluse dal Mondiale. Oggi che le qualificate aumentano, dovrebbe essere più forte e più visibile. Invece si ritrova a bussare alla porta per chiedere ospitalità. I club europei saranno toccati, certo: l’assenza di Salah pesa meno che in passato, il Manchester United perderà Diallo e Mbeumo, il West Ham le sue corsie laterali, Everton e Crystal Palace la fantasia senegalese di Ndiaye e Sarr – spiega Wilson – e anche da noi in Italia sono cominciate le giaculatorie. Ma la Coppa d’Africa non è una storia inglee e non è una storia italiana. “È una storia che riguarda l’Africa”, un continente che viene spinto ai margini, mentre la retorica di Infantino decolla. L’ingordigia globale gli ha sottratto ogni spazio possibile, è stato relegato ai margini, “mentre l’avidità allunga il calendario delle partite, fatica a trovare un angolino in cui potersi infilare quasi a malincuore”, quasi dovendosi scusare di esistere.