Le ultime gare di Lindsey Vonn

Alla vigilia della sua seconda – e ultima – vita agonistica ai Giochi, Lindsey Vonn ha trasformato una intervista con L’Équipe in un grande autoritratto parlando di ritorno, identità, dolore, orgoglio, età, velocità e della necessità di chiudere un cerchio. La campionessa americana racconta che l’idea è nata subito dopo l’operazione con cui le è stato parzialmente sostituito il ginocchio. Per la prima volta dopo anni il corpo ha smesso di essere un ostacolo. Dice che la competizione le era mancata al punto da vivere il ritiro come “una piccola morte”. Ora sente di avere l’occasione di fare qualcosa di unico. «Non sarei tornata solo per divertimento. Non passo sei ore al giorno in palestra per hobby: ci torno perché credo di avere un’opportunità unica. Se i Giochi non fossero stati a Cortina, non sono sicura che ci avrei provato. È un posto speciale per me.»

A 41 anni vuole dimostrare che le donne possono competere e vincere anche dopo i 40. È un motivo che la supera e che l’ha sorpresa: moltissime donne le hanno scritto per ringraziarla. Dice che questo effetto “sociale” dà senso al suo ritorno, ben oltre il risultato. «La competizione mi è mancata moltissimo. La prima volta che mi sono ritirata, pensavo che il dolore del non poter più gareggiare mi sarebbe rimasto addosso per tutta la vita. Nel cancelletto di partenza mi sono sentita subito a casa. Le sensazioni erano le stesse di quando ho smesso».

Racconta che nel momento in cui è tornata, tutto è stato naturale: le sensazioni erano identiche a quando aveva lasciato. La parte caotica della sua prima stagione [i cambi di materiale, tecnici e fisioterapisti] è stata un lungo processo di riscoperta, alla ricerca di automatismi e feeling. «Non sono tornata per provare che sono giovane: sono tornata per provare che sono ancora forte».

Non c’è niente da nascondere sulla rivalità con Mikaela Shiffrin, nel frattempo diventata la numero uno per successi in Coppa. irraggiungibile, ma non torna per batterla — torna per chiudere a Cortina. «Sapevamo tutti che Mikaela avrebbe battuto il record. Non era una sorpresa. È il corso naturale della storia dello sport. Ma i record non sono l’inizio e la fine di tutto. Michael Jordan non ha tutti i record, eppure tutti sanno chi è Michael Jordan».

Ha ritrovato le italiane veterane [Goggia, Brignone] e ha conosciuto ragazzine che la salutano dicendo: hai conosciuto mia madre. È un passaggio di testimone che la diverte e la deprime insieme. Dice di sentirsi responsabile e disponibile, una guida. «Alcune ragazze vogliono imparare da me, altre pensano di non averne bisogno. Io lascio sempre la porta aperta, a tutte». 

Vonn è quasi un’ingegner. Descrive la sua sciata come la taratura di una Formula 1. È per questo che ha voluto con sé Aksel Lund Svindal, un amico oltre che un tecnico, un occhio che sappia vedere ciò che lei non percepisce. «Se hai paura, devi smettere di fare la discesa. È lì che diventa pericoloso. Quando vado davvero forte, mi sembra facile. Se è troppo facile, significa che non vado abbastanza veloce. Per migliorare la sicurezza basta cambiare i tracciati. Spostate una porta e togliete 10 km/h: non serve cambiare gli sci», dice. E poi l’annuncio. «Sarà davvero il mio ultimo inverno. Nessuna possibilità che torni ancora. Il 12 febbraio a Cortina sarà il mio ultimo giorno di lavoro».

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