Il trono di Lando Norris
C’è stato un momento nei giorni di agosto in cui Lando Norris sembrava ridotto all’osso delle sue stesse paure. «Voglio solo andare a mangiare un hamburger e tornare a casa», così aveva mormorato dopo il ritiro di Zandvoort, come uno che sente il Mondiale scivolargli via, mentre la sabbia olandese gli si infilava nei pensieri. E invece eccolo qua, a dicembre, con la pelle segnata dagli sbalzi emotivi, eccolo che piange dicendo che non è vero, “gli è solo entrato un Mondiale in un occhio” ha detto Carlo Vanzini nella sua commovente diretta su Sky per i motivi che tutti conoscerete. Eccolo qua Norris, con il titolo addosso come una corazza guadagnata. In un anno ha imparato a cadere senza rompersi e a rialzarsi senza chiedere il permesso. Il suo terzo posto ad Abu Dhabi ha chiuso un cerchio che per un pilota inglese era aperto da cinque anni e per un pilota della McLaren dal 2008. Giles Richards sul Guardian ricorda allora che questa non è stata solo una prova tecnica, “il livello di controllo emotivo e psicologico che Norris ha dovuto dimostrare non va sottovalutato”. Il cast attorno a lui non ha reso le cose più semplici, prima Piastri con quella compostezza elegante che sembrava cucita addosso a un campione predestinato; poi la creatura mitologica che è Verstappen quando non ha nulla da perdere.
“Con grande verve ha retto una tempesta”, dice di lui il Guardian, aggiungendo che in certe sere Piastri ha ricordato Prost, “tutto levigatezza ed efficienza” e dunque la stagione sembrava strizzata in una forma che non apparteneva a Norris. Finché il mondo si è raddrizzato “a sangue freddo”, soltanto precisione e nervi.
Benvenuto nel club, gli dice Damon Hill dal Telegraph, “sei un campione del mondo, e lo sarai per sempre”. La risposta sulla sua resistenza alla pressione è arrivata quando ha piazzato la McLaren in prima fila, quando sotto la pressione più alta ha tirato fuori “una guida disciplinata, misurata, pulita, della più alta classe” dice il campione del 1996. Saranno in molti a ricordargli gli errori, la stagione a tratti traballante, il fatto che davanti avesse un Max Verstappen in versione generazionale. Ma un titolo è un titolo, “ogni modo in cui lo vinci, lo vinci davvero”. Da oggi Norris entra in una cerchia ristretta e secondo Hill la parte migliore comincia adesso. A 26 anni è solo l’inizio. C’è chi ha dovuto aspettare i 36, come lui stesso.
Per Hill questo titolo è un cambio di epoca. Il primo della nuova generazione, il passaggio dichiarato dal vecchio al nuovo. Per spiegarlo tira fuori un aneddoto, un episodio vissuta in una una conferenza stampa, lui che chiede silenzio e Michael Schumacher che gli dice un «OK, nonno» davanti a tutti. Hill ricorda ancora quel commento che “faceva sentire il divario generazionale diventare un abisso”. È quel momento in cui capisci che il tempo si è spostato, indifferente verso i tuoi anni. Norris è cresciuto in un mondo diverso: kart a sette anni, un percorso disegnato da un padre che come quello di Hamilton aveva deciso di prepararlo a ogni dettaglio della vita da pilota. Hill lo riconosce come un merito della famiglia – lui che ha avuto un papà pilota, e che pilota; e riconosce in Verstappen, Piastri, Norris dei ragazzi cresciuti come tennisti o calciatori, programmati cioè per arrivare fin lì: “Zero vita”. Ecco perché secondo Hill, Norris è “uno che ha imparato in fretta” con quell’aria rilassata, quasi troppo, uno che per mesi aveva alimentato il dubbio che gli mancasse l’istinto finale. Benvenuto nel club, Lando, ma fra gli 11 campioni del mondo venuti dall’Inghilterra, il Telegraph lo mette al decimo posto, davanti al solo Mike Hawthorn del 1958, Lewis Hamilton è secondo, Jim Clark viene al primo.