Édith Piaf canta Karim Benzema

Karim Benzema parla come corre: senza fretta, ma con la sensazione costante di avere il controllo del tempo. A Dubai, dove prepara la seconda parte di stagione con l’Al-Ittihad, appare più asciutto che mai, quasi a voler smentire l’anagrafe prima ancora dei difensori. Sta per compiere 38 anni, eppure il tema delle sue parole – in una monumentale intervista con L’Equipe – non è il declino, ma l’ostinazione: lavorare ancora di più per durare ancora un po’.
Dell’Arabia Saudita non parla come di un rifugio dorato, ma come di un progetto. «Sono nel posto giusto», dice, spiegando che non è arrivato solo per giocare, ma per trasmettere qualcosa, per alzare il livello, per mostrare ai più giovani la strada europea. Ammette che il primo anno è stato deludente – «il mio livello era molto medio, molto» – ma lo usa come punto di partenza, non come attenuante. La seconda stagione, racconta, è stata la risposta: titoli, gol, sensazioni ritrovate.
Quando parla del livello del campionato saudita è netto, quasi infastidito dalla condiscendenza esterna: «Non bisogna credere che qui sia facile. Non è il livello dell’Europa, ma non siamo lontani». L’esempio dell’Al-Hilal contro Real Madrid e Manchester City al Mondiale per club è una rivendicazione.
Il corpo, invece, è un’ossessione quotidiana. Benzema ne fa una questione di necessità. «Sono obbligato a lavorare. Mi metto pressione perché amo il calcio». La tecnica resta la base, ma tutto il resto – corsa, ripetizione degli sforzi, traiettorie – va curato come un dettaglio vitale. Anche quando ha provato a cambiare stile, a restare più fisso in area, ha capito che non era lui: «Ho bisogno di muovermi, di libertà. È la mia immagine».
Il capitolo Francia viene affrontato senza veleno, con fermezza. Benzema rifiuta la parola “incompiuto” per la sua storia in nazionale. «Incompiuto di cosa? Ho vinto il Pallone d’Oro, le Champions, ho amato il calcio». Eppure, quando si parla del Mondiale 2026, il tono cambia appena: «Se mi dici di andare in nazionale per giocare un Mondiale e io ti dico no, sono un bugiardo». Non è una candidatura, ma non è nemmeno una chiusura. È la logica di uno che gioca ancora per vincere, ma Eurosport France ha già aperto il dibattito e trova che la cosa sia “né immaginabile né auspicabile”.
Quando parla di Zidane, invece, sparisce ogni cautela. «Ovunque vada, vincerà», dice, definendolo il numero uno degli allenatori, uno che non ha bisogno di spiegare troppo: si va in campo e si gioca. Sul Real Madrid è chirurgico. Non parla di crisi tecnica, ma di ruoli e connessioni. Mbappé, Vinícius, Bellingham, Rodrygo: tutti top-10 mondiali, ma solo se ognuno accetta il proprio spazio. «Tutti vogliono essere il migliore, ed è qui che diventa complicato». L’allenatore, dice, può fare poco: certe cose devono dirsele i giocatori. E oggi, aggiunge, «i giocatori non si parlano più tra loro».
Mbappé, però, resta centrale nel suo sguardo. «Il Real lo ha preso perché nei momenti chiave faccia vincere la squadra. Ed è capace di farlo». Non i gol facili, ma quelli che spostano il destino di una stagione. Il futuro, infine, non è una ritirata ma una trasformazione. Benzema si sente programmato per altri due anni ad alto livello, poi pensa alla trasmissione. Accademie, formazione, giovani. «Trasmettere la mia visione del calcio – tecnica, gioco collettivo, uno-due – ai più giovani mi attrae». Non vuole essere solo un ex grande giocatore, ma qualcuno che lascia qualcosa. Di tornare a Lione, da calciatore, non è così sicuro. Meglio non rovinare un’immagine perfetta.
Non, je ne regrette rien direbbe Édith Piaf di queste parole di Benzema. Non per il titolo in sé, ma per il tono. Benzema parla come qualcuno che non chiede assoluzioni e non cerca revisioni. Non corregge il passato, non lo giustifica, non lo rimpiange. Quando dice «Incompiuto di cosa?» o «Se dico no a un Mondiale, sono un bugiardo», è esattamente la postura di qualcuno che sente di non doversi scusare, niente nostalgia, solo continuità. La canzone di Piaf non guarda indietro con malinconia, ma con fermezza. Come lui quando parla dell’età, del corpo, della Francia, del Real.