Algeria e Marocco, come provare a parlarsi di nuovo grazie al calcio
Ali ha poco più di quarant’anni, fa l’assicuratore a Rabat e parla dell’Algeria come di un posto vicino e irraggiungibile. Racconta che è stato in Francia, che lì ha incontrato per la prima volta degli algerini, e che la sorpresa non è stata politica ma umana: stessa lingua, stesso dialetto, stessa cultura, persino gli stessi tratti. Dice che avrebbe voluto prendere la macchina e andare ad Algeri. Ma sa che non si può. Dal 1994 la frontiera terrestre tra Marocco e Algeria è chiusa. Le relazioni diplomatiche sono interrotte da trent’anni, da quando Algeri rispose con la chiusura dei confini alla decisione marocchina di imporre i visti, presa all’indomani dell’attentato di Marrakech. Da allora la tensione non si è mai davvero allentata. Anzi, si è come stratificata, soprattutto attorno al Sahara occidentale: un territorio che Rabat considera parte integrante del regno e che invece l’Algeria continua a sostenere come causa di autodeterminazione, appoggiando il Fronte Polisario.
Hervé Penot racconta su L’Equipe questa frattura che col tempo ha smesso di essere soltanto diplomatica e “ha finito per contaminare ogni spazio possibile, incluso quello che per definizione dovrebbe restare neutro”.
Anche il calcio e gli esempi sono diversi. Nel gennaio 2024, il club marocchino di Berkane si vede sequestrare in aeroporto le maglie prima della semifinale di Coppa CAF contro l’USM Alger: sulla divisa c’è la mappa del Marocco comprensiva del Sahara occidentale. Per i dirigenti algerini è una violazione delle regole FIFA sui simboli politici. Per Berkane no, perché la CAF aveva validato il kit a inizio stagione. La partita non si gioca. Berkane vince a tavolino, poi il Tribunale Arbitrale dello Sport dà ragione all’USMA sul principio. “Un episodio tra molti – scrive Penot – sufficiente però a mostrare come il conflitto si sia spostato anche sui campi”.
Nel 2023, al CHAN organizzato in Algeria, il Marocco è costretto a rinunciare: Algeri nega alla Royal Air Maroc di sorvolare lo spazio aereo in applicazione della rottura diplomatica del 2021. I Lions de l’Atlas aspettano una mattina intera in aeroporto, poi tornano a casa. Alla cerimonia d’apertura, il discorso del nipote di Nelson Mandela a favore dell’indipendenza del Sahara occidentale aggiunge altra benzina. Rabat chiede alla federazione una condanna formale perché “ogni gesto diventa un messaggio, ogni silenzio un atto politico”.
È in questo clima che la Coppa d’Africa in Marocco prova a proporsi come spazio di distensione, “un tentativo di riaprire una conversazione congelata”.
Oggi l’Algeria fa il suo esordio contro il Sudan. Abdeslam Ouaddou, ex nazionale marocchino, oggi 47 anni, ha fatto parte per alcuni mesi dello staff del c.t. Djamel Belmadi. Una scelta che gli è costata critiche, attacchi, esposizione mediatica. Ma anche, dice, una forma di felicità inattesa. «Sedermi su una panchina algerina è stato un momento di gioia», racconta. «Il calcio deve essere un ponte tra i popoli». L’Equipe sottolinea che Ouaddou parla da umanista più che da ex calciatore, e che le sue parole rivelano quanto la frattura sia spesso più rumorosa online che nella vita quotidiana.
Mehdi Dahak, giornalista algerino e direttore di DZFoot, va nella stessa direzione. Ricorda che esistono famiglie miste, matrimoni, legami che attraversano il confine chiuso. «Tra i popoli non c’è alcun problema», dice. «In Francia, marocchini e algerini si sposano tra loro». Le tensioni, secondo lui, sono alimentate da minoranze rumorose e da una retorica politica che non coincide con la vita reale. Anche lo sport, quando funziona, lo dimostra: nel 2019 i marocchini festeggiano il titolo africano dell’Algeria, nel 2021 gli algerini sostengono il Marocco nella Coppa araba. “Una memoria recente che contraddice il racconto dello scontro permanente”.
Gli organizzatori sembrano voler insistere su questa linea. Penot racconta che tutto è stato pensato per accogliere l’Algeria come se fosse a casa sua: un hotel con molte stelle, la sicurezza rafforzata, grande attenzione ai dettagli – come si dice in questi casi. Persino la scelta del regista televisivo – un belga per le partite dell’Algeria, francese per quelle del Marocco – appare come un segnale calibrato, conoscendo la frattura attuale tra Algeri e Parigi. Fouzi Lekjaa, presidente della federazione marocchina, ribadisce la prossimità tra i due popoli, ma la politica resta ingombrante. Dal 2020, dall’appoggio esplicito di Donald Trump al piano marocchino sul Sahara occidentale – seguito da Spagna e Francia – le relazioni hanno toccato nuovi minimi. L’Equipe osserva che questa nuovo inasprimento ha irrigidito le posizioni ufficiali, senza però cancellare le connessioni informali. Così la Coppa d’Africa si propone come “un luogo in cui, per qualche settimana, il linguaggio del calcio”. Come se il calcio, ancora una volta, fosse consapevole di non poter cambiare la storia, ma almeno prova a ricordare che un’altra storia – lontana dalla politica – esiste già.