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# 1 giorno al GP del Qatar
► OSCAR PIASTRI l’ha detto con le parole e l’ha ribadito con i fatti. Non darà una mano a Lando Norris per vincere il Mondiale piloti finché avrà la chance di vincerlo lui. È stato il più veloce nelle prove libere del GP del Qatar e anche nelle qualifiche per la Gara Sprint di oggi pomeriggio. Norris partirà dalla seconda fila. Sesto tempo per Verstappen, solo nono Leclerc e nuova eliminazione di Hamilton nel Q1: partirà per 18esimo.
◇ Il Como ha battuto per 2-0 il Sassuolo con i gol di Douvikas e Moreno e si è portato a -3 dalla Roma capolista, accanto a Inter e Bologna.
◇ La federcalcio dell’Iran ha deciso di non partecipare alla cerimonia per il sorteggio dei Mondiali in programma il 5 dicembre a Washington per protesta contro la decisione dell’amministrazione USA che ha negato il visto di ingresso a diversi membri della delegazione. Lo riferisce il sito web iraniano Varzesh 3. I rapporti diplomatici fra i paesi sono interrotti da quarant’anni e nello scorso giugno l’esercito americano ha colpito tre siti nucleari iraniani.
◇ La finale di andata della Nations League femminile di calcio è finita 0-0 e la Spagna si è salvata a Kaiserslautern grazie alle parate di Cata. El Pais parla della squadra peggiore vista negli ultimi due anni: il titolo sarà deciso martedì al Metropolitano.
◇ L’Austria non vinceva un gigante maschile di Coppa del Mondo da quasi tre anni. C’è riuscito Stefan Brennsteiner, 34 anni, con 95 centesimi di vantaggio u Kristoffersen. Vinatzer quinto con uno di quei soliti recuperi che si fanno ormai nelle seconde manche [15 posizioni]. Subito fuori Odermatt per una caduta.
◇ La Nazionale maschile di curling ha chiuso al quarto posto gli Europei, battuta dalla Svizzera in semifinale e dalla Scozia nella finale per il bronzo. La squadra femmiile non ha invece passato il girone.
◇ Il judoka russo Ayub Bliev è diventato il primo atleta del suo Paese a vincere un titolo sulla scena internazionale dopo il reintegro e la fine della messa al bando decisi dalla federazione di judo. Bliev, 28 anni, ha sconfitto in finale il mongolo Ariunbold Enkhtaivan al Grand Slam Abu Dhabi e ha ricevuto la medaglia d’oro sotto la bandiera nazionale e al suono dell’inno russo: una prima volta dall’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022.
Il giorno tropicale era un sudario | davanti ai grattacieli era un sipario
Paolo Conte, Ah Sudamerica
Palmeiras o Flamengo, due giganti per una Libertadores
Hanno il diciassettenne più prodigioso che giri nel mondo del calcio. Hanno il Ct con più titoli e più gloria. Adesso hanno anche due club che si sono europeizzati e sono usciti da quella condizione di necessità, dover vendere appena possibile uno dei gioielli per sopravvivere. Se non fosse così scontato, bisognerebbe chiedere alla tristezza, per favore, di andare via. Il Brasile sta tornando il Brasile, e mentre cresce la voglia, la pazzia, l’innocenza e l’allegria di morir d’amore ai prossimi Mondiali, stasera la finale della Coppa Libertadores si chiude con un derby, il Palmeiras contro il Flamengo.
Era nell’aria, scrive Caio Carrieri sul Guardian. Gli inglesi sono molto sensibili a quanto accade in Brasile. Temono che un giorno possano dichiararsi maestri del calcio al posto loro. Palmeiras vs Flamengo porta l’ennesimo capitolo di una rivalità che è diventata struttura stessa del calcio sudamericano. Negli ultimi sette anni, cinque titoli sono andati a una delle due. Non è più un dominio, è un sistema, un equilibrio alterato, una geografia nuova.
Lo sciopero
Il numero di ieri di Slalom è uscito in bianco come forma di rispetto verso le giornaliste e i giornalisti che hanno scioperato per un nuovo contratto di lavoro e per la difesa di un’informazione libera e plurale.
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I temi del giorno
Quarantamila km di volo in un mese: la F1 accusata di inquinare
A Interlagos, l’altra settimana, i piloti si passavano un pennarello come fosse stato un talismano: ognuno ha disegnato un alberello da attaccare al grande muro voluto da Sebastian Vettel per sensibilizzare la campagna in difesa della foresta amazzonica. Ventuno alberi di cartone, venti facce sorridenti, duecento telecamere: l’illusione perfetta di un messaggio ecologista lanciato nel mese in cui il paddock ha programmato più o meno 40.000 km di voli intercontinentali. Nel novembre in cui la Formula 1 ha attraversato il mondo come un’astronave impazzita, la coreografia verde in Brasile è stata solo un’ombra proiettata sul cemento.
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Le analisi
L’imbuto nel quale si è ficcato Slot a Liverpool
Non era nemmeno passata un’ora dall’inizio del disastro contro il PSV che nella tribuna stampa di Anfield qualcuno si è girato e ha chiesto: «Ma questo è il livello Roy Hodgson o il livello Brendan Rodgers?». Andy Hunter sul Guardian racconta che la risposta corretta sarebbe stata un’altra: «Don Welsh bad», “una disfatta da Don Welsh”, perché era dal 1953-54 il Liverpool non cadeva così in basso. Ma la scelta collettiva — «il livello di Brenda Rodgers» — basta e avanza per capire l’ansia che attraversa il club mentre la proprietà FSG aspetta con sempre meno pazienza il riscatto di Arne Slot.
Hunter ricuce il presente all’ultima grande spirale discendente del Liverpool, quella che chiuse l’era Rodgers nel 2015: “La fiducia in un allenatore non si era mai prosciugata così da allora”, scrive, e quel solco di somiglianze comincia a diventare scomodo. Anche perché la stagione 2014-15 fu figlia di una strategia di mercato che virò verso l’autolesionismo. L’impressione è che qualcosa di analogo possa essersi ripetuto nell’estate 2025 [se ne parlava a suo tempo qui].
The new Pope a Newcastle
Ci sono amiche-colleghe che mandano messaggini da Newcastle. “Hai visto cos’è successo?”. Poiché non sono amiche con cui si parla generalmente di pallone, la risposta è stata che “sì – diamine che storia – chi se l’aspettava questa tassa di soggiorno per promuovere la crescita economica della città”. “Ma quale tassa di soggiorno: dico Pope”. “Viene il Papa?”. No, dice proprio Pope, Nick Pope, il portiere che ha combinato quel po-po di casino contro il Marsiglia in Champions, nella giornata dei naufragi di parecchi colleghi.
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Dai campi
L’effetto che fa il Como in zona Champions
Ora che il Como non può più dirsi né una rivelazione né una sorpresa, con la seconda difesa del campionato, una sola sconfitta e tre punti in meno di quanti servirebbero per stare in testa, viene la tentazione di pensate che Cesc Fàbregas sia il suo allenatore e al tempo stesso la memoria vivente di un certo modo di intendere il calcio. Ha creato e gestisce una delle squadre più gradevoli del campionato. Non è uno stile di gioco, si tratta di educazione, una forma di ordine gentile portata in una squadra che cresce attraverso il rapporto con la palla.
Fàbregas vuole che il Como pensi nella zona del campo dove si decide tutto. Controllo, primo tocco che attrae la pressione, capacità di liberare un uomo col secondo. È un calcio costruito da un ex regista, e si vede. La palla deve avere un senso, non deve avere fretta. Fàbregas conosce il senso del distinguo. A Napoli non s’è vergognato di giocare per lo 0-0, travestendo speculazione e ostruzionismo da possesso palla sfrenato: triangoli, rotazioni lente e intelligenti, ampiezza di gioco che serve per rientrare dentro. È un possesso elegante e pragmatico, da scuola Barça ma filtrato attraverso la sua esperienza inglese. Il Como non si allunga mai, non si spacca. È una specie di Pazienza Football Club. Una squadra che respira insieme. Fàbregas ha messo insieme mezzali che cambiano ritmo, trequartisti che leggono gli spazi, un regista che detta la musica, una punta che deve dialogare e non solo attacca. La tecnica comanda. Il Como di Fàbregas sembra Fàbregas quando i passaggi non arrivano dove si trova il compagno, ma dove sarà tra due secondi. È una squadra che vive di relazioni prima che di meccanismi.
Dentro questa giostra esatta brilla Nico Paz, uno dei tre migliori giocatori del campionato con Modric e Calhanoglu, se non vogliamo proprio dirlo il mvp. Ieri sera stava facendo gol in rovesciata, al Real Madrid stanno pensando qual è il percorso più saggio per riprenderselo, se subito o subitissimo.
luna park I gol inattesi di Østigård
Una Classica breriana. Una delle partite più equilibrate nella storia della A: 13 vittorie a 10 in totale, 3-3 nelle ultime dieci. Il Genoa ha ricominciato a muovere la classifica, viene da due pareggi consecutivi con De Rossi in panchina ma in casa non vince da nove giornate. Proprio il Verona, e solo il Verona, fa più fatica nel suo stadio tra le 20 di A. Fuori casa, invece, Zanetti on ha preso gol in due delle ultime tre trasferte, tante quante nelle precedenti 21. Il Verona è la squadra italiana che attacca più in verticale, il Genoa è all’ultimo posto nei parametri che definiscono questo stile di gioco. Eppure il Verona capitalizza pochissimo i molti tiri in porta dei suoi attaccanti. Nessuno in Europa ha perso più punti del Genoa dopo essere andato in vantaggio [13: come la Fiorentina]. Leo Østigård ha segnato in tre gare consecutive etra i difensori solo Terlizzi del Palermo vent’anni fa riuscì a spingersi fino a quattro. Nell’Hellas la dipendenza da Giovane è totale: cinque dei sette gol della squadra hanno il suo piede dentro.
Tu si que vales I dribbling di Atta
Per il Parma, l’Udinese è la vittima preferita storica: 21 vittorie su 50 in Serie A, più che contro qualsiasi altra squadra. Cuesta arriva da un pareggio di prestigio con il Milan e una vittoria pesante con il Verona: due successi di fila mancano addirittura da luglio 2020. Curioso il dato sui pareggi: nel 2025 nessuno lo ha fatto più del Parma. Clamoroso il dato degli ultimi 30 minuti: l’Udinese ha segnato un solo gol nella mezz’ora finale in questo campionato [Buksa al minuto 89 contro il Lecce]. Mateo Pellegrino è reduce da una doppietta, sono state tre nel 2025, come Giovinco nel 2011. Eccellenze: Arthur Atta: è il giocatore con più dribbling riusciti del campionato [33].
dove sta zazà I pareggi della Juventus
La seconda Classica breriana del giorno. La Juventus è imbattuta in 26 delle ultime 27 partite contro il Cagliari, con 21 vittorie e 5 pareggi. Ma dall’inizio della scorsa stagione, la Juventus è la squadra che in Europa ha pareggiato di più nei cinque campionati dell’élite [il 42% delle partite]. Il tiro da fuori è una chiave possibile della partita: la Juve ha segnato 4 gol e 4 li ha subiti [solo il Pisa peggio: 5]. Dusan Vlahovic ha fatto 8 gol in 11 partite contro il Cagliari, mentre nel Cagliari la minaccia è Gennaro Borrelli, quattro degli ultimi sei gol tra A e B sono arrivati di testa, inclusa la doppietta al Genoa nell’ultima giornata.
milleluci Provedel-Maignan e Allegri-Sarri
Una Classica breriana anche questa. Contro le squadre attualmente nelle prime-10 posizioni, il Milan ha guadagnato più punti di tutti, 16 in 6 gare [2,7 di media]; contro quelle della seconda metà è solo 12esimo, con 9 punti in 6 partite [1,5 a gara]. La Lazio è l’esatto contrario: 12esima per rendimento contro le prime-10 [3 punti in 5 partite: 0,6 di media] ma quarta contro le squadre della parte bassa [15 punti in 7 gare, 2,1 di media].
Difensivamente il Milan è tornato quello delle grandi stagioni: sei partite immacolate nelle prime 12 partite di A per la prima volta dal 2008. Il grande problema della Lazio è proprio il gol in trasferta: solo una partita con reti segnate nelle ultime sei. Entrambe cominciano le partite esagerando. Solo l’Inter ha segnato più gol di Milan e Lazio nei primi 15 minuti. Sarri è addirittura del 27% delle reti stagionali, la percentuale più alta nel primo quarto d’ora. Dentro la partita c’è il faccia-a-faccia fra due dei portieri più decisivi. Ivan Provedel avrebbe dovuto prendere 15 gol secondo il dato statistico dei gol-attesi, invece sono nove. Mike Maignan è poco distante: anche lui a nove subiti contro un parametro di 13,2 rispetto ai tiri che ha dovuto fronteggiare. L’altro faccia-a-faccia è ovviamente quello tra Allegri e Sarri, con il secondo chiamato a suo tempo al posto del primo sulla panchina della Juventus, con l’intenzione di dare un gioco più sexy alla squadra. Pure lui è stato allontanato in un batter d’occhio, ma resta l’ultimo ad aver vinto lo scudetto a Torino.
La prima vittoria di sempre delle Isole Faroe
Il colpo di scena ai Mondiali di pallamano è arrivato dalle Isole Faroe: e non si dica che Slalom non vi avesse avvertito. Nonostante uno svantaggio di tre gol a metà partita e una percentuale di parate del 18%, la debuttanti che vengono dal profondo nord hanno battuto la Spagna finalista del 2019. In realtà si tratta di una nazionale molto rinnovata, con otto giocatrici alla loro prima esperienza internazionale, ma quella delle Faroe resta un’impresa. È comunque la prima vittoria di sempre in un Mondiale. Pernille Brandenborg è stata votata mvp della partita.
Ha esordito la Francia. Suzanne Wajoka ha segnato dieci gol con dieci tiri nel 43-18 sulla Tunisia. Sarah Boukit è stata la più brillante nei primi minuti con cinque gol segnati e L’Equipe scrive che “è un peccato che il pubblico olandese non si sia presentato in gran numero, appena 500 persone per la partita della Francia”. Aaaah, ecco. Ma allora non succede solo nella nuova Coppa Davis. Cioè. Quando Francia-Tunisia di pallamano si gioca in Olanda, ma pensa, gli olandesi s’en fout.
Alla Francia mancano cinque giocatrici chiave: Chiod Valentini, Laura Flippes, Estelle Nze Minko, la portiera Laura Glauser [intervento all’ernia del disco], la sublime Grace Zaadi [coscia sinistra]. Grandveau è una delle più giovani [22 anni] insieme a Nina Dury [21] e Fatou Karamoko [19], ma sembra quasi una veterana nel ruolo di difensore centrale-regista, appena un anno dopo la sua prima convocazione. Sta dividendo i compiti da playmaker con Tamara Horacek, figlia d’arte. Sua madre Vesna Tadic è stata medaglia d’argento con la Croazia ai Giochi del Mediterraneo trent’anni fa. Lei avrebbe voluto giocare a pallavolo poi ha…, poi ha…, poi ha… [maledizione: com’è il participio passato di soccombere?] – poi ha dovuto soccombere. Ha preso il passaporto nel 2014. Avrebbe potuto giocare anche per il paese di mammà, ma dice di sentirsi francese e lo dice con una meravigliosa formula: «È la logica delle cose, ho fatto le scuole in Francia».
Invece per la prima partita dell’Olanda padrona di casa, per la sua vittoria 35-25 sull’Argentina, l’Arena di Rotterdam era sold-out: sette gol per Elke Karsten.
Undici parate per Hafdís Renötudóttir dell’Islanda e il 34% di efficacia nonostante la sconfitta per 27-26 dalla Serbia. Ma l’intervento decisivo è stato quello di Jovana Risović dall’altra parte sull’ultima azione, dopo una partita segata da molti errori, fino a spingere il ct a dare spazio per qualche minuto alla riserva Gordana Petković. Serbia già certa della qualificazione alla seconda fase, come la Germania e il Montenegro.
Oh, poi pare che si sia una specie di faida tra la svizzera Mia Emmenegger e le compagne di squadra norvegesi all’Esbjerg, il loro club in Danimarca. Le scandinave fanno un po’ le sbruffone nello spogliatoio, portano la cioccolata da casa e si vantano che sia la migliore del mondo. Apriti cielo. Emmenegger e l’altra svizzera Tabea Schmid rispondono appena possono con le loro tavolette bianche per convincere il resto del gruppo della supremazia svizzera, così pare di capire che all’Esbjerg si sfondano di tre cose: grassi, zuccheri e cliché. Insomma. A occhio le svizzere sembrano un po’ quei napoletani che si offendono quando un giapponese vince il campionato mondiale dei pizzaioli, ma quando lo vince un napoletano si offendono lo stesso perché basta con i luoghi comuni.
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Tendenze
Il teatro del calcio di rigore
C’è un piccolo teatro nel teatro, e si apre ogni volta che un arbitro indica il dischetto. Una manciata di secondi, una zona di confine, non è più azione e non è ancora esecuzione. È un frammento di coreografia in cui ciascuno conosce il proprio ruolo, un rituale codificato che – come scrive L’Équipe – rivela “un meccanismo ormai noto a tutti”. Il rigore non è mai solo un uomo che posa il pallone e calcia, non è mai solo Nino che non deve avere paura, c’è tutto un mondo che attorno a Nino mette in scena un copione.
Gli avversari cercano un soffio di destabilizzazione, i compagni costruiscono un piccolo cordone umano per proteggere il tiratore. Il Nino è il centro della tempesta, ma non può restare solo. È qui che entrano le strategie, preparate o improvvisate: “C’è ormai tutta una piccola organizzazione per evitare che qualcuno vada a disturbare il tiratore, soprattutto quando gli avversari sanno già chi sarà e cercheranno di punzecchiarlo”, racconta Jean-Marie David su L’Équipe. Una partita nella partita, tra parole e tocchi di disturbo.
Rémy Vercoutre, ex membro dello staff del Lione, lo racconta come un protocollo minuzioso: «Abbiamo messo in piedi un meccanismo con tre giocatori per proteggere il tiratore, per evitare che gli avversari vengano a solleticarlo con parole o gesti». Servono automatismi, dice, perché tutto scivoli senza frizioni: più il tempo si allunga, più il portiere vede crescere le possibilità di parare. Il VAR, paradossalmente, può diventare un alleato di chi ha subito il fischio. Tra la paura di chi prova a schermare e chi l’audacia di tenta l’infiltrazione, lo spettacolo linguistico si scatena. Il trash-talking è materia viva, antichissima. «Potete immaginare come me tutto ciò che può succedere», continua David. “Insulti di ogni tipo – spiega L’Equipe – oppure cose del tipo: ‘Sappiamo dove tirerai’. È pressione, è bluff, è tutto ciò che può servire”. Prendere il pallone, toccarlo per ultimo, rubare un secondo al rituale: anche la superstizione ha un ruolo e si traveste da strategia. Una furbizia – o una fragilità – che racconta quanto il calcio, nei suoi dettagli più minuscoli, sia ancora e sempre un fatto umano. Il teatro finisce solo quando parte il tiro.
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Interpreti
Ode a Pedri e ai centrocampisti che rallentano
Ci sono giocatori che cambiano il corso a una partita senza accelerare, ma fermandone il tempo. Li guardi e non capisci. Non tutto. Non sempre. Li guardi e la cosa migliore che gli viene è una pausa. Jorge Valdano su El País, scrive allora un pezzo poetico, tecnico e filosofico su Pedri e sul rallentamento che imprime al calcio come se fosse un super-potere. Parla di tempo, percezione e intelligenza, Non è vero che nel calcio moderno la pausa sia scomparsa, divorata dalla fretta e dal pressing totale. Valdano ribalta tutto: “Non è scomparsa, semplicemente Pedri se l’è presa tutta”. La pausa, per lui, è “la reinvenzione del tempo e dello spazio — un gesto raro, difficile da capire e difficile da compiere”, serve a guadagnare secondi dove non ce ne sono e creare varchi che non esistono ancora. Pedri incarna un principio antico: “Un giocatore ha sempre un secondo in più di quanto crede”.
Valdano lo segue con il suo sguardo nel cerchio centrale del campo, dove Pedri danza come una trottola senza fretta, circondato ma mai soffocato. Dovunque vada, porta ordine: tiene la palla, accelera, illumina. Ma dopo la trequarti diventa un altro: il regista si trasforma in un destabilizzatore, quello che pesca Lamine e Raphinha con cambi di gioco chirurgici, che filtra palloni attraverso fessure invisibili, quello che a volte esegue passaggi fuori dai comuni pensieri. I gol arrivano come apparizioni, senza rumore: perché Pedri “non grida la sua genialità, gioca con la serietà di un bambino”.
Valdano ricorda che tutto questo è stato visibile presto, e per questo Pedri è stato spremuto fino all’usura: troppe partite, troppe aspettative, troppe richieste per un fisico che non era ancora pronto. Gli infortuni lo hanno frenato, il calcio sempre più fisico ha fatto nascere dubbi sul suo futuro, perfino la sua vita privata è diventata terreno di speculazioni. Ma oggi, dice Valdano, “il corpo lo sostiene e la sua influenza si espande”.
Non è solo un raffinato artista del possesso. Si è fatto robusto, capace di pressare per primo e di correre all’indietro se serve recuperare il pallone. «In un campo di 100 per 70 non lascia un angolo. Eppure, mentre cresce atleticamente, non perde un grammo della sua essenza: Pedri resta quello che manipola il tempo e fa respirare la squadra”.
Il finale è un inchino. I tifosi cantano il suo nome non per incitarlo, ma per evocarlo, come se bastasse pronunciarlo per sentirsi più tranquilli. È il potere calmante della sua pausa, un riparo in tempi frenetici. Pedri ritorna — scrive Valdano — “per incantare e, allo stesso tempo, rasserenare chi guarda”.
La nuova Iga Swiatek nata a Wimbledon
Nei prossimi mesi, Iga Swiatek potrà tornare a Wimbledon da membro onorario dell’All England Club, come succede a ogni campionessa dei Championships. Sarà una sorta di pellegrinaggio personale verso il luogo della sua vittoria più inattesa. Perché quel 6-0, 6-0 in finale contro Amanda Anisimova è stato uno shock dolce, una lama di luce in un anno complicato, culminato comunque con il suo quarto piazzamento consecutivo fra le prime-due al mondo, e tutti noi [tutte e tutti] metteremmo la firma per chiudere un anno complicato ai primi due posti al mondo nella nostra professione. Se è così: com’è che Iga Swiatek fa arricciare nasi e aggrottare sopraccigli?
Lei ne ha parlato in ua intervista con Simon Cambers del Guardian, con sobrietà, dicendo che «qualunque stagione che abbia dentro una vittoria a Wimbledon, la prendo senza esitazione».
Wimbledon, per Swiatek, era sempre stato un luogo enigmatico. Lei dominatrice della terra rossa con quattro Roland-Garros, in Inghilterra aveva sempre trovato l’erba poco familiare. Un tennis da adattare, una sensazione di precarietà. Ma nel 2025 è cambiato tutto, con una preparazione mirata e un torneo in Germania per assaggiare nuovi schemi tattici. Tra la semifinale e la finale ha perfino messo insieme una striscia grottesca e meravigliosa di 22 game consecutivi. «Questo torneo – dice – dimostra quanto il tennis sia uno sport mentale».
La stagione, fino a quel punto, era stata molto molto lontana dalla perfezione: nessuna finale fino a giugno, sconfitte inaspettate sulla terra rossa. Il Wimbledon dominato pareva quasi dissonante rispetto al resto, e infatti il Guardian racconta l’altra faccia del successo: la fatica. Swiatek ha giocato 80 partite, più di chiunque altra sul circuito WTA: un logoramento che l’ha spinta a riflettere sul burnout, sui limiti di una stagione troppo lunga, sulle correzioni necessarie. «Vorrei saltare un paio di tornei, dedicarmi a lavorare davvero sulla tecnica».
Per completare il Grand Slam della carriera le manca solo l’Australian Open, ma la concorrenza non è mai stata così vasta. Swiatek lo sa e con Wim Fissette sta costruendo un piano: trovare equilibrio, mantenere la solidità sulle superfici lente, imparare a integrare le novità tecniche del 2025 nel suo gioco storico. «Il mio obiettivo è combinare tutto con equilibrio, sentirmi più a mio agio con la varietà». La sfida del 2026 è tutta qui, dice il Guardian: unire le parti, trovare armonia, scegliere quando usare ogni strumento. E farlo con la calma che Wimbledon le ha finalmente insegnato.
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La Macchina del tempo
Quando Rino Tommasi era in minoranza su Cassius Clay
Cassius Clay aveva appena chiuso il cerchio. A Las Vegas, contro Floyd Patterson, il ragazzo di Louisville aveva dato due giorni prima la prova che ancora mancava: non era più solo u funambolo chiacchierone davanti ai microfoni, ma un campione che cominciava a definire la misura del suo pugilato. Siamo nel novembre del 1965. “Non v’è dubbio che il match con Floyd Patterson debba essere considerato, fino a questo momento, il più importante di tutta la carriera di Cassius Clay”, scriveva Rino Tommasi su La Gazzetta dello Sport, in un pezzo che provava a mettere ordine tra l’idolo pop e l’atleta.
Fino ad allora, i due incontri con Sonny Liston erano stati un enigma —”talmente sconcertanti – nelle premesse e nel loro svolgimento – da costituire materiale assolutamente inutile ai fini di un giudizio pugilistico”.
A Las Vegas, invece, Clay aveva umiliato Patterson come nessuno aveva mai fatto. Forse l’ex campione non era al massimo, ma “pur menomato, non avrebbe mai potuto subire una simile lezione”. Per Tommasi, la superiorità di Clay era stata schiacciante, evidente, impossibile da ridurre a semplice spettacolo o a gioco d’immagine.
Il giornalista ammette però una certa solitudine. “Mi rendo perfettamente conto di essere quasi solo in questa posizione favorevole a una valutazione assai positiva di Cassius Clay”, scrive. Aveva letto i giudizi dei più qualificati tecnici italiani, e in tutti aveva trovato “un secco rifiuto ad accettare Clay come un grande in assoluto del pugilato mondiale”.
Ma Tommasi non arretra. Il suo discorso è limpido e razionale, costruito sulla difficoltà dei paragoni tra epoche, sul peso della memoria e sull’evoluzione stessa della boxe. “Tentare oggi una classificazione di Cassius Clay in una graduatoria dei pesi massimi di tutti i tempi può costituire argomento d’attualità, ma non è certo impresa possibile”. Troppo giovane, troppo presto per chiudere un giudizio. Eppure, quel che si è già visto basta per distinguere il campione dal personaggio.
Clay, spiega Tommasi, è un pugile atipico. La sua forza non sta nella potenza, ma nella velocità. “È una velocità che Clay esprime soprattutto con le gambe, e che gli permette di portarsi sempre fuori misura, costringendo gli avversari a inseguirlo per tutto il ring”. Un modo di combattere nuovo, quasi indecifrabile, in cui la danza diventa uno strumento micidiale. “Come prenderlo? come colpirlo?”, si chiedeva Tommasi. Nessuno trovava risposta.
Per chiarire la sua posizione, il giornalista allarga allora lo sguardo alla storia. Ricorda Louis e la sua tecnica, Marciano e la sua ferocia, Dempsey e il suo coraggio, Tunney e la sua eleganza. “Louis poteva sembrare tutt’altra cosa, una tecnica più ortodossa, una potenza maggiore, uno stile più piacevole. Ma Marciano? Marciano è stato grande perché incassava anche le cannonate”. Eppure, nel confronto con quei giganti, Clay non sfigura affatto. Ha già qualcosa di unico, una superiorità netta e una calma diversa, come se avesse scoperto un ritmo segreto del ring che gli altri non riuscivano a sentire.
Tommasi ricorda che Clay, a soli diciotto anni, ha vinto le Olimpiadi e che da professionista conta già 22 incontri e altrettante vittorie, di cui diciotto prima del limite. “Una sola volta – scrive – Clay è stato messo alla frusta, nel 1963 da Doug Jones al Madison Square Garden”. Tutto il resto è stato dominio. Certo, ammette, il panorama dei pesi massimi non è forse all’altezza dei tempi d’oro. “È il discorso del guercio e dei ciechi”, dice. Ma non per questo gli passa per la testa di negare la grandezza che si intravede in Clay. La sua superiorità, in quel momento, gli pare così evidente che tra lui e gli altri ci sarebbe stato spazio “per pugili ben più validi dei vari Terrell, Folley o Chuvalo”.
E in chiusura, Tommasi lo riafferma senza esitazioni: “Forse io ho un debole per lui. L’ho classificato al quinto posto nel novembre del 1961, quando Fleischer non lo poneva nemmeno tra i primi venti. Ma sin d’ora penso si possa considerarlo un grande. Il più grande di tutti? Troppo presto per affermarlo, ma troppo presto anche per escluderlo”.
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Oggi
Il PSG a casa di Pogba
Il Paris Saint-Germain arriva a Monaco dopo aver segnato undici gol in tre partite, ma senza la certezza di trovare un vero avversario. Una delle poche squadre teoricamente in grado di far vacillare il dominio dei campioni, non incute timore: l’era Pocognoli non decolla, le tre vittorie in nove partite lo confermano.
Vincent Duluc su L’Equipe risponde con prudenza e scetticismo alla domanda se possiamo aspettarci una sorpresa. Il Monaco è reduce da una settimana pesante: il pareggio subito a Paphos negli ultimi minuti l’ha assommés, l’ha stordito, e la sconfitta pesantissima di Rennes è stata appena mascherata dal ritorno di Pogba. L’impressione è che il gruppo viva in una nuvola di complessità, come se ogni partita si portasse dietro un dubbio di fondo.
Il paradosso è che il PSG non è ancora la corazzata perfetta come un anno fa, eppure avanza. Vince, cresce piano, sopravvive alle sue prime mezz’ore mediocri e si regge soprattutto sulla qualità del centrocampo. Con un Vitinha in formato Pallone d’oro. La possibile svolta è il rientro di Dembélé: non sarà subito quello della stagione scorsa, ma può cambiare geometrie e intenzioni, offrire ciò che Luis Enrique cerca da mesi senza trovarlo. “Può già cambiare molto, con i suoi movimenti e la sua connessione con gli altri” scrive L’Equipe. “Progredire mentre si vince è un lusso raro”. La squadra non è brillante, ma accumula passi avanti facendo punti. A differenza della scorsa stagione, attaccato a Parigi c’è l’OM.
Quanto a Pogba, sostiene ancora L’Equipe, in un altro pezzo, “il motto rimane lo stesso: costruire gradualmente. In ogni stadio visitato, inevitabilmente scoppiano scene di giubilo. Anche dopo 811 giorni lontano dal campo, la popolarità del campione del mondo rimane altissima”. Mercoledì è successo a Cipro. È stato comico sentire il pubblico locale gridare Pogba Pogba quando hanno creduto di vederlo, mentre era ancora negli spogliatoi. Oggi è la prima volta allo Stade Louis-II.
ore 17 su Sky Sport
Il marsigliese che tiene unito il Marsiglia
Om sweet homme. L’Equipe giuoca con le parole e racconta il lavoro di Pancho Abardonado a Marsiglia, diventato anno dopo anno un pezzo di arredo portante della squadra, un uomo che attraversa epoche, rivoluzioni e allenatori senza mai perdere il suo posto né la sua funzione. Dal centro di formazione nel 2016 alla promozione con Sampaoli nel 2021, l’ex difensore di casa è oggi la presenza che tiene insieme i pezzi dello staff sterminato di De Zerbi, la presenza che «non divide nessuno, nemmeno per sbaglio» secondo le parole di un collaboratore.
Lo vedono arrivare in campo con le pettorine, giocare con i giovani come un vecchio zio del quartiere, poi ritrovarsi accanto ad Andrea Maldera per preparare corner e punizioni, oppure animare da solo un esercizio di finalizzazione. Lavora ovunque, con tutti, al massimo: è la disponibilità fatta persona, quello che uno dei suoi amici definisce «un animale che si adatta a tutte le stagioni. E questo fa capire perché nessun cambiamento tecnico l’abbia mai scalfito.
La sua presenza è preziosa non solo per la competenza ma anche per la sua capacità naturale di creare legami, stabilizzare l’ambiente, ricordare a tutti che cosa significa essere all’OM. È la “fibra marsigliese”, come dice Nicolas Girard: radici, linguaggio, quartiere, e allo stesso tempo studio, aggiornamento, capacità di parlare di calcio a qualunque livello. Per questo gli allenatori che arrivano, da Tudor a Gattuso, da Marcelino a De Zerbi, lo trovano già dentro il gruppo e finiscono quasi sempre per tenerlo: conosce il contesto, conosce il club, conosce i codici.
Il ritratto de L’Equipe si apre sul suo futuro. Abardonado sogna un giorno di lanciarsi come capo allenatore, magari in una squadra di Ligue 2, oppure una di C, qualcosa che lo metta davanti alla responsabilità totale..
ore 21.05 su Sky Sport
Il ritorno dopo nove mesi di Antoine Dupont
Il ritorno di Antoine Dupont somiglia a una mattina di Natale: l’attesa lunga nove mesi, la curiosità sul regalo sotto l’albero, e quel dubbio sottile se nella scatola ci sia il giocattolo che fa luce, rumore e magie – oppure una versione meno scintillante. I calzini, per esempio. Una sciarpa. Un maglione a collo alto. I bambini degli anni Settanta non conoscevano tutti Babbo Natale. I giocattoli li portava la Befana, solo che il giorno appresso cominciava la scuola. Il rugby francese si sveglia così, sospeso tra entusiasmo e interrogativi, perché dall’ultima apparizione del suo artista, l’8 marzo in Irlanda, il tempo si è dilatato e le aspettative pure.
Nessuno metterebbe in discussione la natura del personaggio: un fenomeno che ha travalicato i confini del suo sport, e che – come ricorda L’Équipe – ha vissuto una parentesi nel gioco a sette per vincere l’oro olimpico, “irrazionale per la facilità dell’adattamento e la grandezza dei suoi successi”.
Eppure l’alieno, questa volta deve tornare sulla terra. La rottura dei crociati del ginocchio destro a Dublino ha spinto la sua carriera su un sentiero nebbioso. Dupont c’era già passato nel 2018 ed era rientrato otto mesi dopo. Ma quel Dupont aveva 22 anni. Questo ne ha 29: il corpo ascolta in modo diverso, e la mente pure.
Jean Bouilhou, allenatore degli avanti del Tolosa, non vende certezze: «Non ho sentito un calo rispetto a ciò che faceva l’anno scorso, direi che siamo piuttosto rassicurati di vederlo a questo livello», confida a L’Équipe. È una fiducia costruita giorno per giorno, scandita da una riabilitazione che sembra un giro del mondo: la corsa in Svizzera, il rinforzo negli Stati Uniti, il lavoro sugli appoggi in Qatar. Un protocollo scientifico, coordinato tra staff tecnico, fisioterapisti e preparatori: tutti convinti che fosse possibile riportarlo al punto esatto da cui era caduto. E poi c’è l’altra metà del rientro, quella psicologica. Cosa attraverserà la sua testa quando si siederà in panchina, poi quando toglierà la pettorina, poi quando tornerà al suo elemento? Davanti avrà Hassane Kolingar, tre volte vittima dello stesso infortunio. «La prima volta è la più dura», racconta il pilone del Racing, avversario stasera del Tolosa. «Quando arrivi alla settimana della ripresa, non pensi più al ginocchio: sei sulla strategia, sull’avversario». E si dice certo che Dupont, con il suo temperamento, abbia già spostato lo sguardo in avanti.
Negli ultimi mesi, ha avuto il tempo per studiare, osservare e immaginare. Dupont non mette la maglia del Tolosa dal 19 gennaio contro il Leicester. Nel Top-14 manca dal 27 ottobre 2024. Questa sera l’eternità finisce.
Jeanne Richard e Océane Michelon
Eppure va, eppure funziona. L’Affaire Julia Simon non ha fatto implodere la Nazionale femminile francese di biathlon, candidata a una collezione di medaglie alle Olimpiadi di Milano-Cortina. “La squadra regge senza crollare” scrive Laurent Vergne su Eurosport France, dove per affaire Julia Simon si intende la condanna a tre mesi della campionessa per furto e frode della carta di credito della compagna di squadra Justine Braisaz-Bouchet. Ha ricevuto anche un mese di sospensione dalle competizioni.
È una situazione pesantissima, eppure lo scontro non si è visto in pista. La Francia ha continuato a vincere e persino a essere campione del mondo in staffetta a Lenzerheide, con Braisaz che ha passato il testimone nell’ultima frazione proprio a Simon.
Martin Fourcade dice che in altri sport sarebbe saltato tutto per aria, ma lo staff sta parando i fulmini, soprattutto Cyril Burdet, responsabile della squadra. Julia Simon sta continuando gli allenamenti, ma con difficoltà di concentrazione al tiro. Sa che ogni gesto al suo rientro verrà analizzato. E teme anche che lo spogliatoio non potrà più ignorare l’accaduto.
Justine Braisaz-Bouchet esce da questa storia come una gigante. È la vittima, eppure mantiene equilibrio, fair-play, capacità di separare la storia personale dall’ambito professionale. Un comportamento che molti considerano esemplare. Come se non bastasse, è emerso un secondo episodio: Jeanne Richard è stata sorpresa mentre cercava di manipolare la carabina della compagna Océane Michelon. È stata colta sul fatto proprio da Braisaz-Bouchet. Lei si difende dicendo di essere entrata solo per lasciare un sacchetto di Smash! Michelon parla di una chiave dinamometrica che avrebbe avuto in mano. Parola contro parola, staff paralizzato, federazione ansiosa di evitare un nuovo incendio. C’è stata una piccola sanzione [l’esclusione dai primi due raduni] e la faccenda è stata insabbiata in fretta – questo è il termine che adopera L’Equipe – con un comunicato che sembrava dire: ehm, andiamo avanti, su.
L’ambiente continua a gonfiarsi di voci, silenzi imposti, divieti di parlare alla stampa, tentativi goffi di controllare la narrazione. Ma oggi, mentre la stagione olimpica si apre con la staffetta di Östersund, Richard dovrà passare il testimone proprio a Michelon, ci risiamo, e il biathlon francese si trova di nuovo di fronte alla tensione e alla convivenza forzata, senza poter smettere di funzionare.
Lou Jeanmonnot su L’Equipe prova a capovolgere il senso delle vicende, dice di no vedere perché ci dovrebbero essere più danni quest’anno che negli altri. È un gruppo che si è allenato nella tempesta, e che nella tempesta ha trovato una forma di forza. L’Équipe azzarda: questa squadra è diventata maestra nel trasformare gli scandali in carburante competitivo. Nulla indica che possa crollare adesso. Nemmeno dopo tutto questo. Ma è un altro segnale di un contesto delicatissimo. A Eurosport France si dicono certi che il gruppo continuerà a reggere.
ore 13.10 su Eurosport
Guida allo sport in tv di oggi
La giornata in Premier, Perugia vs Conegliano di volley
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L’ultimo scroll
Kastoria
69 giorni a Milano
La fiaccola ha dormito ieri sera a Metsovo, la città delle costruzioni in pietra tra le vette dell’Epiro. All’alba si è rimessa in viaggio attraversando la catena montuosa del Pindo lungo strade tortuose e boscose per raggiungere Grevena, famosa per i ponti in pietra e l’abbondanza di funghi, dove a inizio Novecento si stabilirono numerosi perseguitati in fuga dall’Asia Minore e dalla Tracia orientale. Tra loro c’era Konstantinos Taliadouris, in seguito ministro nel governo di George Papandreou. Il percorso prevede poi una tappa a Kozani, 120 km da Salonicco, 470 da Atene, la culla dello zafferano e sede della seconda biblioteca più grande del paese con 153 mila volumi e numerose rarità, tra cui uno dei 17 originali superstiti della Carta di Rigas Feraios, una mappa della Grecia che è una delle opere più rilevanti dell’illuminismo del paese.
Il viaggio prosegue verso Ptolemaida, la seconda città più grande della Macedonia occidentale, testimonianza della trasformazione industriale e ambientale della nazione, con le sue centrali termoelettriche che sfruttano la lignite della zona. Nella discesa verso sud-ovest si tocca poi Argos Orestiko, una città ricca di antiche leggende. Si diceva che fosse stata fondata da Oreste, figlio di Agamennone, fuggito da Argo nel Peloponneso dopo l’assassinio di sua madre Clitennestra. Il luogo esatto dell’Argos Orestiko classica non è stata trovata. Ma sulla base di prove epigrafiche, il centro amministrativo si trovava vicino al centro dell’attuale città, in un sito chiamato Armenochori. Durante la campagna di Alessandro Magno in Oriente, i coloni della città fondarono un’altra Argos Orestiko nelle lontane steppe scite durante il IV secolo a.C.
Il traguardo finale della marcia di oggi è fissato a Kastoria, in un millennio e mezzo di storia assediata e conquistata da bulgari, normanni, turchi, un centro che deve la sua prosperità al commercio di pellicce. Sul nome della città gli studiosi si dividono da tanto: chi dice che c’entrino i castori, chi propende per la posizione che assomiglia allo scheletro di un pesce, qualcun altro opta per l’ipotesi che sia collegato a Castore, perché la mitologia locale afferma che fu costruita dal suo fratello Polluce. È uno dei luoghi chiave della resistenza greca contro il nazifascismo della seconda guerra mondiale ed è la città greca che conserva i più larga misura la memoria bizantina [80 chiese]. Si trova al centro del Lago Orestiada: negli inverni, quando ghiacciava, gli abitanti usavano per muoversi slitte improvvisate, costruite con ossa di mulo, bottiglie di birra e panni spessi per scivolare. Non chiedete come.
La collezione di nostalgie di zibi Boniek
➣ Ha nostalgia di quel calcio?
«Il calcio è cambiato come tutto il resto, la tecnologia, il modo di essere. Con i social media ognuno si crea il proprio mondo. Tutto passa più velocemente. Se deve dire il film della sua vita, non le verrà in mente uno degli ultimi dieci anni. Nel calcio c’è gente che riesce a elencare gli undici titolari di una squadra del passato: lo chieda a un tifoso di oggi. Non lo sa … Una volta nello spogliatoio si parlava un’unica lingua, quella italiana. E c’era più amicizia tra i giocatori, perché c’era meno rivalità: si era in 11 titolari, 4 riserve e tre della Primavera».
➣ Dicono che lei sia contrario alla Var.
«La Polonia fu il primo paese ad adottarla, ma non ne sono entusiasta. Non puoi rinunciare a quello che gli occhi di un arbitro possono vedere. Non cessano le polemiche, oggi sono diverse, si litiga sui centimetri».
➣ In Italia c’era il campionato più bello del mondo. E poi?
«Una volta era una religione, tutti in campo la domenica alle 3 del pomeriggio, gli stadi pieni».
➣ La Juve ha lo stadio nuovo ma si è «normalizzata».
«La nostra Juve era diversa, Boniperti chiamava mia moglie: tutto bene, signora? Dica a suo marito che deve tagliarsi i capelli».
➣ L’Italia andrà ai Mondiali?
«Ve lo auguro con tutto il cuore, è un problema per i bambini, se lo mancate per la terza volta, quelli dai 6 ai 18 anni non potrebbero aver tifato per la Nazionale».
➣ I giocatori oggi sono ricchi e viziati: un tempo era diverso?
«Intanto non esisteva la playstation. Io a Villar Perosa giocavo a scopone con Zoff, Furino, Tardelli e Paolo Rossi. Vivevamo insieme. Questi hanno le cuffie in testa e si isolano». – intervista di valerio cappelli, Corriere della sera, 27 novembre
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