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# 1 giorno a Liverpool vs Real Madrid
► JANNIK SINNER ha vinto il torneo di Paris-Nanterre battendo Félix Auger-Aliassime in finale. È tornato al numero 1 della classifica, fra sette giorni non lo sarà più. Jasmine Paolini ha perso al debutto nelle finali WTA con Aryna Sabalenka.
◇ La vittoria dell’Inter sul Verona e quella del Milan sulla Roma hanno accatastato quattro squadre nel giro di un punto e sei nel raggio di quattro.
◇ Benson Kipruto ha vinto la maratona di New York battendo per 16 centesimi di secondo Alexander Mutiso. È il distacco minimo fra i primi due nella storia della corsa. Furono trenta nel 2005 fra Paul Tergat e Hendrick Ramaala. Kipchoge è arrivato 17°, Bekele si è ritirato.
◇ La Nazionale femminile indiana ha vinto per la prima volta nella storia i Mondiali di cricket e la faccenda ha un’importanza che va oltre lo sport [se ne parlava qui]
Mi sono divertito
Giovanni Galeone
L’ultimo viaggio del marinaio Galeone
Se n’è andato nel giorno in cui è morto pure Pier Paolo Pasolini, per ricordarci di aver attraversato il calcio con le letture fatte e certi pensieri che vengono davanti al mare, guardando l’orizzonte. Se sei nato o cresciuto in un posto dove ce l’hai davanti agli occhi, devi scegliere se restare con i piedi nel bagnasciuga oppure alzare le vele e prendere il largo. Giovanni Galeone le vele ce le aveva nel cognome. Ha attraversato il nostro gioco più popolare come un magnifico eretico, mettendoci dentro eleganza e meditazione, bellezza e ironia. C’è stato un periodo in cui pareva un oracolo. Lo chiamavano il Profeta. Spettinato, arruffato, ma un Profeta. Una volta gli domandarono allora dove avrebbe fatto giocare Recoba e lui rispose: «A Montevideo, o nel Perugia o nel Lecce».
Amava Brecht, Sartre e il 4-3-3, detestava soprattutto il conformismo. Quando gli domandarono della sua preferenza per Prévert, disse che si trattava di una «leggenda sbagliata messa in giro non so da chi: Prévert è noioso, il mio calcio allegro».
Era figlio di una signora appassionata di lirica e nostalgica della monarchia, di un ingegnere dell’Ilva, liberale, uno che credeva in Giovanni Malagodi, un progettista dell’altoforno di Taranto. Per questo Galeone è nato a Napoli, dove la fabbrica aveva sfregiato un panorama con una promessa di benessere industriale. Aveva vissuto a Bagnoli sotto quel cielo che diventava rosso, e non per il tramonto, e si infuriava con chi giudicava casuale le sue origini. «Non scherziamo. Io ho vissuto la guerra lì. Parlo napoletano e guardo Gomorra senza i sottotitoli». In casa si leggevano Il Borghese, Julius Evola e Guareschi. Poi dice che uno si butta sinistra. Aveva tanto desiderato allenare il Napoli e gli dèi lo punirono accontentandolo. Fu uno dei quattro che si alternarono in panchina nell’anno della retrocessione in B con 14 punti. «Sono stato presuntuoso – disse – se da un posto si dimette Mazzone, significa che non c’è speranza».
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I temi del giorno
Il campionato senza padroni
Quattro squadre racchiuse in un punto, sei squadre nel giro di quattro. Due rigori parati hanno segnato questa classifica. Se fossero entrati quelli presi da Milinkovic-Savic e da Maignan, oggi la Roma sarebbe da sola in testa con 22 punti, Napoli e Inter 21, Milan 19. La classifica attuale ha un precedente nel 2011, quando dopo dieci giornate comandavano Milan e Juventus con 20 punti, Udinese e Lazio ne avevano 19.
Paolo Condò sul Corriere della sera fa notare che “l’Inter ha vinto a Verona utilizzando per la prima volta i minuti di recupero, la finestra che racconta la profondità di un organico. C’è voluta un’autorete, il che aggiunge all’episodio la componente fortuna, ma il pallone in area l’ha mandato Barella, il primo a sfiorarlo di testa è stato Frattesi e quello la cui presenza ha ingannato Frese è stato Esposito, tutti interisti freschi in quanto cambi entrati da poco. La cura di Chivu nel ruotare gli uomini è più che visibile, quasi ostentata, il che ci dice che il business plan è la ripetizione della stagione scorsa fino ad aprile, ma arrivandoci con ben altre energie (e attaccanti di scorta) per non piantarsi in volata”
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Le analisi
L’ostinazione di Guardiola nel credere alla tecnica
Il juego de posición, le squadre popolate da centrocampisti fini e tecnici, stanno cedendo il passo a muscoli e calci piazzati. Il paesaggio tattico che Guardiola aveva scolpito si è evoluto, e lui, inevitabilmente, con esso. Come scrive Jonathan Wilson sul Guardian, “il rivoluzionario di ieri è il reazionario di oggi”. Ci risiamo con l’abiura? Sì e no. Per anni Pep Guardiola è stato la frontiera del nuovo mondo, il sovvertitore delle regole, colui che aveva riscritto la grammatica del gioco. Ma il tempo passa, dice Wilson, e anche i profeti devono aggiornare le proprie tavole della legge.
Da Manchester a Barcellona, Guardiola è rimasto fedele ai suoi principi — “non gli importa scegliere un giocatore che non arriva al metro e ottanta o che non ha le spalle di un vogatore olimpico” —, ma la rivoluzione che aveva iniziato ha cambiato direzione. Contro il Bournemouth, la sua formazione è sembrata quasi un ritorno a nove anni fa: Bernardo Silva e Phil Foden come falsi 8 accanto a Nico González, Doku largo a sinistra e Rayan Cherki che rientrava da destra. Anche i terzini, trasformati in centrocampisti, evocavano l’antico spirito del City.
La differenza è che i gol non nascono più da venti passaggi e un taglio dal fondo: oggi il classico gol del City è la verticalizzazione immediata per Erling Haaland, “spietato come forse nessun attaccante lo è mai stato nei faccia a faccia con il portiere”. Due volte il norvegese è stato lanciato da Cherki, due volte ha segnato con facilità quasi irrisoria. È una metamorfosi inevitabile. “Anche Guardiola deve muoversi con i tempi”, scrive Wilson. In un calendario senza tregua, il suo fútbol posizionale puro non è più sostenibile. Così il City ha imparato a stare basso, a colpire in ripartenza, a usare la potenza di Haaland come arma primaria. Ventisei gol in sedici partite tra club e nazionale, un ritmo da creatura mitologica.
Cherki resta, per talento e visione, un giocatore perfettamente “guardioliano”, anche se non rientra del tutto nello stereotipo degli scolari obbedienti evocato da Zlatan Ibrahimović. Quando domina il pallone, il City domina con lui. Ma questa squadra, nota Wilson, “resta un insieme di molte buone parti che ancora non si incastrano del tutto”.
Eppure, Pep non segue ogni moda: nonostante la Premier sia diventata un laboratorio di calci piazzati, il City è l’unica squadra del campionato a non aver ancora segnato su palla inattiva. È una scelta consapevole, perché la sua è una squadra minuta — quattro dei cinque centrocampisti sono sotto il metro e ottanta — e poco adatta a minacciare di testa le difese avversarie. Forse Guardiola ha ragione, conclude Wilson: “La tecnica unita all’intelligenza tattica finirà per prevalere”. Ma resta uno dei pochi ad avere il coraggio di crederci ancora.
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Dai campi
Kvaratskhelia si è buttato a destra ma non gli piace
Nove partite di campionato, cinque da titolare, nessun gol, due assist. Anzi – come scrive L’Equipe – solo due assist. Abbastanza da alimentare la tesi di un giocatore che si accende solo quando il livello si alza. Il soggetto si chiama Kvicha Kvaratskhelia. Scrive Loïc Tanzi che bastava guardare la rabbia di Kvaratskhelia dopo la deviazione decisiva per Gonçalo Ramos, la corsa a festeggiare Lee Kang-in e la gioia liberatoria dopo il gol del 2-1 al 94’ contro il Nizza, “si poteva indovinare il sollievo del georgiano”. Kvara sapeva che quell’assist gli aveva appena salvato la partita. Gli aveva salvato il voto in pagella nelle cattivissime pagelle de L’Equipe. Perché, al di là di quel colpo di testa sul primo palo per mandare in orbita Ramos, KK aveva attraversato ancora una volta la Ligue 1 come “un elemento senza un grande impatto”.
Ah, la France, la France. Ah mon Dieu mon Dieu. Nella città di Psrtenope – forse per un retaggio della dominazione angioina o forse per Gioacchino Murat – le signore di metà Novecento prese da impazienza e insofferenza esclamavano: Buon Dio della Francia, fammi andare a Parigi a vedere Luigi. In certe case, in talune case, gli uomini replicavano con Buon Dio della Francia, fammi andare a Parigi a vedere le ballerine. In un caso e nell’altro veniva fortemente compromessa la laicità del paese. Comunque. Buon Dio della Francia, madame e monsieur, se non siete contente di Kvaratskhelia, potete pure rimandarlo indietro. In Pasrtenope non si offende proprio nessuno.
In Champions due partite, due gol e un assist. Anche nella mezza stagione 2024-25, il contrasto è stato netto: quattro reti in quattordici gare di Ligue 1, tre in nove d’Europa. Sabato sera è stato il giocatore che ha toccato più palloni nell’area avversaria [17]: in Italia per arrivare a 17 palloni nell’altra area devi sommare due-tre partite. “Ma per quale risultato? – si chiede L’Equipe – due tiri, nessuno nello specchio. Il primo, dopo uno slalom incantevole, troppo morbido per spaventare il portiere Diouf. Poco, per un’ala a cui tocca aprire le serrature chiuse”.
Per capire questo inizio altalenante, scrive L’Équipe, bisogna guardare “al suo posizionamento”. Partito a destra ma spesso in alternanza con Barcola, Kvara ha confermato che a sinistra si sente di più a suo agio. Da lì le sue discese palle al piede – chi ne sa le chiama conduzioni – diventano più taglienti e il suo dribbling si fa più naturale. La lunga assenza di Désiré Doué complica tutto: Barcola non ama la fascia opposta, e Kvara si ritrova a metà del guado. Quel che non cambia è “a destra o a sinistra, Kvaratskhelia resta prezioso per i suoi sforzi difensivi”. E comunque in questo momento pure un terzino al Napoli fa comodo.
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Interpreti
Il ritiro di Bopanna
Quarantacinque anni. Può bastare. Può finire qui la carriera di Rohan Bopanna, nel 2024 l’uomo più anziano nella storia a conquistare un titolo di Slam [a Melbourne in coppia con Matthew Ebden] e il più anziano a diventare numero uno, dopo due finali perse a New York e cinque semifinali tra Parigi e Wimbledon. Al Roland-Garros si era preso un titolo nel misto – anno 2017 – con la canadese Gabriela Dabrowski. Un tipo che se ne va “alla fine di una carriera ventennale che ha toccato il suo apice proprio mentre si avvicinava al tramonto”, scrivono Hansen e Futterman su The Athletic.
artefici
Il numero uno di Jannik Sinner
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Ah già. Quella cosa di Jannik Sinner numero uno. O meglio: virtualmente numero uno. Con la scadenza. Lunedì sarà di nuovo due. Numero uno per quel gioco di incastri e scarti di punteggi. E però. Si tratta davvero di un risultato enorme, perché per tre mesi Sinner non ha alimentato la sua classifica, fermo per il patteggiamento firmato con la WADA sul Clostebol. L’asterisco sulla sua condizione sparirà tra fine inverno e inizio primavera, quando si gioverà del fatto di non dover scartare nulla. Potrebbe prendere il largo, e poi come un elastico tutto si accorcerà di nuovo da giugno in avanti, quando dovrà di nuovo difendere la merce in deposito.
Come si vede la classifica settimana per settimana non è che un giochino. Misura un rendimento, non una dimensione. Se il Principe Vacherot va a dormire una sera da numero 240 al mondo e si sveglia l’indomani mattina come numero 30, ai calcoli di quel computer dovremmo dare un senso pieno solo a fine anno.
A fine anno Jannik Sinner sarà numero uno se 1] vince il Masters e Alcaraz non vince nessuna partita [possibilità: mmm], 2] vince il Masters dopo almeno due successi nel girone e Alcaraz non ne vince più di una [possibilità: mmm], 3] vince il Masters da imbattuto nel girone e Alcaraz non raggiunge la finale dopo aver vinto non più di due partite [possibilità: bah]. Se poi siete di quelle personcine che oggi dicono peste e corna degli algoritmi, se del tennis vi piace l’odore del napalm negli Slam e degli scontri diretti, sappiate che dal 2024 a oggi Jannik ha giocato 12 finali contro avversari che non fossero Carlitos e ne ha vinte 12. Contro Alcaraz ne ha giocate sei e ne ha perse cinque.
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La Macchina del tempo
I quarant’anni della punizione di Maradona
Era il 3 novembre del 1985 e stava arrivando il futuro. La Juventus aveva vinto otto partite su otto, a Napoli perse la nona. Candido Cannavò dedicò a quel risultato il suo editoriale in prima pagina sulla Gazzetta: “Due cose sappiamo adesso – scrisse – che la splendida nuova Juve costruita da Boniperti può anche perdere; e che il dotatissimo e ricco Napoli costruito da Ferlaino può finalmente andare oltre al fascino irresistibile di Maradona, agli incassi di miliardi e a una generica spettacolarità. Sono queste le due verità che si sono visualizzate nel momento magico in cui Maradona ha messo in rete – per conto di tutta l’Italia non juventina – il pallone di una vittoria che sembra estratta dal mondo dei sogni. La Juve ridiscende sul pianeta Terra dopo la sua missione spaziale e vi ritrova un Napoli entrato di slancio tra le grandi potenze del nostro calcio. I risultati più agognati sono i più difficili da raggiungere. E la statura del Napoli – che ha salvato il campionato – si misura oggi con la concretezza, la determinazione e i meriti di questa missione compiuta”.
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Oggi
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