I quarant’anni della punizione di Maradona 

     

I quarant’anni della punizione di Maradona 

Era il 3 novembre del 1985 e stava arrivando il futuro. La Juventus aveva vinto otto partite su otto, a Napoli perse la nona. Candido Cannavò dedicò a quel risultato il suo editoriale in prima pagina sulla Gazzetta: Due cose sappiamo adesso – scrisse – che la splendida nuova Juve costruita da Boniperti può anche perdere; e che il dotatissimo e ricco Napoli costruito da Ferlaino può finalmente andare oltre al fascino irresistibile di Maradona, agli incassi di miliardi e a una generica spettacolarità. Sono queste le due verità che si sono visualizzate nel momento magico in cui Maradona ha messo in rete – per conto di tutta l’Italia non juventina – il pallone di una vittoria che sembra estratta dal mondo dei sogni. La Juve ridiscende sul pianeta Terra dopo la sua missione spaziale e vi ritrova un Napoli entrato di slancio tra le grandi potenze del nostro calcio. I risultati più agognati sono i più difficili da raggiungere. E la statura del Napoli – che ha salvato il campionato – si misura oggi con la concretezza, la determinazione e i meriti di questa missione compiuta.

L’Inter non ne approfittò. Prese tre gol a Firenze. Il campionato non venne salvato. Ma sette mesi dopo Diego avrebbe vinto i Mondiali e dopo altri 17 lo scudetto. Bruno Tucci sul Corriere della sera gli scrisse una ode: Piccolo, grande uomo, come ti chiami? Nel mondo hai un soprannome. Pibe de oro, ma forse bambino non lo sei più. Napoli, adesso, è diventata la tua città, perché Napoli ti ha compreso, ti ha coccolato, ti ha dato il suo cuore, ti ha reso quel che tu gli hai donato, ti ha innalzato a divo dei divi.  

Quarant’anni più tardi, oggi fa forse sorridere un certo racconto della città, ma ogni tanto riaffiora ancora – anche questo va detto.

Oggi è lunedì, ricominciano i guai di tutti i giorni. Il capufficio che ti strapazza, la moglie che mugugna, i figli che non studiano, i soldi che non bastano, il bilancio che non quadra mai. Napoli è maestra, purtroppo. Di guai ne ha da vendere. Antichi e meno antichi. Sono dietro l’angolo – scriveva Tucci – li puoi toccare con mano. È vero che Napoli ha inventato l’arte di arrangiarsi, l’economia del vicolo, il doppio lavoro ad ogni costo, pur di sopravvivere. Ma la realtà è difficile, pur se la necessità aguzza l’ingegno. Non è facile sbarcare il lunario, però questa settimana sarà diversa. Grazie soprattutto a Maradona, a questo piccolo grande uomo che compie miracoli con la palla al piede.

Gianni Brera su la Repubblica scrisse che “la Juventus dovesse perdere a Napoli era quasi inevitabile”. Tutto, nel sabato del San Paolo, odorava di destino. C’era un’attesa “che per una volta non è enfatico né esagerato definire spasmodica”. Brera trovò una città che viveva come in apnea, trattenendo il fiato in quella pioggia sciroccale – disse – che sapeva di febbre e superstizione. Maradona parlava di scudetto con quella “felice e persino generosa sicumera” che solo lui poteva permettersi. E alla fine, persino i napoletani veraci, prudenti per natura, avevano ceduto al sogno. Sul lungomare, racconta Brera, i “pietromicca di Napoli” non dormirono: caroselli, clacson, trombe, un ronzio continuo alle finestre dell’albergo bianconero. C’è nel suo pezzo perfino un De Crescenzo insonne, al secondo piano, tormentato dai cori dei vicoli. 

Quando la pioggia scese sul San Paolo, tutto si fece fango, rumore, teatro. Maradona — “il senza collo”, come lo chiamò Brera con ironia — inciampava, sbagliava, dribblava nell’acqua come “un orsetto panda infregolito dalla pioggia sciroccale”. Poi, d’improvviso, la luce. “Ha scucchiaiato di mezza punta interna la palla d’un due calci sopra l’incombente barriera” — la palla si è fatta ambigua, ha volitato verso la porta e poi, improvviso, piegato e picchiato a destra“, là dove Tacconi non poteva più arrivare.

Quel gol non aveva solo battuto la Juventus: aveva piegato la fisica, l’attesa e la ragione. Fu una settimana di pioggia e di miracoli, disse Brera, “a questo prodigio sono svenuti ben sette napoletani, due dei quali hanno rischiato l’infarto. Non dimenticherò mai simili scene di amenissima follia collettiva”.

Gianni Mura, sempre su Repubblica, intuì come sarebbe andata a finire questa storia. Scrisse che a Napoli, quel giorno, c’era un solo uomo al comando della nave dei sogni. Indossava la maglia biancoceleste e aveva un sinistro che non perdonava. Dicono abbia scavalcato san Gennaro, che non ha il vantaggio di esibirsi tutte le domeniche”. Il suo pallonetto, gesto e quartiere, gli parve la firma di un’allegria beffarda, di una faccia “fin troppo ovvio definire da scugnizzo”. 

Napoli, che aveva innalzato e poi consumato i suoi profeti del Nord — Jeppson e Krol, più per necessità che per convinzione — in Maradona ha trovato il ritorno del figlio, non l’arrivo di uno straniero. “Il figlio del falegname di Lanús a Barcellona era un emigrante, a Napoli no”, scrisse Mura. È come se “in jumbo fosse tornato il nipote di quelli partiti sui bastimenti dal molo dell’Immacolatella”. E in quella coincidenza tra basso e barrio, Maradona ha smesso di essere un giocatore del Napoli: è diventato “uomo-città”.

Parla come un ministro – faceva notare Mura – con una gravità nuova, quasi diplomatica. “Piaccio tanto ai bambini perché anch’io sono un bambino”, risponde lui, con la limpidezza disarmante di chi è vero fino in fondo. Maradona parla per tutti, “per Ferlaino e Allodi, per Marino e Bianchi, per Ciccillo e Pascalone”. In quella giornata nordica, di pioggia e fango, “quando anche Dio sembrava juventino”, il piccolo re ribaltò la trama. Una carezza alla palla — “un altro gol da violinista, un trillo ad effetto”. La palla non entra: per Mura vola, indugia, plana “come un uccellino, in volo lento e sempre nuovo”.

Maradona, nello sguardo di Mura, non era solo un simbolo: era già diventato un sentimento. È “un razzo nella città dei fuochi”, un uomo che si lascia trascinare, che ascolta “le voci dal basso”, che vive la folla non come un peso ma come il suo elemento naturale. E Napoli, attorno, canta e conta: “l’unica grande città indivisa nel tifo, unanime nell’accendersi e nell’aggrondarsi”. Raramente, ancora parole di Mura del 1985, “il nostro calcio ha mostrato un’adesione così immediata fra l’anima di una città e quella di un uomo”. Le lingue si toccano, guappo e guapo si rispondono, tango e tammurriata condividono il ritmo. Maradona, artefice magico, “estrae dal cilindro del suo piede miracoli a gettone”. Ma ai miracoli, conclude Mura quel giorno, meglio non credere più. Perché “Maradonapoli è oro; è ora, forse”. 

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