
C’è un’immagine che vale più di mille replay: le giocatrici indiane che si abbracciano dopo la vittoria sull’Australia, e la folla del DY Patil Stadium che esplode insieme a loro. Trentacinquemila persone, quasi tutte vestite d’azzurro. “Era più di un trionfo: era una visione di solidarietà”. Così ha raccontato Emma John sul Guardian dai Mondiali femminili di cricket, ma aggiunge che basta uscire dallo stadio per capire quanto fragile sia quella visione.
A Indore, nel cuore del Madhya Pradesh, due giocatrici australiane sono state molestate per strada mentre andavano a un caffè. La polizia ha agito subito, un uomo è stato arrestato. Ma la domanda resta: “Quale sarebbe stata la reazione se non si fosse trattato di due atlete famose e straniere?”. Poche ore dopo, il ministro regionale dell’urbanistica ha detto che l’incidente doveva essere “una lezione” per le giocatrici, colpevoli di non aver avvertito nessuno prima di uscire. La colpa è loro. “Per aver camminato da sole, per essere state visibili, per essere donne”.
Quel commento non è un caso isolato, dice Emma John, ma la sintesi di un pensiero diffuso. In India, racconta, “la minaccia di un’aggressione è parte integrante del modo in cui ogni donna pensa ai propri spostamenti”. Si esce accompagnate, si tiene una spilla da balia in borsa, si evita di fermarsi. Shilpa Ranade e Sameera Khan, nel libro Why Loiter? Women and Risk on Mumbai’s Public Streets, hanno scritto che “la necessità di pianificare e calcolare ogni passo è diventata parte del nostro mondo di vita, qualcosa che diamo per scontato”.
Solo che quel libro è di più di dieci anni fa. Il movimento che ne è nato — la campagna Why Loiter? — continua a battersi per reclamare lo spazio pubblico come spazio femminile. Eppure, persino negli ambienti sportivi, la cultura dell’impunità ha lasciato il segno: abusi nello sport, allenatori che dimenticano come comportarsi. Il preparatore Deckline Leitao, in un suo video, lo dice senza giri di parole: «I corpi che vengono costruiti non sono per voi».
È qui che entra in gioco il cricket. Come scrive John, ”lo sport più popolare dell’India può diventare il luogo dove cambiare mentalità, educare gli uomini e dare potere alle donne”. Quando è nata la Women’s Premier League, due anni fa, è stato realizzato un documentario sulle giocatrici single. In un paese dove il matrimonio è considerato il destino naturale di una donna, essere single — e per di più visibile — significa spesso essere considerate una minaccia. Ma atlete come Harmanpreet Kaur o Harleen Deol stanno mostrando l’esistenza della strada dell’indipendenza economica e personale. “Posso davvero stare in piedi da sola”, ha detto Mithali Raj, che come Jhulan Goswami è single e nel pieno della propria libertà. “Emotivamente, finanziariamente, non ho bisogno di dipendere da un uomo”.
La crescita del cricket femminile non porterà le stesse opportunità per tutte, ma può cambiare qualcosa. Dalle comunità rurali alle metropoli, dai campi improvvisati ai tornei cittadini, il gioco sta aprendo varchi. Alle donne, dice Chandrakala Sharma, “lo sport dà lo spirito di vincere. E quando vincono, cambia anche lo sguardo della società”. A questo Mondiale di cricket, le donne indiane non sono solo in campo, ma nei ruoli tecnici, nelle tribune, ai microfoni. Occupano lo spazio. Lo abitano. E forse, per la prima volta, dice il Guardian, lo difendono non soltanto per sé stesse, ma per tutte.