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La Macchina del tempo
Gli sport e le squadre di Laura Antonelli

Quando sui manifesti dei cinema italiani brillava il titolo Divina Creatura, Laura Antonelli attraversava il cinema come un’apparizione e con l’allure da femme rêvée. È in quella fase che il Guerin Sportivo le dedica un’intervista su due pagine a cura di Emilio Ugoletti con le fotografie di Tazio Secchiaroli, uno dei protagonisti della Dolce Vita. Siamo nel novembre del 1975 e il Guerin Sportivo la incontra mentre Laura Antonelli sta girando L’Innocente con Visconti, scopre che dietro quell’immagine di seta c’è un’ossessione imprevista. Perché questo angelo — così viene chiamata nel pezzo— “trama contro la tranquillità notturna di migliaia di italiani a colpi di angelici sorrisi” e per giunta, in gran segreto, ama la boxe.
Non un amore timido, non una curiosità da spettatrice distratta. Un amore feroce. Dice di amare molti sport, quale di più e quale di meno, «tra i più c’è il calcio, la scherma, l’equitazione, la ginnastica artistica, il nuoto e, in cima a tutti, c’è la boxe». E la radice di tutto è limpida: Jean-Paul Belmondo. «Devo a lui se da semplice spettatrice sono diventata una intenditrice. È poi abbastanza logico che si finisca per amare di più lo sport che si conosce meglio. Vede, la boxe ha cominciato a interessarmi davvero solo quando ho iniziato a conoscerla sul serio, a capire gli stili, le abitudini, le astuzie, la tecnica dei vari pugili. A Parigi ci sono spesso incontri di buon livello e le assicuro che non ne perdo uno. Prendo l’aereo e via. Per un incontro eccezionale poi sono capace di andare in capo al mondo. Sembra un paradosso, ma lo sport che preferisco, dopo la boxe, è la ginnastica artistica. Forse perché quando abitavo a Napoli e non avevo ancora iniziato la carriera cinematografica, facevo l’insegnante di ginnastica».
Il calcio le piace, ma la folla la spaventa. «Non vado spesso allo stadio, un po’ per mancanza di tempo, un po’ per paura. Ho il vero terrore di essere riconosciuta così quando mi capita di andare allo stadio il mio abbigliamento è un vero travestimento: cappellaccio hippy, enormi occhiali neri, maxigonna, sciarpa». E il tifo? «Mi mette nei guai – risponde – io sono di Pola, e sono cresciuta in un ambiente juventino, però ho vissuto molto a Napoli, e il mio cuore è mezzo napoletano. Fino a quando Napoli e Juve non si sono messe a contendersi la prima poltrona, il conflitto di affetti si riduceva a due domeniche all’anno, in occasione degli scontri diretti ma da quando il Napoli ha dimostrato che c’è anche lui a lottare per lo scudetto, ogni domenica sono nei guai».
Siamo negli anni di Luis Vinicio allenatore: terzo posto nel 1974, secondo posto nel 1975 e in estate l’acquisto miliardario di Savoldi dal Bologna, con grandi aspettative. Ugoletti le chiede allora degli sport praticati, e qui l’immagine pubblica evapora. «Quando ero insegnante di ginnastica avevo il tempo di dedicarmi al tennis, al nuoto e a tante altre cause. Ora purtroppo per lo sport attivo non mi rimangono che i ritagli di tempo e in quei ritagli faccio quello che mi capita. Le faccio un esempio: recentemente stavo girando un film sul Lungotevere, presso uno di quei clubs che si susseguono lungo l’argine. Bene, mi si è presentata un’ora libera, imprevista, e sapete che ho fatto? Mi sono imbarcata su una jole insieme ad alcuni canottieri e ho remato per quasi mezz’ora ad un ritmo molto superiore alle mie possibilità. Quando sono tornata sul set ero esausta, letteralmente sfinita, ma felice».