Emanuela Audisio ha ricevuto ieri a Milano il premio Luciano Bianciardi promosso da Feltrinelli e assegnato ogni anno a un’autrice o un autore la cui attività sia coerente con uno degli aspetti dell’opera letteraria dello scrittore grossetano. Tema per il 2024: «Il fuorigioco mi sta antipatico» dal titolo del libro che raccoglie la corrispondenza con i lettori del Guerin Sportivo anni Settanta.
Sulle pagine di Cultura di Repubblica, Audisio ha scritto ieri un pezzo magnifico e appassionato su di lui, ricordandolo a 54 anni dalla morte. Un ritratto sanguigno di uno scrittore che ha attraversato letteratura, sport, politica e vita con la stessa furia gentile. Audisio chiama Bianciardi un fratello nato prima, uno che ha trovato parole, humour e umanità per raccontare ciò che oggi chi scrive di sport — di umanità, di “strade storte”, dei dannati — prova ancora a fare. Lo accosta ai volti con vento contrario per destino: Camus, Pratt, Ventura, Brando, Gabin. E soprattutto a una sua foto sulla panchina, bavero alzato, sguardo da uno che guarda dal basso ma interpreta dall’alto.
In effetti Bianciardi non celebrava fichi della madonna ma vinti, feriti, lavoratori dimenticati. Uno triste, lo diremmo oggi. C’è il Bianciardi traduttore degli americani scossi — Jack London, Henry Miller, John Steinbeck — e il Bianciardi che avrebbe mandato al diavolo il clean sheet, lo story-telling, le mode del gergo sportivo – dice sempre Audisio. Un anticipatore di insofferenze: l’inutilità dei ritiri, l’ipocrisia sulla sessualità degli atleti, lo sport come oppio-pop-entertainment. “Mezzo secolo dopo – scrive Audisio – siamo ancora qui a discutere se il fuorigioco sia antipatico anche a noi”.
Poi c’è il Bianciardi giornalista: quello che Brera faceva galoppare “come un ardito cosacco sui fiori della steppa”, quello che dice no al Corriere di Montanelli ma sì agli amici e alle riviste di frontiera. Quello che anticipa Eco su Mike Bongiorno, Pasolini sul boom economico. Quello che intervista Manlio Scopigno parlando di whisky e Roth, musica e filosofia, calcio e ironia. Audisio lo racconta come una corrente che spazza conformismi molto prima che la tv culturale scoprisse Barbero. Un uomo che mescolava tutto — letteratura, giornalismo, militanza civile — senza mai diventare organico, perché non se la sentiva. Uno che Milano accolse nei bar degli artisti e respinse nei salotti culturali. Uno che rifiutava di essere ridotto a mascotte della scapigliatura: «Finirà che mi daranno uno stipendio mensile per fare l’arrabbiato italiano».
Si parla anche dei suoi eccessi — la cirrosi — ma Audisio respinge la retorica che pretende di smascherare tutta la letteratura per il tasso alcolico [Faulkner, Fitzgerald, Hemingway, Kerouac] e chiude ricordando che Bianciardi si era indignato per i 43 lavoratori della Montecatini uccisi dall’esplosione di un pozzo a Ribolla. “Peccato non ci sia stato lui in Cile – scrive Audisio – a raccontare del crollo del tetto della miniera di San José”. Quando Maradona guardò la diretta e disse: è un miracolo fatto da uomini uniti. “Questa carezza Bianciardi se la meritava”.