Lo Slalom del 22 ottobre | Cosa leggere, sapere e vedere

Solo in Canada uno con la mia voce poteva diventare cantante dell’anno

Leonard Cohen

 

La politica fatta con il baseball

Il dispetto del Canada agli USA

Prima che un contratto da mezzo miliardo di dollari consolidasse lo status dei Blue Jays come una delle potenze economiche del baseball, c’era George Springer. C’erano lui e la sua scelta di credere in un progetto che sembrava più un atto di fede che una strategia felice. Nel 2021 Toronto non era ancora la città dei sogni. Aveva una squadra che giocava metà delle sue partite in un altro paese, con tutti i disagi di attraversare le frontiere, senza un titolo da trent’anni, senza alcuna prospettiva di arrivarci. Ma Springer deve averci visto qualcosa. Un nucleo giovane dentro la squadra, un pubblico innamorato, un proprietario dalle tasche abbastanza profonde da risvegliare un gigante addormentato.

Come racconta Robert O’Connell sul Wall Street Journal, il suo arrivo mandò un messaggio al resto della Major League: i Blue Jays sono aperti agli affari. Fu il primo segnale, l’inizio di una nuova era. È stato da quale momento che altre stelle del baseball hanno cominciato a guardare verso nord con un misto di curiosità e timore. Lunedì sera il gigante si è definitivamente svegliato. Toronto era sotto per 3-1 in Gara-7 di finale di lega contro Seattle, la partita decisiva per la qualificazione alle World Series. Con uno stadio sospeso tra la paura e la fede, Springer è entrato nel box come per un rito già scritto. Un solo swing e ha segnato un fuoricampo rumoroso, sentito in tutto il Canada. 

I Blue Jays nella Major League non sono soltanto di Toronto. Sono la possibilità di uno schiaffo che il Canada può dare agli USA nello sport più suo. Più di quella NBA in cui  i Raptors si sono presi l’anello sei anni fa. Più della NHL, perché in fondo l’hockey ha messo la sua casa della gloria – la sua Hall of Fame – nella città dell’Ontario. Portar via le World Series agli USA stuzzica 41 milioni di persone da costa a costa. «Questa è la squadra del Canada» sono parole pronunciate dal il presidente Edward Rogers mentre le bandiere festeggiavano da Vancouver ad Halifax.

Solo un anno fa, il Toronto Sun definiva Edward Rogers l’Uomo Invisibile, l’inesperto figlio del vecchio Ted diventato la figura sportiva più rilevante della città e del paese. E c’è motivo per cui preoccuparsi. Lui e la sua società possiedono praticamente tutto. I Maple Leafs. I Raptors. I Jays. Gli Argos. Il Toronto FC. La Scotiabank Arena. Di qualsiasi cosa si tratti, Ed Rogers ne è il proprietario. La società Rogers è diventata il più grande proprietario di articoli sportivi del Nord America, con squadre nella NBA, NHL, MLB, MLS, CFL, AHL e praticamente in ogni altra lega con qualsiasi iniziale vi venga in mente.

E poi.

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La retromarcia della Liga su Miami

La Liga si è arresa. Quattro anni dopo la Superlega, un’altra sollevazione ha prodotto la marcia indietro dello Zeitgeist del pallone. Stavolta sono stati i calciatori stessi a mobilitarsi, per far cancellare il viaggio intercontinentale verso Miami di Villarreal-Barcellona. Javier Tebas è uscito scornato dalle minacce e dalla censura alle immagini della protesta. La missione è stata cancellata proprio mentre le due squadre interessate giocavano le loro partite in Champions. Florentino Pérez è riuscito a far dire al suo ufficio comunicazione che il calcio è del popolo. Florentino. Il popolo. 

I media spagnoli hanno accompagnato la protesta con simpatia. Luis Nieto su AS scrive che bisogna festeggiare. La posizione feroce assunta da Tebas contro quasi tutti ha spaventato il promotore dell’evento [Relevant, ndSl], preoccupato per l’incertezza generata. A Tebas vanno riconosciuti i suoi successi come chirurgo. Ha curato la ferita sanguinante del calcio spagnolo e ha portato i club a una logica economica che la loro fallita trasformazione in società per azioni non era riuscita a realizzare. Ma a volte non si rende conto dell’utilità della sua mano sinistra. Gli era venuto comodo vendere un’unanimità che non è mai esistita

Come la sollevazione dei tifosi britannici contro la Superlega aveva avuto le spalle coperte dal governo di Boris Johnson, così la protesta del sindacato calciatori di Spagna ha avuto una sponda silenziosa e ancora inespressa presso il ministero dello sport, dove stavano studiando le carte per trovare violazioni al regolamento. Non si può escludere – dice AS – che ci l’influenza del governo nel cambio di rotta della Liga. 

Anche il parlamento europeo si era detto contrario e il vento di una certa aria romantica ha soffiato nelle vele dei vascelli usciti in mare per la protesta. Il calcio non è solo gioco, non è solo spettacolo, e nemmeno un catalogo di virtù morali aveva scritto José Luis Pérez Triviño su El Pais, aggiungendo che la popolarità e la passione che suscita tra i tifosi non risiede nelle qualità tecniche dei calciatori, né nella bellezza e nell’emozione del gioco stesso. Non è nella velocità, non è nei dribbling, non è solo la magia dei gol a conquistare. C’è qualcosa di più profondo e imprendibile. La partita a Madrid era per Triviño un colpo simbolico al cuore del calcio come fenomeno sociale e culturale di un quartiere, di un paese o di una città. Il calcio che si esporta come merce – ha sostenuto nel suo editoriale – amplia il proprio pubblico, certo, e crea pure una sorta di lealtà lontana: tifosi in Africa, Asia, America che comprano maglie e abbonamenti per sentirsi parte di una storia. Ma ogni passo in questa direzione – come una partita di Liga a Miami – è un salto qualitativo verso il predominio del profitto sugli interessi dei tifosi. Un club che non appartiene più ai suoi tifosi rischia di diventare un club senza anima, come una qualsiasi azienda che ha clienti ed è redditizia. Disgiungere il calcio dal territorio non è solo un’emorragia geografica. È anche emotiva, e le vittime sono i tifosi.

 

   

Il primo canestro della nuova NBA

Alperen Sengun ha sbagliato dopo 24 secondi una tripla, Cason Wallace ha preso il rimbalzo e Chet Holmgren è andato a segnare un sottomano, così è cominciato il nuovo campionato NBA. Con il canestro di un ragazzo americano alto 2,16. Nel torneo dove lavorano per proteggere l’equilibrio, una volta consegnati gli anelli ai Thunder [oro bianco e giallo da 14 carati, zaffiri blu e arancio, diamanti che formano il numero di maglia del giocatore e addirittura un secondo anello nascosto all’interno del primo, inserito come dettaglio esclusivo], sono serviti due tempi supplementari per schiodare la prima partita dal pareggio. Oklahoma ha dovuto rimontare 12 punti e ha battuto Houston 125-124. Shai Gilgeous-Alexander – il terzo giocatore nella storia a essere stato MVP, MVP delle finali e miglior marcatore nella stessa stagione – è stato subito il protagonista assoluto con 35 punti, di cui 24 tra quarto periodo e overtime, con due liberi decisivi a 2,3 secondi dalla fine. 

Accanto a lui un Chet Holmgren da 28 punti e Ajay Mitchell 16 dalla panchina, come se la scorsa stagione non fosse mai finita racconta The Athletic. Al debutto con Houston, Kevin Durant ha segnato 23 punti e sfiorato il colpo. Ha pure tentato di chiedere un timeout che la sua squadra non aveva, se gli arbitri lo avessero visto, la partita si sarebbe decisa su un tiro libero tecnico

tendenze

L’effetto nostalgia sulla NBC

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Così la NBA è tornata sulla NBC dopo 8.532 giorni di assenza, calcola The Athletic, e con l’obiettivo opposto a quello che tanti sport e tante leghe seguono. Non devono conquistare l’attenzione della Gen Z: ce l’hanno già.  Devono andare a recuperare i Boomer. Così la tv ha rilanciato Roundball Rock di John Tesh, il pezzo anni Novanta che veniva usato come colonna sonora in quel periodo. Molti giocatori NBA di oggi – dice il magazine americano – erano bambini o nemmeno nati quando era il tema ufficiale della lega su NBC, dal 1990 al 2002. Con tono ironico e nostalgico, The Athletic dice che per i tifosi più adulti la sigla evoca un’epoca d’oro del basket americano, fatta di Jordan, Barkley, Ewing e telecronache roboanti, mentre per i giocatori attuali quel brano è solo una vecchia canzone che i loro genitori ricordano con entusiasmo inspiegabile. Per una generazione cresciuta con highlights su YouTube e TikTok, il concetto stesso di sigla televisiva è quasi alieno. In sostanza, il ritorno della musica di John Tesh è pensato per riconnettere il pubblico adulto con la nostalgia, più che per emozionare i giovani che oggi popolano la lega.

La NBC è tornata pure con Michael Jordan tra i collaboratori durante l’intervallo. Al centro del segmento chiamato MJ: Insights to Excellence, ha spiegato che la sua nuova attività consiste nel «restituire qualcosa al basket».  Ha ammesso di non aver toccato un pallone per anni e ha raccontato un episodio in cui, su invito del proprietario di un Airbnb con campo da basket, ha dovuto tirare un libero davanti ai nipotini: «È stato il momento in cui sono stato più nervoso da molti anni a questa parte. È meglio per me sedermi qui a parlare piuttosto che rompermi il tendine d’Achille e finire su una sedia a rotelle per un po’. Non vedo l’ora di offrire le mie riflessioni senza filtro».

Wembanyama vs Flagg, uno scontro culturale

Luka Doncic si è rimesso in forma o no? È stata la domanda dell’estate e Jason Gay sul Wall Street Journal non si tira indietro per cercare una risposta. SedutO accanto al 26enne sloveno in un booth sopra il Ritz-Carlton di New York, ha trovato un Luka scolpito, affilato, motivato. Doncic gli ha raccontato del suo programma iniziato a maggio a Lubiana: un mese senza basket, solo resistenza, deadlift, allenamenti di agilità, uno chef privato e digiuni intermittenti. Palestra, padel e tennis per il suo tour di rivincite, una sfilata pubblica programmata in tutta l’America per mostrare un fisico nuovo e cancellare le chiacchiere sui suoi chili dopo un anno turbolento: il trasferimento ai Lakers, lo shock, la gestione della delusione.

«Non sapevo come reagire, come comportarmi, cosa dire» confessa Doncic al WSJ. Se sul ul campo è un demone animato, voce, gesti, sguardi che guidano il gioco; fuori è riservato, quasi timido, un fan dei videogiochi, con un senso dell’umorismo secco scrive Jason Gay, stregato dall’incontro. Ha una fondazione e con quella ha commissionato uno studio che mette in evidenza come il basket giovanile americano sia diventato troppo professionale e supervisionato. La relazione finale invita ad abbracciare il disordine e la gioia. 

Fuori dal parquet Luka dice di guardare il gioco con gli occhi da futuro genitore futuro. «Non voglio intromettermi. Ci sono gli allenatori. Molti genitori si intromettono troppo. Non vedo l’ora di fare lo spettatore»

Stanotte ha guardato poco e segnato tanto. Ha sfiorato la tripla doppia con 43 punti, 12 rimbalzi e 9 assist, 17 su 27 dal campo. Ma Doncic – dice Sky Sport – è apparso appare troppo solo. I Lakers hanno perso al debutto con i Golden State Warriors per 109-119. Coach Steve Kerr sfrutta a pieno delle rotazioni assai più ampie rispetto a quelle che può mettere in campo JJ Redick, tanto da mandare ben quattro giocatori in doppia cifra e da chiudere alla fine con 33 punti dalla panchina contro i 18 della second unit dei padroni di casa [il racconto della prima notte NBA si trova qui]

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Wembanyama vs Flagg, uno scontro culturale

La notizia più sorprendente della stagione non è la nascita di una super squadra o l’arrivo di un nuovo talento generazionale. La notizia più sorprendente della nuova stagione sta in una riga su un sito web. Robert O’Connell per il Wall Street Journal lo scrive con ironia disarmante: il fatto più spaventoso del basket moderno è una voce nel roster dei San Antonio Spurs. A febbraio, Victor Wembanyama era ufficialmente alto 7 piedi e 3 pollici. Ora, a poche settimane dall’inizio della stagione, il sito della squadra lo dichiara 7’5. Poi, quasi per pietà verso chi deve marcarlo, un compromesso: 7’4. È passato da 2,22 a 2,25. In altre parole la più grande giovane superstar della NBA ha passato l’estate a crescere. Letteralmente”. 

Ma la vera domanda — scrive O’Connell — non è quanto sia alto, bensì perché finora non abbia giocato come un gigante. Da anni il suo corpo sembra un errore. Nelle prime stagioni NBA, Wemby ha preferito starsene lontano dal ferro, tirando da tre più di quanto schiacciasse. Un’alchimia curiosa: 142 triple e 91 schiacciate. Come se un albero decidesse di crescere orizzontale, non verso il cielo. A novembre, stanco delle critiche, ha risposto con calma siderale che il suo gioco consiste pure nel tirare da fuori, 

Ma quest’estate qualcosa è cambiato. Pare. Wembanyama ha deciso di lasciare il perimetro e mettersi a giocare in area. Ha chiamato Hakeem Olajuwon — il saggio del post basso, il profeta dei movimenti sotto canestro — e insieme hanno lavorato per riscrivere la sua grammatica. Olajuwon dice che i progressi sono semplicemente incredibili. I video circolati online sembrano appartenere a un’altra epoca: gli stessi movimenti con cui Olajuwon piegava Shaquille O’Neal, ora sono ripetuti da un uomo alto quasi mezzo piede in più. Nelle partite di pre-campionato, qualcosa si è intravisto. Contro Indiana, Wemby ha chiuso un’azione con una schiacciata a due mani e con il gesto finale di Shaq; pochi giorni dopo ha ripescato il Dream Shake, la danza ipnotica che una volta disorientava i centri più feroci della NBA. Ha preso solo due triple a partita e ha dominato vicino al canestro segnando col 66%. Non sembra solo più grande: sembra finalmente deciso a esserlo dice il WSJ ricordando che il terzo anno in NBA è quello che trasforma le promesse in certezze. LeBron James diventò un candidato MVP, Michael Jordan andò oltre i 37 punti di media. Il terzo anno è quello in cui il talento diventa destino.

Il terzo anno di Wembanyama si apre stanotte in San Antonio vs Dallas. Non è solo il derby del Texas. È anche il faccia-a-faccia tra due prime-scelte degli ultimi tre anni. Il poster propone Wembanyama contro Cooper Flagg. La NBA, che per quasi cinque decenni ha incarnato un’apertura globale, sembra ora in bilico tra continuità e svolta nazionalista ed è  forse improvvisamente impazzita per il suo MAGA scrive L’Equipe. La stagione 2025-26 si apre senza icone locali, con il titolo di MVP ormai nelle mani di talenti stranieri come Giannis Antetokounmpo, Nikola Jokic, Joel Embiid [buon rientro] e con il canadese Shai Gilgeous-Alexander.

In questo panorama Cooper Flagg è diventato la versione bianca di LeBron James, con tutto quello che significa questa definizione, mentre altri lo paragonano a Larry Bird. La sua presenza ha riacceso l’immaginario patriottico e l’idea di un profeta made in USA pronto a incarnare la rinascita della pallacanestro nazionale

Diciotto anni. Gioca in tutti i ruoli d’attacco. Il primo confronto diretto con Wembanyama, dice L’Equipe, simboleggia subito uno scontro culturale tra Stati Uniti ed Europa e segna la direzione futura della lega: l’NBA vuole consolidare radici profonde, pur senza chiudersi ai talenti stranieri

  ore  3.30    su Sky Sport

 

 

 

   

Il solco tra gli 0-0 e i 7-2

Il calcio che ci passa senza sosta sotto gli occhi ha stabilito un nuovo record. Dopo gli 11 gol in dieci partite dello scorso week-end italiano, ecco i 43 in nove partite del martedì europeo. La prima tentazione sarebbe quella di usare questi dati per marcare un solco fra la povera serie A e la Champions. È un istinto. È perfino una tesi sostenibile. Si può fare. Ma sarebbe una trappola con una conseguenza. 

La trappola consiste nel non vedere le cinque espulsioni che ci sono state nella giornata, una nel 6-1 del Barcellona all’Olympiakos sul 2-1, due nel 2-7 di Leverkusen-PSG sullo 0-1, una nel 6-2 del PSV-Napoli sul 3-1. Come dire che 16 dei 43 gol sono arrivati in condizioni atipiche. La conseguenza porterebbe a considerare la grandine di gol come un valore. Anche questo si può fare, ma al prossimo 7-2 dovrà allora sparire dal dibattito pubblico ogni irritazione per i punteggi squilibrati e al prossimo 1-0 andrà bandita ogni celebrazione del cortomuso. 

La verità è che non c’è bisogno di un parametro per misurare la distanza fra un campionato locale con 6 squadre spaventate fino allo 0-0 dalla retrocessione già alla settima giornata e un campionato trans-nazionale con la partecipazione delle migliori e le più ricche d’Europa. Che Pisa-Verona non sia Arsenal-Atlético Madrid è lampante con qualunque punteggio, anche se fossero finite 4-3 e 0-0. Il punto è quanto sia competitivo quel campionato nazionale rispetto agli altri: e qui un parametro si trova. È nei risultati che ogni anno si manifestano dai confronti sul campo o nei ranking UEFA annuale e quinquennale. Dove non siamo così bravi [due Champions vinte in 20 anni] ma neppure così cattivi [quattro finali in 11 anni]. 

La classifica della stagione piazza per ora l’Italia all’ottavo posto con 6.142 punti. Davanti ci sono: Inghilterra con 7.388, Portogallo 6,800, Danimarca 6.625, Cipro 6.500, Germania 6.428, Polonia 6.375, Spagna 6.250. 

  SBAM  Il sinistro di Fermín

Fermín López non è un ragazzino qualunque nel Barcellona. È un piccolo terremoto nel centrocampo blaugrana, così lo chiama Santi Nolla sul Mundo Deportivo. Contro l’Olympiakos ha preso la squadra sulle spalle e l’ha trascinata con tre gol di sinistro. Hansi Flick aveva recuperato i pezzi principali della sua cassetta degli attrezzi – Lamine Yamal, Raphinha – ma nessuno ha brillato quanto Fermín. Così il direttore del giornale catalano esulta e dice che il Barça non è più solo una squadra di nomi, è la squadra di chi ha il coraggio di emergere. Con il Clásico all’orizzonte, ha scritto, il Barça sembra avere più di un motivo per essere ottimista. Il bello di questo momento . sottolinea Nolla – è la naturalezza con cui tutto accade. Fermín non urla: segna, gioca e trascina. 

  FLOP   Simeone si è squagliato

David Hytner per il Guardian ha scritto che la cosa folle della partita è stata vedere l’Atlético Madrid in partita fino al 57’ e poi all’improvviso non lo era più. È stato misurare la velocità e la brutalità con cui l’Arsenal ha spostato la partita da un’altra parte, togliendo il fiato. L’Atlético ha visto le stelle: quattro gol subiti in quattordici minuti, un messaggio dell’Arsenal al resto d’Europa. Guardare Simeone mentre guarda la sua squadra è un raro tipo di teatro. L’Arsenal ha portato intensità, soprattutto nel contropressing. Ogni volta che perdeva palla, nelle sue vene c’era una furia per riconquistarla

  WOW La farandola del PSG

Una partita completamente folle e una farandola di gol.  Così L’Équipe battezza la partita, un recital offensivo indisturbato dei parigini guidato da Nuno Mendes e Désiré Doué [8 in pagella]. Luis Enrique ha parlato di piacere per gli occhi e il giornale francese la definisce una prova di forza spiegando che la formula ormai è chiara e il PSG spingerà al massimo fino a gennaio per prendersi uno dei primi due posti nel girone. La macchia è Zabarnyi, espulso dopo aver commesso due falli da rigore. Già con lo Strasburgo era in difficoltà. È stato così un disastro, ma così un disastro, che finanche quei senza-cuore de L’Équipe con le loro pagelle più spietate del giornalismo terracqueo non se la sono sentita. Gli hanno dato un non noté per non dargli chissà che cosa. 

  BRRR La paura dello scudetto sul petto

Tutt’e tre le precedenti sconfitte del Napoli erano state indecifrabili. Quella in casa del Manchester City per l’espulsione di Di Lorenzo dopo 20 minuti. Quella a San Siro con il Milan per l’assenza di tre quarti della difesa titolare. Quella di Torino perché a Conte mancavano sei giocatori dei migliori undici. 

Finalmente ce n’è una chiara e senza foglie di fico, un 6-2 che stura il tappo a una bottiglia piena di malintesi, giudizi avventati e sopravvalutazioni. Per la quarta estate consecutiva il quadro del Napoli è stato letto con lenti sfocate. Nel 2022 nessuno vide arrivare lo scudetto con Kim e Kvara: abbagliavano di più gli addii di Insigne, Mertens, Fabian Ruiz e Koulibaly. Nel 2023 l’addio di Spalletti fu sottostimato: questa squadra la può allenare chiunque. Nel 2024 non si poteva certo immaginare che Conte avrebbe fatto saltare il banco dell’Inter, un piazzamento Champions sì, ma lo scudetto su, andiamo. Così, con la bella stagione l’aggiunta di Kevin De Bruyne nel giorno in cui il pullman sfilava sul lungomare poteva solo essere la nuova gemma che impreziosiva la corona. Rendeva il Napoli irresistibile. Mettete un cinque sulle vostre bandiere. E invece. 

E invece Antonio Conte dopo i sei gol subiti in Eindhoven dice una serie di cose che fanno rumore già da sole, e ancora di più fanno rumore per quel che tacciono. Dice che «certe sconfitte non vengono per caso», che «nove teste nuove sono troppe in uno spogliatoio» [dice teste, non dice acquisti] e che «i vecchi devono tornare a essere quello che erano, i nuovi devono inserirsi con umiltà e in silenzio». Non ci sono riflessioni su moduli e stili di gioco, niente di tutto questo – anzi – ha difeso l’idea dei quattro centrocampisti. C’è qualcosa lì dentro che non gli piace. Nell’atteggiamento. Come di atteggiamento aveva parlato a Torino con la metafora delle scarpe da ballerine. 

Di tutto il resto – evidentemente – si sente ancora padrone. Ed è evidente che sia arrivato per lui il momento delle scelte. Il Napoli non ha allungato la rosa, l’ha solo ingrossata. L’ha fatto spendendo 115 milioni perché era indispensabile. L’anno scorso non aveva riserve. Adesso ne ha, ma non sono giocatori pronti, non sono all’altezza dei titolari. Se mancano Rrhamani, Lobotka e Hojulnd [o Lukaku] si vede. A parte l’enigma sul coinvolgimento emotivo di De Bruyne, i vari Lang, Gutiérrez e Beukema [74 mln in tre] sono l’equivalente delle operazioni  Lindstrom, Cajuste e Natan nell’estate post-Spalletti. Nel senso che non sono alternative come si usa averne nelle grandi squadre: sono riserve. 

Un discorso a parte merita Lucca – il più contiano dei nuovi acquisti, tutto nervi e distintivo, preso per imparare da Lukaku, scaraventato allo scoperto prima del previsto. Si è fatto buttare fuori come al campo Astroni. Il punto su Lucca è il prezzo. I quasi 40 mln pagati all’Udinese a fronte dei 22 incassati dall’Atlético per Raspadori. Sono nati nello stesso anno. Negli ultimi tre campionati Raspadori ha più gol, più assist, più presenze in Nazionale, più scudetti vinti. O il Napoli lo ha svenduto o ha strapagato Lucca. Ma senza quattro sconfitte in quattro trasferte non sarebbe un argomento. 

E comunque. Nel 1988 il Napoli perse un campionato mezzo vinto sgonfiandosi il 1° maggio davanti a Sacchi. Nel 1991 Maradona scappò di notte dopo una pipì fuorilegge. Nel 2024 è addirittura tornato Mazzarri. Adesso chi lo sa. Quando il Napoli porta lo scudetto sul petto gli succede sempre qualcosa. Per fortuna non accade quasi mai. 

  RUMBLE  Chivu, il rumore degli amici 

Dopo il primo gol in Nazionale e il primo gol in serie A è arrivato pure il primo gol in Champions di Esposito, l’ultimo giovane italiano che consente di coprire tutto l’arco istituzionale del rapporto con le tentazioni, uno spettro che va dal giusto [Pio] al peccatore [Sinner]: bella battuta ah ah. Chivu ha cambiato sei giocatori rispetto alla partita di Roma potendosi permettere contro la provinciale del Belgio di pensare pure alla partita di sabato a Napoli. Paolo Tomaselli sul Corriere della sera ha scritto: La girata di Dumfries e il tiro arcuato di Lautaro prima dell’intervallo sistemano una partita che almeno per i primi 45’ assomiglia più a un dipinto surrealista di Magritte che a un capolavoro fiammingo. Il rigore di Calhanoglu a inizio ripresa, assegnato con la Var per un fallo di mano di Mac Allister che salta su Lautaro, riporta invece tutto definitivamente nel solco della normalità e della settima vittoria di fila dei nerazzurri, tra campionato ed Europa

Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-stadio certifica che l’unica vera garanzia che noi italiani possiamo esportare in Europa. È vero che finora ha incontrato tre avversari alla sua portata, ma a nessuno dei tre ha dato la possibilità di fare la voce grossa.    La Champions piace perché ci sono partite come quella di Bruxelles, dove ritmo e intensità non condizionano la tecnica, dove si arriva alla conclusione di continuo, dove la gara si può capovolgere in un istante. Sono partite che sfuggono a ogni previsione, anche la più ravvicinata.

  GULP La famosa abiura di Guardiola

Sid Lowe sul Guardian tradisce compassione per il povero Villarreal, ultima vittima di Erling Haaland, in gol per la nona partita consecutiva. Quando è stato sostituito a cinque minuti dalla fine, ci sono stati fischi e un senso di sollievo; avrebbero potuto fare più danni. Fin dall’inizio, è stata una lunga notte per i padroni di casa. Non è stato facile definire la formazione di Pep Guardiola; a tratti sembrava un 3-2-4-1, con John Stones che si inseriva in difesa quando il Villarreal aveva il pallone e ne usciva quando il City lo possedeva. La squadra di Guardiola ha avuto il 69% di possesso palla nel primo tempo, la sorpresa è che sia stato solo il 69%: a occhio nudo sembrava un dominio ancora maggiore. La famosa abiura di Guardiola.

 

    

Il primo Sinner dopo il gran rifiuto

Jannik è imperturbabile dentro la sua bolla, così come tutto tace fuori di essa, nel gelo dei rapporti con la federazione e con il presidente Angelo Binaghi. Il Corriere della sera riprende stamattina i ragionamenti sulla defezione di Sinner in Coppa Davis e con Gaia Piccardi ribadisce che la comunicazione del forfeit in azzurro poteva essere gestita meglio visto che la scelta era stata fatta da tempo, invece rispondere sibillino a Riad («La Davis? Non ho ancora deciso») ha alimentato le aspettative di chi sperava di averlo in squadra per il terzo anno consecutivo

Il Corriere racconta che alle legittime pressioni dell’ambiente federale, alla fine il clan Sinner ha reagito un po’ infastidito. Non si chiedeva nulla di proibitivo: cinque giorni a Bologna, tre match potenzialmente da affrontare, nessuna pretesa che si impegnasse anche in doppio. Il no secco, in Federtennis, ha mortificato Volandri e ferito il presidente Binaghi, che si è sempre speso con generosità in occasione degli inciampi (caso doping) e delle sgrammaticature istituzionali sinneriane (l’assenza all’Olimpiade e al Quirinale a febbraio) e invece questa volta si è limitato a un lacerante comunicato stampa («Comprendiamo e rispettiamo la decisione di Jannik, per noi comunque molto dolorosa»), in cui l’aggettivo qualificativo non è stato scelto a caso. Ha colpito lo stridore tra le foto di Riad con la racchetta d’oro in mano e la chiusura netta alla Davis 2025, tutto nell’arco di 48 ore.

La prima partita di Sinner dopo il gran rifiuto arriva simbolicamente con l’ultimo avversario da cui perse nella sua veste da incompiuto. Nel tabellone più aperto degli ultimi quindici anni al Roland-Garros, perse in cinque ore e 26 minuti da Daniel Altmaier, cognome da racconto di Conrad. Paolo Bertolucci sulla Gazzetta parlò di cocentissima delusione, scrivendo che eravamo di fronte a una battuta d’arresto che allunga ombre insidiose sulle qualità ad altissimo livello dell’altoatesino, piombato in un’improvvisa, piccola crisi dopo tre mesi di grandissimo spessore tecnico.

|  testimoni  Paolo Canè

«Volete continuare a essere indignati (e ipocriti)? Va bene: allora diamogli una bella nota sul diario, come si faceva alle elementari se ti dimenticavi l’astuccio. Però non facciamo arrabbiare quel ragazzo, datemi retta: non ci conviene»  – intervista di massimo calandri, Repubblica

 

 

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Che succede oggi in Champions

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  Da quando Sébastien Pocognoli è subentrato come allenatore, Thilo Kehrer ha un ruolo più centrale nel Monaco. Era in panchina all’inizio della stagione, ora è un punto di riferimento nella difesa a tre adottata dal belga. Pocognoli lo ha elogiato come un leader tecnico difensivo, sottolineando la sua capacità di influenzare positivamente la squadra sia come guida vocale sia come guida tecnica. Così racconta L’Équipe. 

  Julien Escudé racconta il giorno in cui ha fatto il suo ingresso negli spogliatoi dell’Ajax, era il 17 agosto 2003, giorno del suo 24° compleanno: «Quando sono tornato negli spogliatoi dopo il riscaldamento, ho fatto un respiro profondo e ho indossato la maglia. Per la prima volta nella mia vita. Ho provato un grande senso di orgoglio». Per Escudé, quella banda rossa verticale sullo sfondo bianco è «un’istituzione calcistica amata e rispettata da tutti, i colori del club più titolato d’Olanda e vincitore di quattro Coppe dei Campioni».

Il legame con la maglia si intreccia con la memoria familiare: suo padre Paul, morto cinque anni prima, era un devoto di Stefan Kovacs e del calcio totale. Escudé osserva con L’Equipe: «A quanto pare, il destino mi ha messo questa maglia sulle spalle e ha voluto che diventassi il primo francese a indossarla. Quando la metti, senti il peso del passato e della storia» 

Così, L’Equipe ce la racconta questa storia, una maglia che non è stata la stessa dal principio. Inizialmente quelle dell’Ajax erano rosso scuro con una striscia chiara alla vita. Solo con la promozione in Prima Divisione nel 1911 nacque quella che conosciamo. 

Un altro rosso è nella testa di Maresca. Troppe espulsioni. Ne sono arrivate già quattro in Premier, ultimo posto nella classifica del fair play in campionato. Nonostante questo ribadisce: «Non sono quel tipo di allenatore che punisce i giocatori». Maresca individua il problema nell’età media bassa nella squadra e nella mancanza di esperienza emotiva: la cultura dello scontro può ancora essere domata, dice il Guardian.

Questa età bassa spinge il Telegraph a dire che il Chelsea è il nuovo Ajax. Il suo ultimo trionfo in Champions arrivò con una squadra che aveva un’età media di 24 anni e 364 giorni: Patrick Kluivert segnò il gol decisivo a 18 anni e 327 giorni. Nessun club negli ultimi tre decenni è riuscito a combinare talenti così giovani e risultati così clamorosi. Ora è il Chelsea che punta a un futuro luminoso e sostenibile, seguendo la lezione dell’Ajax: far giocare i ragazzi porta grandi successi e, un giorno, anche grandi profitti.

  Il volo del Liverpool ha subito un ritardo di quasi quattro ore nel decollo verso Francoforte. Si aggiunge a una serie di quattro sconfitte consecutive — una crisi che non si verificava dal 1953. Arne Slot ha detto che «non sarà una scusa per la partita di domani». Il Guardian gioca con le parole e scrive che “il Liverpool non riesce a decollare — in tutti i sensi. Il viaggio verso la Germania è diventato un simbolo della stagione

   La fresca capolista della Ligue va in Portogallo dopo aver segnato quattro gol all’Ajax nella scorsa giornata. Un bell’esame per De Zerbi. L’Équipe esplora il rapporto tra Pierre-Emerick Aubameyang, Timothy Weah e i loro genitori, evidenziando come nonostante le illustri carriere paterne entrambi abbiano dovuto battersi per mostrare il proprio valore. Pierre Aubame, ex calciatore professionista, ha svolto un ruolo di consigliere e guida nella carriera di Pierre-Emerick. Anche la scelta di trasferirsi all’OM è stata influenzato dal desiderio di papà. Timothy, figlio di cotanto George presidente della Liberia, ha invece avuto un percorso fatto di scelte più personali. Ma nel Marsiglia sono figli d’arte pure Angel Gomes e Nayef Aguerd, a sua volta rappresentato dalla mamma-consigliera.

     

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