Il nuovo Klopp se ne va al cinema. Ma non ci dice a vedere cosa

A Jürgen Klopp non manca il calcio. Gli manca la possibilità di tornare a viverlo per fare le cose in modo diverso. Forse. Lo ha confessato con quella sua tipica chiarezza solare in una intervista con The Athletic di cui da ieri si parla tanto in giro, dicendo che non gli manca niente della sua vita da allenatore. Dopo aver lasciato il Liverpool nell’estate 2024, chiudendo un capitolo di nove anni durante i quali ha trasformato Anfield e il calcio inglese, Klopp ha scelto di staccare la spina, di godersi la vita e ridere, ridere tanto, ridere di sé e del suo passato.
«Ho fatto sport, ho passato del tempo con i nipoti… cose normali, sapendo che sarei tornato a lavorare di nuovo, ma anche che non volevo più fare l’allenatore».
All’età di 58 anni è tornato nel calcio con un ruolo nuovo: capo del calcio al Red Bull Group, dove supervisiona filosofia di gioco, sviluppo tecnico, strategie di mercato per i club di proprietà sparsi per il mondo, dal Brasile al Giappone, da Lipsia a New York. «Nove mesi in questo nuovo ruolo mi sembrano cinque anni di esperienza» racconta con un sorriso tra una pausa per un vape e una lattina che mette le ali.
Alla notizia del suo accordo con la RB, I tifosi del Mainz hanno esposto uno striscione con la scritta: “Hai dimenticato tutto ciò che ti ha fatto diventare chi sei?”. Lui reagisce con ironia: «Sono tedesco. So cosa pensano le persone del coinvolgimento di Red Bull nel calcio. Ma faccio quello che voglio, finché non faccio del male a nessuno»
Ha parlato delle sconfitte: «Ho perso più finali di quante altre persone ne giochino nella vita. So come si perde e come si va avanti». Ha parlato della sua nuova libertà. «In 25 anni sono andato quattro volte al cinema… tutte negli ultimi due mesi». E sempre con ironia ha detto come la pensa sul progetto di giocare un Mondiale con 64 squadre. «Qualsiasi cosa dica, potrei dirla al mio microonde. Avrebbe lo stesso effetto. Non mi manca niente della mia vita da allenatore. Ma sono ancora nel calcio, e imparo cose nuove ogni giorno».
SE NE VANNO SEMPRE I MIGLIORI
E però. Una cosa andrebbe detta. E quella cosa la dice Simon Hughes, sempre su The Athletic. Sarà pur vero che il calcio non manca a Klopp, ma uno come Klopp al calcio manca.
“Klopp – ha scritto – dimostra di non aver perso la capacità di parlare in grande, anche se la discussione ruota attorno ai piaceri di una semi-pensione. A sedici mesi dall’addio al Liverpool, i suoi messaggi appaiono più chiari e convincenti di quanto non fossero al momento della separazione, quando era evidente a tutti che servisse una rottura netta. È comprensibile che si fosse stancato delle conferenze stampa infinite. Lo stesso vale per i viaggi: per una mente curiosa deve essere frustrante andare ovunque senza vedere nulla. Persino le partite — o forse soprattutto le partite: la fatica della preparazione, sentirsi impotente mentre si svolgono e passare subito a quella successiva, senza avere mai abbastanza tempo per risolvere i problemi che si presentano, sotto la pressione di un calendario sempre più denso. Quello che sorprende di più è che Klopp non sembri sentire la mancanza delle persone — dei giocatori, dello staff e dei colleghi che spesso paragonava a una famiglia. Klopp aveva detto una volta che mentre altri allenatori collezionano trofei, “io colleziono relazioni”. Eppure questo rivela un altro paradosso del lavoro di Klopp: mentre il suo rapporto con i tifosi era fatto di amore, con i giocatori e i dipendenti era una questione di rispetto, talvolta di timore. C’erano confronti, e a volte era lui a cercarli. Non era sempre ragionevole ma non è insolito per i manager d’élite. Il solo fatto che a 16 mesi dal suo addio si cerchi ancora di decodificarlo è un segno di ciò che abbiamo perso. Questo si avverte soprattutto a Liverpool. Il suo successore Arne Slot può aver vinto la Premier League alla sua prima stagione, ma Klopp resta il manager più influente dai tempi di Kenny Dalglish. Tra cento anni, il suo nome sarà citato insieme a quelli di Bill Shankly e Bob Paisley. Klopp ha avuto un’enorme influenza sul calcio europeo, dimostrando che era possibile mettere in difficoltà chi disponeva di maggiori risorse. Non lo si può biasimare perché non ci vuole riprovare. La sfida gli è costata molto, si è guadagnato il diritto di scegliere cosa fare a questo punto della sua vita. È significativo che oggi sia felice di operare a distanza dal calcio — offrendo consigli, indicazioni e qualche commento pungente dal suo bunker, vivendo come una sorta di Arsène Wenger in versione ad alto contenuto di caffeina. La nazionale tedesca potrebbe sembrare un’opzione per lui, ma il suo calcio a tutta funzionerebbe in quel contesto? Il calcio va verso calendari sempre più gonfi: i giocatori non possono andare al massimo sempre. Se Klopp volesse ricominciare, probabilmente dovrebbe tradire i suoi stessi istinti calcistici. Il calcio non gli manca abbastanza per farlo. Ma è certo che al calcio manca lui”