
La marcia italiana non tradisce mai
La prima gara dei Mondiali d’atletica si è già conclusa con un risultato che Track & Field per l’Italia non aveva immaginato. Alla sua seconda uscita in assoluto sui 35 km, Antonella Palmisano è andata dritta a prendersi l’argento dietro quella Maria Pérez che non è mai stata più in forma di così ma che non vede l’ora di arrivare a LA 2028 e smettere, tanto l’ha capito che la marcia non le cambierà la vita [se ne parlava ieri qui]. Pérez è andata via al km 23 e all’arrivo si è fermata ad aspettare la pugliese, per salutarla con un inchino e abbracciarla.
Palmisano ha compiuto il mese scorso 34 anni. Fino al 2003 giocava a pallavolo. Iniziò a marciare insieme al gruppo maschile di Tommaso Gentile, prima di trasferirsi nel giro di tre anni a Roma e far le cose più seriamente con Patrizio Parcesepe alle Fiamme Gialle. Ha sposato un marciatore [Lorenzo Dessi] e ha sfidato gli infortuni. Si è operata all’anca sinistra nel settembre 2022, è rientrata con il secondo posto agli Europei a squadre dell’anno dopo a Podebrady, si è adattata subito alla distanza lunga facendo il record italiano alla prima uscita. Del fiore di feltro che mette tra i capelli quando gareggia sappiamo tutto. Ha studiato grafica pubblicitaria e forse disegnerebbe quest’argento come una lama di metallo che spunta da un cielo coperto di nuvole, tra l’afa e lo smog di una città che ai Giochi di quattro anni fa aveva ceduto per questo motivo l’organizzazione della marcia a Sapporo. Otto ritirate [una prima del via] e una squalificata. Record nazionale dell’Ecuador per Paula Milena Torres di bronzo, più altri tre primati personali, tra cui la cinese Li Peng quarta.
Le stelline dell’attesa
Il programma di oggi
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★★★★★ I 10 mila metri di Nadia Battocletti
Beatrice Chebet è la detentrice del record mondiale sia nei 5000 sia nei 10.000 metri ma sulla distanza lunga non ha mai corso ai Mondiali prima di oggi. Punta alla doppietta come Tirunesh Dibaba nel 2005, Kenenisa Bekele nel 2009, Vivian Cheruiyot nel 2011 e Mo Farah nel 2013 e 2015. Cheruiyot è stata anche l’ultima donna keniana a conquistare il titolo dei 10.000 metri [2015].
Chebet è stata la prima donna a infrangere la barriera dei 29 minuti [28:54.14] così ai Trials del Kenya si è fatta bastare il terzo posto dietro Janeth Chepngetich e Agnes Ngetich, 24 anni, la prima donna a correre 10 km su strada in 30 minuti in una gara riservata alle sole donne [29:27]. Due anni fa chiuse sesta.
La campionessa uscente è Gudaf Tsegay. L’Olimpiade di Parigi è stata la prima gara internazionale in sette anni da cui è tornata senza medaglie. L’Etiopia schiera pure Ejgayehu Taye [bronzo a Budapest], Fotyen Tesfay e Tsigie Gebreselama. A maggio Tesfay ha battuto il record della mezza maratona di Berlino [1:03:35] ed è stata la quinta prestazione più veloce della storia.
In mezzo a questa folla di gambe veloci, Nadia Battocletti cerca di ritagliarsi lo spazio suo. È molto di più di una guastatrice. Ha vinto l’argento olimpico sulla distanza a soli 10 decimi da Chebet. Ha battuto nel 2025 i record italiani dei 5000 [14:23.15], dei 3000 [8:26.27], dei 1500 m [3:58.15] e della 5 km su strada [14:32]. È da trent’anni che vince sempre un’atleta nata in Africa [Sifan Hassan nel 2019 sotto bandiera olandese] ma è da 22 che nessuna corre più veloce delle tre atlete salite sul podio nell’edizione di Parigi [fra 30:04.18 e 30:07.20]. ORE 14.30
★★★★☆ La finale di Fabbri nel getto del peso
Leonardo Fabbri si è conquistato la qualificazione tirando stanotte a 20,95, ma sono andati fuori sia Nick Ponzio [20,34] sia Zane Weir [19,89]. Ryan Crouser è rientrato con moderazione [21,37], dieci cm in meno di Adrian Piperi. La migliore misura è stata di Tom Walsh [21,74]. Sopra i 21 metri anche Wictor Petersson dalla Svezia e Scott Lincoln dalla Gran Bretagna. Ma nel 2025 sono stati in cinque a tirare sopra i 22. Se Crouser non fa Crouser, la finale è un enigma.
Nel pronostico di Track & Field vince Ryan Crouser davanti a Payton Otterdahl. Leonardo Fabbri è da bronzo. Crouser ha lanciato 23.51 due anni fa per l’oro a Budapest e 22.94 per l’oro di Eugene nel 2022. A Doha nel 2019 aveva perso per un centimetro [22,90 contro 22,91 di Joe Kovacs] prima di scoprirsi semi invincibile negli anni successivi. Tre ori mondiali nella storia ce li hanno Werner Günthör della Svizzera [1987-1991-1993] e John Godina [1995-1997-2001]. Nella storia recente dei Mondiali è stato finanche possibile restare senza medaglie pur lanciando a 22,53 [Darlan Romani del Brasile quarto nel 2019] oppure non entrare in finale con un 20.75 nelle qualificazioni [Fabbri ancora a Doha]. Dal Duemila in avanti si vince con un tiro medio di 22,17 e si sale sul podio con 21,56. L’Europa non vince l’oro dal 2013 [il tedesco David Storl]. ORE 14.10
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I temi del giorno
Quanto pesa Juventus-Inter
⚪⚫ | ⚫🔵 Igor Tudor invita a non immaginare Juventus-Inter come un test per i suoi, non è un esame di maturità – ha detto – vuole scappare dall’equivoco che la partita di oggi pomeriggio sia decisiva per qualcosa. La batteria della serie A si è scaricata del 5 percento appena, tutto quello che è accaduto finora ha un valore del tutto indicativo e per la Juventus ancora di più. La maniera in cui attaccherà è stata stravolta e impreziosita dalle aggiunte di Openda e Zhegrova, bisognerà lavorarci su e per vedere una squadra più o meno vera va messa in conto una porzione ragionevole di tempo. Quanto: si vedrà. Ma se Tudor ritrova il Koopmeiners di Bergamo, la Juventus si divertirà parecchio.
La Champions gli mette fretta. Le due squadre avversarie di prima fascia sono concentrate nelle prime tre giornate e Tudor stesso rimane una testa di calcio che deve disvelarsi. È in fuga costante dalle etichette con cui lo inseguiamo: prima il sergente di ferro della scuola balcanica, poi l’erede di Gasperini, l’anno scorso il traghettatore fra Thiago Motta e Antonio Conte. L’elemento forse più interessante della sua parabola, il tratto che per ora resta in sonno dentro di lui, è l’attitudine a lavorare in contesti caldi, la sua formazione di allenatore dentro città e stadi come Salonicco, Spalato, Istanbul, Marsiglia. Ha sviluppato un’alta propensione a maneggiare la brace che Cristian Chivu per esempio ancora non conosce. La costruzione del suo percorso è passata per altre vie. Ha imparato a riconoscere la qualità nei ventenni. Ha imparato a separare il grano della sfacciataggine dall’oglio della presunzione. Escluse le tredici partite di Parma, è la prima volta che dentro uno spogliatoio deve mostrarsi credibile e autorevole agli occhi di un trentaseienne [Mkhitaryan] o un trentasettenne [Acerbi]. “Serve il coraggio del giovane allenatore”scrive Paolo Tomaselli sul Corriere della sera. C’è stata così tanta distanza tra l’Inter dei cinque gol al Torino e quella battuta dall’Udinese che a Chivu già si chiede un’ipotesi di verità, mettendo per forza da parte dopo 180 minuti la tentazione di pensare che possano essere state autentiche entrambe le realtà.
Fiorentina vs Napoli
Anche per Fiorentina-Napoli sulla Gazzetta è “il momento della verità”, accipicchia. È la frase pronunciata da Conte alla vigilia, ma nessuna viglia per Conte sfugge a questa definizione. Repubblica Firenze spiegava ieri come Pioli fosse dinanzi a un gigantesco dilemma sul suo reparto più mutato, il centrocampo stravolto dal mercato e chiamato alla sfida con il reparto di McTominay, De Bruyne, Anguissa e Lobotka. Fagioli ha più regia, più passo, più gesti. Sohm ha i muscoli per reggere l’impatto con la fisicità. Mandragora un po’ l’una e un po’ l’altra cosa. Nicolussi Caviglia l’atteggiamento e le caratteristiche per fare il vertice basso. Ora dipende dalle scelte, ma pure le scelte definitive in fondo non lo sono mai. Le trame delle partite cambiano e negli ultimi 20 minuti si sovvertono. Si vedrà.
Firenze è una delle stanze nella Casa dei fantasmi del calcio napoletano. Per lo scudetto perso nel 2018 sotto i colpi del Cholito Simeone [che si è riscattato portandone due] e perfino per la prima sconfitta della stagione nell’anno del primo scudetto, quando al rientro dalle feste di Natale Paolo Monelli segnò un gol da centrocampo. Antonio Giordano sintetizza così il Napoli che va a Firenze: “Senza Rrahmani, senza Lukaku, senza limiti, senza paura, senza alibi”.
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Le analisi
Che cosa si può fare ancora per la pallavolo italiana
Fra l’oro mondiale di Bangkok delle donne e l’inizio dell’avventura degli uomini nelle Filippine si incastra l’interessante ragionamento-sfogo di Mauro Fabris, presidente della Lega, con Angelo Di Marino su La Stampa. Fabris chiede «leggi diverse a sostegno dei privati che investono nello sport». In sostanza una defiscalizzazione perché «questo mondo sta in piedi al 90% con i soldi delle proprietà e degli sponsor, la biglietteria arriva forse al 10%. E poi mancano gli impianti: se li avessimo, Conegliano farebbe diecimila persone tutte le domeniche. Questo meraviglioso mondo non può rimanere così in alto se non arrivano aiuti». Lo dice perché è convinto che aver battuto la brasiliana Gabi ai Mondiali si deve anche al fatto che Gabi è ogni domenica nel nostro campionato. Ma se le stelle riprendono a scappare sulla via per la Turchia [Orro e Sylla sono state ingaggiate con contratti da 600 mila euro], il campionato si impoverisce e prima o dopo pure la Nazionale. «Ogni anno – dice Fabris a La Stampa – versiamo oltre 800mila euro alla federazione e contribuiamo allo sviluppo del Club Italia che quest’anno gioca nella nostra A2. Ma se una giocatrice si fa male in Nazionale chi paga? È capitato nel maschile con Lavia, non c’è neanche l’assicurazione. Qualcuno mi deve spiegare perché noi, pur pagando i contributi Inps, non vediamo garantite le nostre atlete con le coperture che hanno le altre lavoratrici. Senza contare che le giocatrici non sono ancora riconosciute come professioniste e che c’è bisogno di normative che oggi non abbiamo».
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La Macchina del tempo
Quando nacque il gol alla Del Piero
La prima volta che vedemmo un gol alla Del Piero, Roberto Perrone sul Corriere della sera scrisse che si trattava di “una cosa che non è un gol, ma una creazione fantastica perché da sinistra, e su lancio verticale di Sousa, gli riesce tutto: il taglio, il rientro rapido su Kohler, l’esecuzione. E in quel destro che vede l’angolo e vi si deposita altissimo, c’è del genio”.
È l’atto di nascita di un gesto, un marchio di fabbrica, un calco da imitare. La sera del 13 settembre 1995, in una serata di Champions League che la Juventus trascorse vincendo in rimonta da Dortmund senza Vialli e senza paura, il gol alla Del Piero si mise nella scia del doppio passo alla Biavati, del cucchiaio alla Panenka, della punizione a foglia morta alla Corso. Il calcio è fatto di flash che restano negli occhi. Il gol kung-fu è Ibra. La parata dello scorpione s’è fatta uomo con Higuita. Uno dice Quaresma e si pensa alla trivela. Il gol dal calcio d’angolo è Palanca. La maledetta ha la barba di Pirlo. E più ci si allontana dal centro, più si procede verso le periferie, più ogni cosa si fa leggenda. Marco Nappi che fa la foca andando in slalom con il pallone sulla testa, Vito Chimenti che stringe il pallone a tenaglia fra i piedi e lo porta in avanti col tacco saltando il difensore con un pallonetto [la bicicletta], Luciano Marangon che fa passare il pallone da un lato dell’avversario e lo supera in velocità correndo dall’altro [la vacca].
Il gol alla Del Piero compie trent’anni e ha avuto un copista, un miniaturista, in Lorenzo Insigne – che di Del Piero aveva infatti il poster nella stanza. Quella volta a Dortmund, in “una partita da esporre al Louvre” [ancora Perrone sul Corriere], Alex fu “un piccolo principe” da 8 in pagella, “distratto a volte, tenero nello sfuggire i contatti con l’aria pesante di certi contrasti, però regale se deve intepretare il suo ruolo, che è quello del finisseur. Il gol gli nasce dai cromosomi”.
Ne aveva segnati due simili la stagione prima contro il Napoli e contro la Lazio, ma come ci ha insegnato Agatha Christie due indizi sono una coincidenza, la prova arriva con il terzo. Il terzo era la magia di Dortmund. Lui commentò con quell’ironia che tiene nascosta sotto il sorriso a pizzo. «Adesso dovrò imparare a segnare i gol facili» disse.
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Oggi
Il pubblico di Misano
Un desiderio espresso e una verità inconfessabile. Il desiderio espresso era quello di non vincere aritmeticamente il Mondiale a Misano. Marc Marquez ha spiegato che la circostanza portava con sé un incastro doloroso: un week-end nero, nerissimo, di suo fratello Alex in Catalunya. Per fortuna Alex ha vinto e il Mondiale a Misano oggi davvero non arriva. L’inconfessabile verità è che Marc tutto avrebbe voluto, fuorché festeggiare il suo primo Mondiale in sella a una Ducati, il suo decimo titolo che lo appaia a Valentino, giusto in casa di Valentino. Dove un tempo fioriva in tribuna un muro giallo di tifo e dove ancora oggi e domani lo spagnolo deve prepararsi a un week-end tra i fischi. A quindici km dal ranch di Tavullia, come scrive Simone Golia sul Corriere della sera, Marquez è “ospite sgradito dal 2015, l’anno delle sportellate e della Malesia che costò il decimo Mondiale al Dottore”. Nadia Padovani, che lo ha avuto nel team Gresini, è irritata e dice che «sarà sgradevole, ormai solo qui fanno così», lo dice perché “gli vuole bene come a un figlio, è rimasta colpita dalla sua umiltà (spesso li seguiva a cena in trattorie non di prima mano) e non ha ancora digerito i fischi che rovinarono il successo a Misano del 2024”.
Guida allo sport in tv di oggi
I Mondiali maschili di pallavolo e quelli femminili di rugby
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L’ultimo scroll
Le cose che accadono banalmente e quelli che giocano con le paure
Nella sua newsletter americana di stamattina, il direttore del Post Francesco Costa attacca mettendo in fila l’omicidio di JFK e di Bob Kennedy, quelli di Martin Luther King e Malcom X, l’attentato a Ronald Reagan, la bomba al Senato, il massacro della Columbine High School e molto altro.
“Non vi racconto tutto questo – scrive – per rassicurarvi, dopo la spaventosa esecuzione di Charlie Kirk, anche perché sarebbe una rassicurazione del cavolo. Lo faccio per mettervi in guardia dalle analisi che pur di giocare con le nostre paure presentano quotidianamente il fatto terribile del giorno come l’inizio della fine o il segno che la dittatura è dietro l’angolo o che la Terza guerra mondiale è questione di ore. Volessimo mantenere questo registro, dovremmo dire che la fine è già abbondantemente iniziata. Oppure, scenario non meno terrorizzante del precedente ma a mio parere più esatto, che gli Stati Uniti sono sempre stati e restano un paese violentissimo, a prescindere da chi sia presidente o dai toni adottati dalla politica in un dato momento”.
E ancora: “Ma prima ancora di sapere quale delirio abbia mosso il ventiduenne che gli ha sparato, le cause della sua morte sono purtroppo banali com’è spesso banale morire negli Stati Uniti. Un tizio si è procurato un’arma e ha sparato a un altro tizio. Trovo vile e marcio il dibattito su quanto le cose che diceva Kirk debbano rendere più o meno giustificabile il suo assassinio, o più o meno opportuno pensare che se la sia cercata. Avevamo fatto un grande passo avanti, come specie, quando avevamo sancito l’intangibilità della persona come diritto di tutti gli esseri umani: non di tutti gli esseri umani tranne gli stronzi o quelli che ci stanno sul cazzo. Altrimenti siamo peggio di quelli che pensiamo di combattere”.
Cosa c’entra con Slalom? Boh. Però a leggerlo stamattina pareva che c’entrasse.
A domani.