Venus Williams non ha ancora finito il suo lavoro
Se è vero che le sorelline Williams da Compton fecero la rivoluzione nella comunità afro-americana da giovani, bisogna cominciare a considerare che la signora Venus all’età di 45 non ha ancora smesso di seminare orme nelle quali posare i piedi. È del tutto evidente da un lungo articolo che la scrittrice Alexandra Moe ha pubblicato su The Atlantic, rivista americana di cultura, letteratura e politica vicina ai 170 anni di vita.
Moe racconta di come per gran parte della sua vita le sia capitato di usare la racchetta una volta ogni dieci anni, “mirando a casaccio – dice – e arrangiandomi con una versione rustica del tennis”. È stato un paio di anni fa che invece ha deciso di imparare a colpire “un dritto pulito che non volasse verso il cielo”. Ha iniziato a prendere lezioni, di quelle fisiche, sul campo, con il maestro. Ma si è pure messa a studiare le lezioni digitali e virtuali che Venus Williams tiene su YouTube. È stata lei a insegnarle come a muovere le spalle, “così – scrive – quando è apparsa con una wild card al D.C. Open di Washington il mese scorso, ho comprato un biglietto e mi sono presentata due giorni dopo che aveva servito nove ace e sconfitto una donna con la metà dei suoi anni. Ho visto il suo dritto tagliare l’umidità di luglio, le sue spalle sprigionare velocità e angoli ancora più sorprendenti dal vivo. Quante centinaia di migliaia di dritti avrà colpito nel corso della sua vita? Guardandola, potevo immaginare di giocare anch’io per tutto questo tempo”.
La notte scorsa a New York è stata quella dell’addio al tennis per Petra Kvitova, una delle ultime mancine ad aver vinto uno Slam, e per Caroline Garcia – alla quale L’Equipe stamattina dedica tre pagine [qui è dove si parlava tempo fa della sua carriera e della sua vita tormentate dalla bulimia]. Non è chiaro ancora se anche la partita persa da Venus con Karolina Muchova debba essere considerata l’ultima o no: se l’ultima della carriera, se l’ultima a NY, se nient’affatto l’ultima. Anche Serena se ne andò dall’Arthur-Ashe nel 2022 senza dirlo in modo esplicito, ma era chiaro che non l’avremmo più rivista. Venus ha commesso 10 doppi falli ma scrive il magazine Tennis che “nonostante tutto, quando riesce ancora a colpire la palla con un tiro secco, nemmeno una ventenne professionista di alto livello come Muchova riesce a starle dietro”. Il pubblico ha fatto casino a ogni punto vinto ed è rimasto in silenzio a ogni punto perso. Lei ha finanche alzato il pugno un paio di volte e Muchova ha confessato alla fine di sentirsi molto stressata, «mi avete stressata voi» ha detto rivolta al pubblico.

Ci sono stati molti momenti da vera Venus e se quel suo dritto che nel terzo set ha bucato il gesto di Muchova in risposta “dovesse rivelarsi l’ultimo colpo della sua carriera sull’Arthur-Ashe, se anche questa sconfitta fosse la sua ultima esperienza qui – ha scritto Tennis – potremmo comunque dirla una bella esperienza”.
Così bella che Venus l’ha chiusa in lacrime in conferenza stampa. Frase chiave: «È stato bello giocare sentendosi più libera», nel senso di libera dai dolori, dagli infortuni, dai problemi di salute, dal fibroma all’utero operato nel 2024. Tennis dice che è stata la sua partita dalla più alta qualità da molto tempo a questa parte, con 24 vincenti, contro la testa di serie numero 14. Le hanno domandato se la rivedremo a Melbourne, al prossimo Slam. «Qualcuno può spostare il torneo qui? Non so se sono pronta a fare un viaggio così lungo a questo punto della mia carriera per andare a giocare».
Ha l’aria di essere un no, ma il lavoro di Venus non è finito. Per tornare al pezzo di Alexandra Moe su The Atlantic: il tennis è entrato in una nuova fase, con un nuovo compito sociale. Non tanto – non solo – perché in tribuna ci sono Simone Biles, Aaron Judge e altre stelle dello sport americano, e neppure perché le vendite dei biglietti sono cresciute dell’8%. L’after-party, i sold-out, la band Odesza che trasforma il Louis-Armstrong Stadium in una discoteca sono una parte del tutto, in questo sport dove la musica elettronica ha rimpiazzato i quartetti d’archi. Il punto – scrive The Atlantic – è che il tennis si è drasticamente democratizzato.
“Lo sport è cresciuto durante la pandemia di coronavirus, quando colpire una palla all’aperto, a 24 metri di distanza da chiunque altro, sembrava essere uno degli esercizi più salutari a nostra disposizione. L’anno scorso, più di 25 milioni di americani hanno giocato. Oggi il tennis si gioca prevalentemente su campi pubblici. Potrebbe persino esserci un campo nella scuola media dietro l’angolo, a condizione di ignorare il nastro blu da pickleball sulla linea di fondo. Tutto ciò che ti serve è una racchetta, una palla e un’altra persona che risponda ai tuoi servizi. Se non sapete come colpire, c’è Venus Williams che ve lo insegna su YouTube”.