Il mito stropicciato di Mourinho

   

L’esonero di José dopo la mancata qualificazione alla Champions

Il vanto di José Mourinho è aver vinto dove altri non ci sono riusciti. Non tutte le Coppe sono uguali, non tutti i tituli si equivalgono. Aver vinto una Champions con il Porto non è come averla vinta a Milano, averla vinta a Milano non è la stessa cosa di Madrid, averla mancata a Madrid trova nella sua lettura del mondo una camera di compensazione nei successi sul Barcellona, aver interrotto quel dominio nella Liga. 

E poi c’è Roma, ovviamente: ci sono le due finali europee, la Conference League portata a Trigoria, tutto l’amore seminato e raccolto in un Olimpico sempre sold-out. Tutto questo non si misura, eppure fa parte della costruzione di una carriera, meglio ancora se di un mito. 

Cosa resta di tutto questo vanto è complicato da dirsi alla sesta Champions League senza di lui e all’ennesimo esonero consecutivo. Del suo mito rimangono intatte certe schegge che ogni tanto arrivano dalla Turchia nelle agenzie, quando per esempio dice che un arbitro eccetera eccetera, oppure quando risponde che non sa chi sia quel tale dirigente. Il solo Mourinho che possiamo riconoscere è quello che abbiamo già conosciuto. Quanto ne è rimasto?

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Nei suoi migliori giorni italiani, di lui Edmondo Berselli scrisse che al Porto e al Chelsea era l’ideologo di un calcio cerebrale, giocato con formule metafisiche. Arrivato all’Inter, ha capito subito di essere caduto nel cuore più nevrotico, sentimentale e fragile del calcio mondiale, in un club dove esisteva un rosario di vittorie intervallato da cicli di disgrazie. Mourinho ha scelto di essere un leader totale. Si fa presto, infatti, a dire che è un grande comunicatore. Ma bisognerebbe stabilire intanto che cosa comunica. Perché Mourinho è un guru, un santone, un filosofo. In quanto tale, è un manipolatore di concetti. In quanto leader filosofico, il tradizionalista Mourinho è in grado di agitare concetti e retoriche strappando le convenzioni. Anzi, crea una realtà parallela

Nella realtà parallela alimentata da chi lo ha amato e da chi lo ama ancora, ai suoi successi viene attaccata la spina dell’amplificatore, le cadute passano un pochino più sotto silenzio. Al sito turco Fanatik ha ricordato proprio pochi giorni fa che «quando ho vinto la mia prima Champions League, c’è stata una grande esplosione di interesse per il mio modo di lavorare. C’è stato un prima e un dopo di me. Quando sono arrivato la prima volta in Italia, nemmeno i giocatori credevano davvero in quel modo di lavorare. C’è stato un cambiamento radicale a livello metodologico». Ma stamattina, scrive Record in Portogallo, “quando non vince, José Mourinho non sembra mai di buon umore. La sua natura competitiva non glielo permette”.

Aveva una faccia tirata anche nel preliminare sul campo del Benfica, una pelle liscia e livida per la frustrazione.

The Athletic ha ricostruito il panorama che ha favorito la separazione di Mourinho dal Fenerbahçe partendo dalle sue critiche all’inoperosità del club sul mercato e da quella dichiarazione con cui disconosceva la figura di Hamki Akin, il vicepresidente. 

“Se si fosse trattato di un episodio isolato, sarebbe stato un conto. Ma all’interno del club quelle dichiarazioni sono state viste come l’ultima di una serie di comportamenti che rappresentavano un atteggiamento costante nel porsi al di sopra del club, del calcio turco, dei giocatori e della dirigenza”

Dopo la sconfitta per 4-2 contro l’Hatayspor a maggio, Mourinho ha detto di aver raggiunto negli ultimi sette anni più finali europee di quante ne abbia raggiunte il calcio turco nella sua storia. “Se questa può sembrare un’affermazione generica e relativamente blanda per i suoi standard – sottolinea The Athletic – è stata considerata incredibilmente irrispettosa, perché dava l’impressione che il calcio turco in generale, ma il Fenerbahce in particolare, non fosse al suo livello. Questa si aggiunge alla serie di classiche bizzarrie di Mourinho della scorsa stagione, tra cui la squalifica di due partite per aver accusato gli allenatori del Galatasaray di saltare come scimmie nel tentativo di influenzare gli arbitri durante una partita, un’ulteriore squalifica di tre per aver afferrato il naso dell’allenatore Okan Buruk e per aver messo davanti a una telecamera durante una partita un computer portatile che apparentemente mostrava la prova di una decisione ingiusta e sfavorevole. Le sue continue lamentele sugli arbitri sono state evidenti persino in Turchia, una nazione calcistica dove tutti sembrano pensare che l’establishment ce l’abbia con loro.

Hanno calcolato che le rescissioni dei contratti hanno fruttato a José 100 milioni di euro: lo scrive con più rilievo di tutti O Jogo. Pur di liberarsi di lui, il Fenerbahçe ha accettato di spenderne 15 di buonuscita. Lui continua a vestire i panni di Dottor Goodbye e Mister Hello. Con una mano saluta il club che lascia, con l’altra stringe il prossimo patto per la prossima panchina. Solo che ora cambia il profilo. Un tempo ci si rivolgeva alla Mourinho Inc. per farsi accompagnare nella scalata a una determinata vetta, dai Friedkin in avanti pare che Mourinho sia diventato il miglior nome da mettere sul cartellone per acquistare un credito, e il resto si vedrà. I prossimi a essere tentati pare che siano quelli del Nottingham Forest, del West Ham e pure i Rangers a Glasgow – circostanza questa che favorirebbe subito un incrocio con la Roma in Europa League. 

Rivista Undici ha scritto che José Mourinho ha sempre usato i risultati per giudicare sé stesso e gli altri, dunque se questo metro vale ancora Mourinho sta vivendo una seconda parte di carriera a dir poco complicata. Forse è abbastanza, perché si inizi a parlare di declino.

Ne ha scritto Paolo Condò sul Corriere della sera ricordando che l’ultima squadra lasciata da Mourinho per volontà sua è stata l’Inter, mollata un attimo dopo la Champions vinta al Bernabéu. Il paradosso di Mourinho – scrive Condò – è che dentro di lui ci sia poco calcio. Pochissimo. Nulla di quel che ha applicato in questi 25 anni, e che ha fruttato una notevolissima bacheca di 26 trofei, verrà ricordato come originale o anche solo felicemente contaminato.  Dunque non è certo l’aspetto tecnico ad averlo reso lo Special One, quanto una leadership innata e luciferina che ovunque l’ha portato a nutrirsi dell’amore talebano dei suoi tifosi e di un altrettanto acritico odio da parte degli avversari. Mourinho è una delle chiavi interpretative migliori della trasformazione del calcio da sport, sia pure di massa, a show globale senza pari. Irresistibile la sua postura da generale in tempo di guerra, come la capacità di replicare ogni volta lo stesso copione suscitando sempre la stessa fedeltà: gli inesauribili complotti arbitrali denunciati, la derisione dei rivali, perfino l’aggressione fisica al tecnico avversario. Mourinho in questi anni – continua Condò – è stato eccessivo e rancoroso ma anche coraggioso e astuto, un angelo torvo capace di farsi seguire a passeggio sui carboni ardenti per un tempo finito da tutti, oppure per l’eternità ma soltanto da alcuni. Un genio, a patto di non discuterlo per evitare il rischio di scoprire che sotto il vestito, niente.

Maurizio Crosetti su Repubblica lo ha trovato un addio, triste, spietato e romantico. La vita che bussa, entra, si mette comoda e ti dice che è finita. O che è finito quel vecchio modo di essere, vincere, vivere, perdere e amare. Cioè che sei sempre tu, ma non sei più tu. Nell’immagine che chiude il pezzo Mourinho è un drago senza più fuoco. La prima vita di Mourinho è stata strabiliante, la seconda l’ha confermata tra Milano, Madrid e Londra. La terza, invece, a parte qualche notte romana ed europea, è stata uno scivolamento verso il declino, un viale del tramonto con troppe foglie secche”. 

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