Il Leone alla carriera per Herzog, tifoso di Franco Baresi

Il Leone alla carriera per Herzog, tifoso di Franco Baresi

Werner Herzog ha ricevuto il Leone alla carriera dalle mani di Francis Ford Coppola e oggi alla Mostra passa fuori concorso il suo Ghosts Elephants. Come Sorrentino ringraziò Maradona accanto a Fellini, ai Talking Heads e a Martin Scorsese dopo l’Oscar, Herzog dedicò un pensiero a Tonino Guerra e a Franco Baresi dopo il premio della poesia a Pennabili. Lo chiamò il suo amico istintivo. «Non ci siamo mai incontrati di persona – disse – ma la sua storia di persona che proviene da una famiglia contadina della campagna bresciana e di vero capitano che sapeva leggere la partita così come l’animo di ogni suo compagno di squadra è davvero unica. Non ci sarà mai nessun altro capitano come lui. Non farò un film su di lui perché Baresi è pura vita, e a volte la vita va vissuta sta da una parte, mentre il cinema sta da un’altra. Baresi è stato poeta dei campi di calcio, è radicato profondamente nella sua terra, così come lo era Tonino. Penso che sarebbe l’uomo giusto per bere un bicchiere di vino con me e Tonino».

L’incontro si fece el maggio del 2022 al Salone del libro di Torino, nell’ambito dell’iniziativa Adotta uno scrittore per le scuole secondarie superiori. Il Corriere della sera raccontò che Baresi era stato nel frattempo in Amazzonia sulle tracce del Fitzcarraldo di Herzog, per «capire il suo mondo, immergermi nel suo mondo». Herzog disse ancora di lui: «Baresi era il migliore quando non aveva la palla, perché riusciva a leggere il gioco, riusciva a capire quello che sarebbe successo, e non c’è stato mai nessun altro giocatore come lui che abbia capito così bene fisicamente lo spazio come è capitato a lui, davvero sensazionale. Mi piacerebbe davvero, nel fare i miei film, essere uno che riesce a capire il cuore dell’uomo e spazi come l’Amazzonia nello stesso modo in cui Baresi ha capito il gioco.

 

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Indagine eretica su Franco Baresi

MAGGIO 2020  |  Nella intervista del Daily Mail a John Barnes lunedì c’era un passaggio molto interessante. La stella dell’ultimo titolo del Liverpool, ventidue gol segnati nel 1990, faceva un paragone tra la sua squadra e questa irresistibile di Jürgen Klopp. «Quando la gente mi chiede di metterle a confronto, io rispondo sempre che tutto dipende dalle regole. Se giocassimo con le regole degli anni 80 e con gli arbitri di allora, gli faremmo sei gol. Perché cadendo loro non avrebbero nemmeno un calcio di punizione. Ma se giocassimo con le regole attuali, sarebbero loro a farne sei a noi, e in sei finiremmo la partita». È una considerazione molto onesta. A suo modo umile. Barnes si dichiara un campione figlio del suo tempo. Spinge a chiedersi se non ce ne siano stati altri, anche grandi, anche grandissimi, che devono qualcosa, poco, tanto, allo spirito del tempo in cui sono capitati.

Il primo pensiero è corso a Pat Bonner, il portiere dell’Irlanda che ai Mondiali del 90 nei momenti di difficoltà si faceva passare il pallone all’indietro e lo custodiva tra le braccia. Contro l’Egitto lo tenne così per sei minuti su novanta. La FIFA si indispettì. Il divieto di prendere con le mani il passaggio dei difensori nasce da lì. 

Il secondo pensiero è andato a Franco Baresi.

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