#1 giorno al Tour de France
► JANNIK SINNER ha passato il secondo turno di Wimbledon, dove invece è caduta un’altra testa di serie, la numero #4 Draper, per il sommo dolore dei tifosi di casa. È uscito anche l’americano Tommy Paul
◇ Agli Europei femminili la Spagna ha segnato cinque gol al Portogallo, all’Italia è bastato farne uno al Belgio per vincere all’esordio e gettare le basi per il passaggio del turno.
◇ Come aveva anticipato Marca, in effetti Sergio Scariolo sarà il nuovo allenatore del Real Madrid
Facciamo finta che io torno a casa la sera e tu ci sei ancora sul nostro divano blu
Niccolò Fabi
La morte di Diogo Jota
Diogo Jota aveva 28 anni, era già padre di tre bambini piccoli e aveva sposato la sua fidanzatina del liceo dodici giorni fa, undici prima di morire. Glielo chiese inginocchiandosi sotto una tettoia ricoperta di pini nel giardino di una villa affittata per le vacanze. Lei prese il telefono dalla tasca e gli fece un video perché non si smette mai di essere compagni del liceo.
“Questa è una storia senza senso, la più terribile tragedia umana. Chi l’ha vissuta in modo simile può immedesimarsi. È un orrore privato, un evento che cambierà per sempre la vita di familiari e amici. Eppure è ovviamente anche una storia di sport, perché Jota è stato dotato del talento, del cuore e di una volontà che gli hanno concesso di vivere la straordinaria esistenza pubblica che tocca a un calciatore d’élite moderno”.
Così Barney Ronay sul Guardian saluta il numero 20 del Liverpool, una maglia che sarà ritirata e non vedremo mai più. È stato al Porto, è stato al Wolverhampton, è stato per 182 partite uno dei calciatori che faceva cantare Anfield, in una prima linea d’attacco che comprendeva Mohamed Salah, Sadio Mané, Roberto Firmino, Divock Origi, Luis Díaz, Cody Gakpo e Darwin Núñez.
Anche dentro un simile cast Diogo aveva trovato il suo spazio e il suo tempo, come 15 minuti per sé aveva trovato nella finale di Nations League vinta dal Portogallo quattro settimane fa, la sua ultima partita di calcio.
Un calciatore moderno, veloce e abile nel dribbling, ma pure generoso nel pressing d’attacco. “A volte sembrava controllato dal joystick di una playstation” ha scritto il Telegraph, mentre le prime pagine dei quotidiani sportivi portoghesi sono uscite in bianco e nero.
Un calciatore di un metro e 75 sorprendentemente bravo nel colpire di testa, nato nel quartiere Massarelos di Oporto, figlio di un gruista [Joaquim Silva] e di un’operaia in una fabbrica di automobili [Isabel], un uomo e una donna a cui tocca la sorte più irragionevole sulla faccia della Terra. Sopravvivere a questo dolore, a questa perdita fuori scala e contro natura.
“Non c’è una risposta sensata quando qualcuno muore così giovane, con un’intera seconda vita da vivere come padre e marito. Tutti amavano Diogo Jota. Chi lo ha visto crescere nel quartiere di Gondomar a Oporto provava un immenso orgoglio per il suo successo. I tifosi del Liverpool ne apprezzavano l’intelligenza e lo spirito di squadra”.
Jamie Carragher lo ha definito il miglior realizzatore del club nell’era della Premier League. Anfield aveva inventato per lui un canzone. “È un ragazzo del Portogallo / è più forte di Figo, lo sai” cantata su una melodia ultrà argentina, a sua volta derivata e adattata da Bad Moon Rising dei Creedence Clearwater Revival.
Nicola Roggero, la voce di Sky che molte volte ha commentato le sue partite, lo chiama su Insider il calciatore che inventò sé stesso, perché sfuggì al nome Diogo Silva così diffusa dando corpo alla J del suo secondo nome José, la jota nell’alfabeto portoghese e Jota sia.
A Wolverhampton si era ambientato frequentando il bar Aromas de Portugal in centro, giocando a cricket quando e dove era possibile farlo, rivelando a un certo punto di aver detto sì alle offerte per poter andare a vivere non distante dai luoghi di Peaky Blinders. Era cresciuto da bambino con un debole per l’Everton negli anni di David Moyes, perché gli sembrava una squadra irresistibile. Nessuno glielo ha mai rinfacciato quando dall’altra parte di Liverpool gli hanno dato una maglia e un contratto nel settembre del 2020.
Ha molto aiutato il fatto di aver segnato 7 gol nelle prime 10 partite, aggiungendo ai gol la velocità, la grinta, la leggerezza, “quella leggerezza dei calciatori – ha scritto Barney Ronay sul Guardian – che sembrano non lasciare segni sull’erba, il gioco infinito di un adolescente. La giovinezza è una qualità a tempo determinato. Ma le persone giovani, intelligenti, belle e simpatiche dovrebbero vivere per sempre. Gli atleti professionisti vivono vite intense e frenetiche, fatte di continui viaggi e cambiamenti”.
James Pearce su The Athletic ha scritto che Diogo era un calciatore diverso da tanti altri perché non era stato un bambino prodigio e non veniva da un accademia delle élite, anzi ammetteva di “essere stato plasmato nella personalità dalle battute d’arresto subite per dimostrare di essere all’altezza dei massimi livelli”. Per nove anni era rimasto nelle giovanili del Gondomar e poi al Paços de Ferreira perché i grandi club non lo prendevano in considerazione, e lui piangeva con papà, lo pregava di annullare le lezioni di nuoto a cui era stato iscritto per farsi il fisico.
Era l’estate più bella della sua vita. L’estate in cui su un campo di calcio ha vinto la Premier League e la Nations League, l’estate in cui fuori dal campo aveva sposato Rute Cardoso, “sì all’eternità” aveva scritto su Instagram sotto una serie di foto della cerimonia. Della Lamborghini su cui viaggiava insieme al fratello André, anche lui calciatore al Penafiel, serie B portoghese, rimane un ammasso di metallo annerito. Secondo le prime indagini della Guardia Civil di Spagna, l’incidente stradale è dovuto allo scoppio di uno pneumatico in fase di sorpasso. Una barriera metallica è andata sfondata. L’auto ha preso fuoco. Jota sarebbe dovuto tornare lunedì a Liverpool per la ripresa degli allenamenti. I due fratelli erano diretti a Santander, dove avevano in programma di imbarcarsi su un traghetto notturno per tornare in Inghilterra. I medici avevano consigliato a Diogo di evitare viaggi in aereo dopo un’operazione ai polmoni.
Ora ci sono fiori, fiori dappertutto lungo i muri di mattoni di Anfield e pure Cristiano Ronaldo dice che tutto questo non ha senso.
Che cosa stanno leggendo in Europa
🟨 In Inghilterra, in Portogallo, in Spagna l’addio a Diogo Jota – In Francia con Jota c’è il Tour de France, in Italia il calciomercato
▬▬▬▬▬ ▬▬▬▬▬
I temi del giorno
La mano di poker che sta giocando la Mercedes
La trattativa tra Max Verstappen e la Mercedes esiste ed è pure bene avviata. La redazione motori di Sky Sport l’ha svelata in anteprima mondiale due giorni fa e ieri è diventata l’argomento principale della conferenza stampa dei piloti, alla vigilia del GP di Silverstone, la pista che ospitò il primo storico Mondiale nella storia della F1. Lui, Verstappen, dice che non sta ascoltando le voci, ma le voci girano soprattutto dalle parti di George Russell – il candidato a lasciargli un sedile alla Mercedes. Il povero Russell che doveva dire. Prima ha fatto il vago e ha risposto di esser certo che nel 2026 sarà ancora al suo posto, poi ha mandato una zeppata al signor Wolff dicendo che in un team la continuità è un bene prezioso, non si può certo ricominciare ogni volta da zero. Insomma: mister Wolff deve risolvere un problema.
Su Sky Sport Insider, il servizio premium online per abbonati alla tv, Carlo Vanzini ha scritto che c’è una parte del board Mercedes ancora poco convinta dell’operazione. Sono quelli che pensano: “Se è vero che l’anno prossimo facciamo la miglior macchina e avremo il miglior motore, perché dare il valore dell’impresa al pilota?”. Il fronte del sì replica che “lo stesso motore lo avrà anche la McLaren, che però ha dimostrato di saper fare meglio il resto della macchina… e quindi sì, avere il miglior pilota in circolazione serve. Prendendo Max, di sicuro non sbagli, questo è chiaro a tutti”.
Erik Van Haaren, giornalista olandese del quotidiano De Telegraaf molto vicino al clan Verstappen dice che la mossa di Wolff – prima ancora di andare a segno – mira a mettere in difficoltà il gran nemico Chris Horner dentro la Red Bull e con le spalle al muro Russell, riducendo il suo potere negoziale al tavolo del rinnovo. L’Équipe sintetizza: “È come una mano di poker a un tavolo di bugiardi”.
La zattera del canale privato della Ligue 1
L’unica strada possibile da imboccare era questa. La Ligue 1 s’è fatta il canale. I diritti tv sono diventati una questione tormentata da alcuni anni, prima con la fuga a gambe levate di Mediapro a cavallo della pandemia, ora con la defezione di DAZN dopo una stagione di interregno per una stima di perdite pari a 200-250 milioni di euro. DAZN ha rotto l’accordo anticipatamente, Canal+ si era sfilata da tempo e dal 15 agosto la Ligue 1 si gioca la carta della tv di sua proprietà: otto partite in diretta dal venerdì alla domenica, più gli highlights in chiaro la domenica sera. L’ultima partita settimanale andrà su beIN Sports, residuo degli accordi già esistenti negli ultimi anni. Si paga 14.99 euro al mese, in attesa di un’offerta da 9,99 per chi ha meno di 26 anni.
L’Équipe racconta stamattina che LFP Media ha definito un piano di sviluppo con alcuni obiettivi in termini di numero di abbonamenti e di fatturato. Per questa stagione sono previsti tra 1,1 e 1,2 milioni di abbonati con entrate per 151 milioni di euro. Il piano industriale punta a 1,5 milioni di abbonati nel 2026-2027 e 320 milioni di euro di fatturato, poi a quasi 2 milioni di clienti e 407 milioni di euro nel 2027-2028 e infine a 2,15 milioni di tifosi fidelizzati nel 2028-2029 e 470 milioni di euro di fatturato. L’incremento tra primo e secondo anno è dovuto al recupero della partita di beIN Sports del sabato pomeriggio e quindi alla possibilità di offrire tutte e nove le partite in ciascuna giornata. Ma in cambio non ci saranno più i 78 milioni e mezzo di euro versati da beIN.
Insomma assomiglia più a una zattera di salvataggio, una questione di sopravvivenza, che a una luminosa idea di sviluppo alternativo. Il gran capo del progetto dice che le prime due stagioni di prospettano molto difficili, ci sono 66 milioni di euro di costi di produzione tra giornalisti, consulenti, producer, marketing, costi per la realizzazione della piattaforma OTT.
Giochiamoci un penny di zio Paperone su uno scenario. Se le cose si dovessero mettere male, il PSG di Nasser Al-Khelaifi si mette alla guida dell’organizzazione di un campionato europeo transnazionale [dopo aver avversato la Superlega di Florentino Pérez e compagnia].
Una zattera cerca pure il Lione che giovedì prossimo ricorre in appello contro la retrocessione a tavolino per quella montagna di debiti che gli ha zavorrato i conti. L’americano Textor ha lasciato la presidenza a Michelle Kang, proprietaria e guida del ramo d’azienda femminile. Sono stati iniettati 100 milioni di euro liquidi liquidi nelle casse e il 10 luglio vediamo come va a finire. L’Équipe stamattina parla di manutenzione costosa.
▬▬▬▬▬ ▬▬▬▬▬
Le analisi
Simone Inzaghi ha salvato Infantino
Nella sua nuova newsletter del giovedì sera, La Causerie, il giornalista francese Vincent Duluc ha scritto che dopo due settimane di storia “sarebbe un po’ esagerato affermare che il Mondiale per Club sia diventato un appuntamento fisso e che occupi il nostro mese di giugno e i primi di luglio allo stesso modo in cui lo fanno il Mondiale e l’Europeo negli anni pari. Ma sta lentamente guadagnando terreno, faticando a estendere il suo dominio sulle nostre vite europee per colpa del fuso orario”.
È chiaro che le meraviglie sparse a pieni piedi dal PSG influenzano il giudizio della firma di punta de L’Équipe, il quale si dice preoccupato per il meteo – sarà lo stesso meteo in cui verranno giocati i Mondiali veri del 2026 – e allo stesso tempo considera come alla FIFA sia andata bene grazie a Simone Inzaghi. La qualificazione dell’Al-Hilal per i quarti di finale salva la faccia alla presunta universalità del torneo.
“La competizione sarebbe stata ampiamente screditata con sette o otto squadre europee ai quarti di finale, sarebbe stata vista come una supplenza della Champions League, per giunta e nel peggior momento possibile da giocare in un continente che non favorisce né la presenza dei tifosi né la qualità del gioco”.
Invece stasera i quarti di finale cominciano una squadra dal sapor mediorientale, due brasiliane e tre europee, con il PSG curiosamente circondato dalle squadre che negli anni scorsi lo hanno eliminato in Champions [Bayern, Dortmund, Real Madrid e Chelsea], “un buon modo – ha scritto Duluc – per dimostrare che i tempi sono decisamente cambiati”.
I discorsi di Thiago Silva prima delle partite
Se O Monstro è stato il soprannome di Thiago Silva, un motivo doveva esserci. Se in Brasile continuano a chiamarlo così, una ragione ci sarà. La ragione l’ha scoperta l’Inter qualche sera fa, quando il brasiliano non sembrava un quarantenne al tramonto della sua carriera. Nell’estate di cinque anni fa, Leonardo gli fece sapere che il PSG non gli avrebbe potuto rinnovare il contratto. Thiago si cercò un’alternativa, prima al Chelsea e poi prendendo un aereo per tornare a casa, ma ancora oggi “mantiene il suo portamento altezzoso in campo” scrive L’Équipe alla vigilia dei quarti di finale contro l’Al-Hilal.
“È ancora ai massimi livelli, capitano, rigoroso, decisivo. Quando è tornato al “Flu” un anno fa, il club di Rio era ultimo in classifica a metà campionato. Silva è diventato subito il leader dello spogliatoio e ha contribuito alla salvezza, con dei problemi fisici che occasionalmente lo costringono a cure o a riposo. Quest’anno ha saltato una quindicina di partite per problemai a un tallone e una coscia. Ma quando gioca, raduna i compagni con dei discorsi pre-partita carichi di emozione e la sua carriera ispira rispetto negli avversari”.
Contro l’Inter ha convinto Renato Gaucho, l’ex romanista che siede in panchina, a passare alla difesa a tre durante il recupero del secondo tempo, quando il punteggio era sull’1-0 e l’inter iniziava a spingere. Difesa a tre significa a cinque, con Jhon Arias in attacco ed Everaldo sulla fascia. Si racconta che qualche giorno prima la partita, Silva abbia fatto una telefonata a Max Allegri per chiedergli informazioni sull’Inter. Si direbbe il profilo di uno già pronto a passare in panchina.
L’eredità del tennis nella storia dei videogiochi
Ora, certo, sarebbe facile pensare a FIFA e quell’altro lì, come si chiama, coso, Football Manager. Anche NBA non è male. Ora, certo, sarebbe facile pensare che i videogame sportivi abbiano a che fare con un pallone, invece non è così, non è stato sempre così, anzi “il tennis è lo sport più importante nella storia dei videogiochi” si sbilanciano sul Guardian.
Lo è stato a partire dal 1958, quando lo scienziato William Higinbotham al Brookhaven National Laboratory di Upton, New York, ha inventato il primo e quel primo intrattenimento si chiamava Tennis for Two. Era stato progettato come un piccolo diversivo per i visitatori che partecipavano all’Open day del laboratorio. Si accorsero che quando la gente cominciava a giocare, non aveva nessuna intenzione di smettere. La coda arrivava fino all’ingresso e certe volte esondava, finiva sul lato lungo dell’edificio, sul marciapiede come a Wimbledon. Fu il primo segnale che i videogiochi sarebbero diventati popolari.
Nella sua ricostruzione dei videogame legati allo sport, Kevin Stuart confessa sul Guardian si non essere riuscito a scoprire se Ralph Baer, l’inventore della prima console prodotta in serie [la Magnavox Odyssey] abbia mai giocato a Tennis for Two. Tuttavia, quando sviluppò l’idea di uno schermo che fosse in grado di riprodurre dei videogiochi, mentre lavorava per la Sanders Associates alla fine degli anni ’60, gli elementi rudimentali dei suoi prototipi di console erano linee verticali e punti quadrati. La Magnavox lanciò il prodotto nel 1972 e i giochi principali erano Table Tennis e Tennis, in sostanza lo stesso gioco con due nomi diversi, la differenza consisteva nella grafica. Ci si scambiava una pallina e il massimo dell’hype era aggiungere un po’ di effetto ruotando la manopola su quel joypad primitivo.
Il primo videogioco considerato di successo si chiamava Pong. Il fondatore di Atari Nolan Bushnell aveva giocato a tennis sull’Odyssey e pensava di poter fare meglio. Con il programmatore Al Alcorn, divise la racchetta sullo schermo in otto aree, ognuna delle quali deviava la palla con un’angolazione diversa. E qui cominciavano le vere finezze, perché i giocatori potevano finalmente aggiungere qualche abilità.
Pong fu un tale successo che Bushnell si rese conto di una prima svolta: bisognava creare una versione in cui fosse possibile giocare da soli. Così nel 1976 arrivò Breakout, la palla non veniva lanciata contro un altro uomo, ma contro un muro di mattoni che scomparivano. Breakout era a tutti gli effetti il primo gioco di tennis per un solo giocatore.
La sua brillantezza ebbe una ramificazione di una certa rilevanza per l’industria del Giappone. Un game designer di nome Tomohiro Nishikado lo usò come base di partenza per un gioco a cui diede il nome di Space Invaders.
“Come si vede – dice il Guardian – il tennis è responsabile dell’intero genere sparatutto”.
Il boom degli anni Ottanta ha prodotto giochi di simulazione sempre più precisi, fino alla Nintendo, a Mario Tennis e alla Wii, con i titoli sportivi più popolari.
“Il tennis – dice il Guardian – è stato il cavallo di Troia dell’industria videoludica. Ha introdotto di nascosto i videogiochi nelle nostre case e nelle nostre sale giochi, e quando ci siamo resi conto di cosa fosse successo, era troppo tardi per tornare indietro”.
▬▬▬▬▬ ▬▬▬▬▬
Dai campi
Il raduno del Milan
Inter e Juventus hanno chiuso la stagione scorsa pochi giorni fa al Mondiale dei club, la nuova vive il suo primo atto con il raduno alla spicciolata del Milan a Milanello, dove Massimiliano Allegri torna a distanza di 11 anni dal giorno in cui venne presentato da Silvio Berlusconi faticando a prendere la parola. Era l’allenatore che aveva vinto la Panchina d’oro con il Cagliari, apprezzato per la sfacciataggine del gioco e finito nei titoli dei giornali quando la medesima sfacciataggine era servita a dire che lo stile di José Mourinho gli dava noia. Segue vendetta di Nemesi.
Sono dispersi nella memoria gli anni in cui era stato ingaggiato per guidare il 4-2-Fantasia. Ritorna con un’altra etichetta, opposta, guadagnata sul campo con una serie di scudetti juventini legati alla migliore difesa del campionato: nessun altro nella storia della serie A ha imposto questa equazione in modo così netto, tanto che stamattina sulla Gazzetta dello sport Fabio Capello dice si tratta di un punto molto importante, “Allegri sa cosa fare. Niente voli pindarici, ma sostanza”.
▬▬▬▬▬ ▬▬▬▬▬
Interpreti
Van Aert è già andato a sbattere
Quando Tadej Pogačar è apparso sulla Grand Place della bellissime Lille, poco prima delle cinque del pomeriggio, dalla strada si è alzato un boato. Aveva pantaloni da jogging mentre tutti gli altri erano in tenuta da ciclista. Si è fermato a firmare autografi e a scattare selfie, stessa cosa successa poco dopo a Jonas Vingegaard, occhiali da sole e un’aria da star del cinema.
Pure Wout Van Paperinaert è uscito a salutare la folla, così partecipe, così immerso in questo afflato mistico con gli spettatori del Tour che non s’è accorto di avere un cancello davanti e – sbam – ci ha sbattuto la faccia contro. Non s’è fatto niente. Strano.
Prima del rito della presentazione delle squadre, uno sponsor della carovana è passato a distribuire cappelli, cappellini, gomme, noccioline, sigarette americane, così che uno dei passanti ha detto a l’Équipe che pare di essere alla fiesta dei tori di Pamplona, solo che al posto del bianco c’è il giallo, e al posto di Miguel Indurain ci sono nove dei primi-10 del ranking mondiale e dodici dei primi-15: mancano Mads Pedersen, Richard Carapaz e Thomas Pidcock.
Gli altri sono tutti qui. Tre dei 184 partenti hanno il nome nell’albo d’oro [Pogačar, Vingegaard, Thomas], in 35 hanno vinto almeno una tappa, in 11 ne hanno vinte dalle tre in su. Il più giovane alla partenza è Ivan Romeo con i suoi 21 anni e 323 giorni, il più anziano è proprio Geraint Thomas con 39 anni e 41 giorni. Consono quarantanove debuttanti, il norvegese Stian Fredheim scopre il Tour a 22 anni e il belga Bert Van Lerberghe ci viene per la prima volta adesso che ne ha 32. È uno dei pesci pilota più fedeli di Tim Merlier. L’età media nel gruppo è di 28.6 anni, l’altezza è 1,81, il peso 69 chili e mezzo. Vedremo 12 maglie di campioni nazioni su strada e nove a cronometro, compreso il tricolore di Ganna. Se mercoledì 9 dovesse vincere sui 33 km di Caen, si potrebbe fare un bel titolo tipo Top Ganna, non so se sapete, è un gioco di parole con il film, non sarebbe male.
I francesi alla fine sono 38 ma non vincono la loro corsa da quarant’anni. Ne ha scritto Alessandra Giardini su Domani facendo notare che pure noi italiani ci lamentiamo della nostra crisi, ma nello stesso arco di tempo il movimento ha vinto diciotto volte il Giro e addirittura due volte il Tour con Pantani e Nibali. Nel ciclismo globale, ha scritto, sia noi sia loro, “non siamo riusciti a tenere il passo di questi sviluppi. Gli altri correvano, noi eravamo voltati indietro, a ricordare quando eravamo re. Senza capire che nel momento in cui il mondo improvvisamente si allarga, la qualità diventa più pesante della quantità e quindi la soluzione non può più essere fare come si è sempre fatto. Così ci si trova a dover rincorrere, ed è sempre tardi. Per esempio si potrebbe copiare da quelli bravi, non è così disonorevole”.
▬▬▬▬▬ ▬▬▬▬▬
I campi di girasoli, le baguette sotto braccio, le Gauloises senza filtro, le albicocche roventi, le seggioline da pic-nic (ma loro lo chiamano pique-nique): non sono luoghi comuni, la Francia profonda è davvero così. Come se uno venisse in Italia e ci trovasse a suonare il mandolino, a correre in Vespa per il centro di Roma con Audrey Hepburn sul sedile di dietro, o a mollo nella Fontana di Trevi a dire a Marcello di buttarsi anche lui. Provate a passare tre settimane al Tour de France e vedrete la differenza tra Francia e Italia ai bordi della strada: loro si fermano ancora quando passa il Tour, noi siamo diventati più cinici, più distratti, forse cinici e distratti insieme.
ALESSANDRA GIARDINI, Domani
▬▬▬▬▬ ▬▬▬▬▬
Oggi
Tom Spring
Il ragazzo che si chiama Primavera è nato da un padre di origine maori venuto un giorno a Garazi, nei Paesi Baschi francesi, per giocare a rugby. Lui pure ha presto avuto una palla storta fra le mani, fa l’ala al Bayonne ma sa giocare in più ruoli secondo il copione contemporaneo e con la maglia della nazionale francese domani mattina sfida il paese di papà a Dunedin, facendo così lo stesso viaggio all’incontrario. Nel 1991 Sean Spring aveva quasi firmato per un club inglese, quando il presidente della federazione francese d’allora Pierre Camou si mise di mezzo e brigò per portarlo in Francia. Raccontano che ebbe una mano da Mitterrand in persona. Sean sposò una ragazza del posto, insieme tornarono a fine contratto in Nuova Zelanda, finché non seppero più resistere alla nostalgia, al mal basco. Al ritorno in Francia sono nati prima Max, terzino o ala del Racing, nazionale, e poi i gemelli Tom e Sam jr. Sam ha firmato qualche giorno fa per il Biarritz Olympique, Tom gioca domani per la prima volta contro gli All-Blacks e L’Équipe ha dedicato due pagine a questa storia scrivendo che se non esistessero le favole, questa comunque lo sarebbe.
Né papà Sean né il fratello maggiore Max sono potuti andare a Dunedin. Gli Spring hanno una ditta di famiglia che si chiama Haka Maori. Vende alle aziende attività di team building attorno all’haka. C’è gente che la fantasia se la mangia a colazione.
Guida allo sport in tv di oggi
Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30.
Chi volesse unirsi, può farlo seguendo questo link
Lo Slalom apparirà su whatsapp nella lista Canali insieme a tutti gli altri a cui vi siete iscritti, nella sezione Aggiornamenti. A cosa serva non si sa, però pare che fa molto fico.