Ringhio cittì: la perfetta rappresentazione del racconto del calcio italiano
Ogni mattina, in Italia, come sorge il sole, un campione del mondo del Duemilasei diventato allenatore si sveglia e sa che dovrà correre per non farsi esonerare.
Ogni mattina, in Italia, come sorge il sole, ogni presidente che ha dato la panchina a un campione del mondo del Duemilasei sa che dovrà correre per tenere a bada la tentazione di cacciarlo.
Sedici dei 23 di Marcello Lippi sono o sono stati allenatori, più Ciro Ferrara che fece da accompagnatore della comitiva. A ogni esonero di un Alessandro Nesta o di un Alberto Gilardino, da qualche parte spunta un’analisi sulla dura vita in panchina di quelli che sono andati a Berlino.
La storia spunta puntuale proprio come quel sole che sorge in quella storia del leone e della gazzella. Solo un annetto fa – un esempio fra tanti – Francesco Gerardi ne parlava nei termini di una maledizione su Rivista Undici. Sapere che per andare ai Mondiali la federazione sta pensando a uno di loro, diciamo la verità, dovrebbe dare qualche brivido.
Per quanto possa essere gelido o convulso, scapolo o dorsale, il brivido provocato dall’idea di un cittì campione del mondo Duemilasei non raggiunge l’intensità del fremito originata dalla maniera con cui Gabriele Gravina ha gestito la vicenda. Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-stadio ha scritto: “Ogni giorno un passo indietro, verso il baratro. Quello che ha combinato la federazione negli ultimi dieci giorni ha davvero qualcosa di straordinario, di unico. In quasi mezzo secolo di Nazionale, mai vista una roba del genere”.
È una costruzione di Lego senza che neppure un pezzo si incastri con un altro. Architetto e direttore del cantiere: Gabriele Gravina.
Uno: tace per ore dopo la sconfitta con la Norvegia.
Due: esonera Spalletti credendo di avere una soluzione in tasca, i fatti diranno che non ce l’aveva.
Tre: decide di parlare al Festival della serie A organizzato in concomitanza con la trasferta di Oslo – chiudendo gli occhi sullo schiaffo politico – e fa un memorabile zig zag tra mezze verità, omissioni e ipocrisie.
Quattro: subisce e ingoia la dignitosa volontà di Spalletti di non mentire in pubblico, lasciando che sia lui a comunicare di persona sia l’esonero sia la presenza in panchina dopo l’esonero. Due cose mai viste.
Cinque: non riesce a impedire che il no di Ranieri diventi pubblico e ufficiale, non riesce insomma a nascondere che la Nazionale non può arrivare al cittì che voleva, come accaduto all’Inter con Inzaghi o Fabregas, come alla Juventus con Conte o Gasperini. È un altro spaccato di un vecchio mondo che muta senza che i vecchi al comando sappiano stargli dietro.
Sei: pensa che un campione del mondo del Duemilasei sia la soluzione. Non uno in particolare. Uno qualunque. Come fossero tutti uguali, intercambiabili, tipo i caricatori dei cellulari quando vuoi risparmiare, non sono originali ma compatibili.
In alcune ricostruzioni Rino Gattuso sembra una McLaren. È dato in pole position. Alessandro Bocci sul Corriere della sera fornisce una versione differente, dalla quale emerge una federazione nel panico o in alternativa nel marasma, per sobrietà istituzionale e per igiene dei rapporti viene detta riflessione.
LE IMPRONTE DIGITALI
Bocci spiega che “la situazione non è facile. La strada stretta e scivolosa. La filosofia è stata decisa: basta allenatori «giochisti», perché in Nazionale non c’è il tempo di allenare. Serve un cosiddetto «risultatista», un motivatore che porti una scossa e affronti l’emergenza di un momento critico con il piglio del guerriero. Uno che sia disposto a giocarsi tutto lanciandosi senza rete. Sei partite per rimontare la Norvegia, altrimenti l’incubo dei playoff a marzo, ammesso e non concesso che la piccola Italia di questi giorni sia in grado di tenersi dietro Israele. Serve un allenatore che viva di azzurro e lo consideri parte integrante della sua vita”.
I termini adoperati per riferire della filosofia decisa – giochisti e risultatisti – si trovano anche sulla Gazzetta dello sport, sul Corriere dello sport-stadio, su Tuttosport, sul Messaggero.
Danno l’idea di essere impronte digitali dello spin di Via Allegri, ma sono un altro segno dell’anticaglia che ingombra la casa del calcio italiano. Due termini e due concetti coperti di polvere, consumati, presenti ancora nella testa di chi immagina il pallone come una pietanza che vada presa a mezza porzione, o l’una o l’altra metà, mentre il mondo corre da un’altra parte, con i Luis Enrique e gli Xabi Alonso, il mondo va dalla parte della mescolanza delle idee. Perfino Guardiola è meno guardiolesco, dopo aver costretto Klopp a diventarlo un pochino.
Come se non bastasse tanta confusione, il Corriere della sera riferisce che insieme con Rino Gattuso sul tavolo della federazione ci sono ancora i nomi di Fabio Cannavaro e di Daniele De Rossi [a questo punto della storia: magara fosse lui], i quali per la verità hanno finora mostrato di non essere proprio sovrapponibili nella visione del gioco dalla panchina.
Ma nella lista ci sono pure i nomi di Mourinho [addirittura], di Mancini [“clamoroso” sottolinea Bocci], di Benitez, “si è proposto Xavi” si legge ancora dal Corriere della sera. Gli stessi nomi sono con le stesse considerazioni nel pezzo di Guglielmo Buccheri su la Stampa e di Fabrizio Patania sul Corriere dello sport-stadio. Come si dice in questi casi: filtrano.
Solo che almeno tre dei quattro nomi sono di pericolosi uomini contaminati dalla sovversiva idea che a un gioco si debba giocare. Con quell’identikit resta il solo Mourinho, per il quale tifa nel suo editoriale Ivan Zazzaroni sul Corriere dello sport-stadio.
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IL NO DI RANIERI
Ha fatto una cosa generosa, Ranieri. Ha detto che il re è nudo, che non c’è più tempo, neanche per quelli come lui. Ha ringraziato per l’onore e lasciato sospesa una domanda nel garbo del non detto: «Se vi rivolgete a un signore del ’51 che ha detto ripetutamente basta, se non esiste alternativa, la situazione deve essere molto grave». Ranieri non è mai stato un uomo per tutte le stagioni. Ha detto mi godo la famiglia ed è arrivata la Roma. Ha detto chiudo per sempre e da dietro un fiordo è spuntata la nazionale. Avrebbe probabilmente deviato il destino del Titanic, ma ha scelto di lasciare il timone e di guidare il proprio. Si può nuotare in un solo mare. Si può sognare un solo sogno alla volta. Si può essere sé stessi solo se non si finge e non è quasi mai soltanto una questione di anagrafe o di prospettiva. Quante volte ci si può ritirare? Qual è la sottile linea rossa che separa l’auspicabile dal ridicolo? A volte, per far scoprire che non sei indispensabile devi provare a suggerire che il bisogno di avere te è un falso problema che ne nasconde molti altri. – di malcom pagani, Corriere dello sport-stadio
IL PERSONAGGIO DI RINGHIO
Due cosine vanno dette su Rino Gattuso, il Lando Norris [o l’Oscar Piastri] della compagnia. È la più fedele incarnazione della parodia che si possa fare del racconto del calcio in Italia. Sulla bocca di Rino Gattuso si possono trovare tutte insieme la retorica della maglia sudata, la testosteronica denuncia della mancanza di disciplina in quei giovani che non rispettano i senatori nello spogliatoio, più il dolore, il lamento per il fatto che non si gioca più per la strada o in parrocchia.
Qualcuno avverta Gattuso e gli altri che ripetono la stessa storia: Lamine Yamal non frequenta più la strada da quando aveva 7 anni, l’età del primo tesseramento al Barcellona. Non risulta che a La Masia li portino a giocare fra i tubi di scappamento delle macchine, ma non si sa mai. Jude Bellingham ne aveva 7 quando il Birmingham cominciò a curarne la formazione su un campo. Erling Haaland ne aveva 6 quando al settore giovanile del Byrne iniziarono a insegnargli come si tocca un pallone e come si sta in campo. Rino Gattuso dovrebbe ricordare che quando giocava in strada lui si diceva che i talenti – soprattutto al sud – non emergevano perché mancavano le strutture: e i ragazzi si perdevano per strada.
Da sempre lo chiamano Ringhio, un po’ biscotto e un po’ personaggio da Clint Eastwood di una volta, quando Clint Eastwood ancora si dedicava a ispettori vendicativi e non agli Sconfitti. Ringhio lo hanno sempre disegnato così. Un guerriero schietto, il difensore della purezza. Da calciatore ha avuto buone relazioni con i cronisti di campo imparando qual è il cibo preferito dai pellicani che gironzolano attorno alle notizie. Molti di quei cronisti oggi hanno posizioni di spicco. La cosa aiuta.
Sulla prima pagina della Gazzetta, stamattina la Nazionale italiana in persona scrive una lettera a Luigi Garlando e gli dice che “io non pretendo un Guardiola, mi basta un bravo mister, una bella persona che mi voglia bene e insegni a volermene. Come Rino, che nel 2006 era infortunato, ma minacciò: «Se mi lasciate a casa dal Mondiale, mi lego al pullman come Fantozzi». Ha sempre inzuppato la maglia d’orgoglio e di sudore. Con Gattuso ct, chi oserebbe giocare come a Oslo? Uno sposo così e tornerei felice”.
Rino Gattuso è l’esatto punto di convergenza degli editoriali sui valori di una volta da recuperare, quel bel mondo dove non ti regalava niente nessuno e allora ci voleva la grinta, ci voleva la cazzimma, ci voleva la fame. Questi ragazzi non hanno più fame.
Gattuso è il testimonial perfetto di un luogo dove il futuro non è pensabile se non nei termini del passato. Tutto torna.
Ve lo meritate, Rino Gattuso.
| parole Enzo Maresca, allenatore del Chelsea
«Soltanto in Italia si continua a pensare che i giovani siano sempre troppo giovani e che l’esperienza legata all’età sia ciò che ti fa vincere le partite. È una scelta culturale, che ti costa in perdita di energia. Io la vedo così, il calcio italiano non regge più il ritmo delle altre scuole».
➣ Vale anche per la Nazionale?
«Certo. Le rappresentative raccolgono il lavoro dei club, come si fa a chiedere di ringiovanire se i giovani non giocano? II Chelsea ha speso per allestire una rosa di talenti verdissimi, ma questo non ci ha impedito di battere il record dei ragazzi dell’academy che hanno esordito in prima squadra. Sono stati nove. Abbiamo tutti fiducia in loro, e nel lavoro di chi li ha svezzati».
➣ È quello che faceva lei nel primo tratto al Manchester City.
«Facciamo un nome: Cole Palmer. Nella formazione élite delle giovanili del City dovevo sviluppare un talento superiore, oggi al Chelsea mi godo un talento supremo. E ogni giorno cerco di migliorarlo in qualcosa».
➣ Fra tecnico degli élite al City e secondo di Pep, visse un’esperienza infelice al Parma.
«Breve ma fondamentale, dagli errori si impara e lì ne commisi. Però venni preso per un programma di tre anni e cacciato dopo tre mesi: la squadra ci mise comunque i tre anni previsti per tornare in A, e i giovani su cui lavoravo allora, Bernabé, Bonny, Mihaila, sono considerati giovani ancora adesso. Si vede che con me erano dei bambini». – intervista di paolo condò, Corriere della sera