D’ogni piacer Parigi è assai fecondo
Gian Carlo Di Negro
► COCO GAUFF ha vinto il torneo del singolare femminile al Roland-Garros battendo in tre set Aryna Sabalenka. L’ultima statunitense nell’albo d’oro era Serena Williams, anno 2015.
◇ Marc Marquez ha vinto la Gara-Sprint in Aragona davanti a suo fratello Alex. È la settima su otto che si prende. Bagnaia 12esimo.
◇ Nelle qualificazioni per i Mondiali la piccola Andorra ha spaventato l’Inghilterra [0-0 fino al 50esimo] e ha perso solo 0-1 e San Marino ha preso solo un gol in Bosnia [da Dzeko]. L’Olanda ha vinto in Finlandia.
◇ Il Pescara è stato promosso in serie B. Ha superato nello spareggio la Ternana ai rigori dopo aver perso per 0-1 la partita, lo stesso risultato con cui aveva vinto fuori casa l’andata. Il portiere Plizzari ne ha parati tre. La Spal non si iscrive alla prossima serie C.
◇ La Virtus Bologna ha vinto Gara-4 a Milano e si è qualificata per il quinto anno consecutivo alla finale scudetto. La giocherà contro Brescia, alla sua prima volta.
◇ Tra
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#77 giorni alla prima giornata della serie A
Il Grande Slam a cui piace dirsi umano: l’anomalia dei giudici di linea
Liberté, Égalité, Humanité. La libertà in questi 15 giorni al Roland-Garros si è incarnata nei fotografi. Dicono che ogni campo è diverso dall’altro, ogni tipo di luce esalta una creatività differente. Di eguaglianza se n’è vista poca e molto s’è discusso della mancanza di partite femminili sul campo centrale nella sessione di sera. È l’umanità che ha vinto lo Slam francese, scalzando la fraternité dalla trinità della Rivoluzione. L’umanità di Cori Gauff che ha fatto cadere il coperchio del trofeo mentre armeggiava e s’imbranava con qualcosa nei paraggi della borsa, l’umanità nel festeggiare con i raccattapalle del torneo, dare il cinque a tutte e tutti, posare in mezzo a loro per una festa e per fare rumore.
Anche la terra si consuma come l’erba
Tra un mese, la mattina della finale di Wimbledon, non potremo fare a meno di notare come l’erba sul Centrale sia stata fatalmente consumata da 15 giorni di suole barbariche. Ma anche la terra rossa soffre e muta sotto il peso delle scarpe di chi la calpesta. Quando pioggia e sole si alternano, quando la temperatura vive di sobbalzi, le condizioni della superficie cambiano. Quando Swiatek ha battuto Jaqueline Cristian al terzo turno, dice che la palla volava più veloce in aria e che il suo dritto le pareva più potente.
Il tuffo di Sara Bejlek
Al torneo di Parigi escono dalle loro tane gli acrobati. Così li ha chiamati Stefano Semeraro su Il Tennis italiano spiegando che rispetto all’erba [“al contrario dell’erba”] la terra del Roland-Garros “richiede una buona dose di istinto e sventatezza”. Semeraro raccontache “sull’erba è più facile decollare, fidarsi dell’impatto vegetale (si dirà, erbaggio?), sulla terra, o sul cemento, ci vuole cuore, un filo d’incoscienza”.
Sulla terra i più incoscienti fra tutti sono Hurkacz, Rublev, Dimitrov, ma sono “sempre meno, con sempre meno gusto, perché l’utile ormai è sempre più scisso dal dilettevole, perché il tennis moderno tende a rinnegare il gioco, per salvaguardare il mestiere”.
Sì, va bene: ma chi gioca
E va bene, va bene: le finali, le due finali italiane. C’è pure la copertina: mica non ne parliamo.
Cominciano Sara Errani e Jasmine Paolini in doppio. Un anno fa sulla terra rossa parigina sono arrivate in finale nello Slam e hanno vinto l’oro olimpico. Sara Errani ha vinto cinque titoli Major [due Melbourne, un Roland-Garros, un Wimbledon e uno US Open] ma tutti con Roberta Vinci. Jasmine Paolini ancora nessuno. Le avversarie sono due ragazze che gravitano nell’orbita della scuola russa. Anna Danilina è una delle ragazze moscovite che hanno preso il passaporto kazako, ma la guerra non c’entra, l’ha fatto nel 2011. Ha frequentato l’Università della Florida, si è laureata in Economia, ha cominciato la sua attività da doppista d’élite perché tre anni fa Beatriz Haddad Maia era rimasta senza partner agli Australian Open [Nadia Podoroska ko]. Arrivarono in finale. A New York ha vinto il titolo del misto con Harri Heliovaara. La sua attuale compagna è Aleksandra Krunic, croata, nata da genitori serbi emigrati in Russia, dove tuttora vive.
Il titolo di Cori Gauff
C’est un rêve de gosse, dicono i francesi quando vogliono parlare di un desiderio antico, un desiderio che risale ai giorni dell’infanzia. C’est un rêve de Gauff gli viene allora da dire stamattina giocando con le parole e con i suoni per il secondo Slam di Coco, il primo sulla terra dopo quello sul cemento di New York di due anni fa, tutt’e due conquistati su Aryna Sabalenka in finale.
Sabalenka l’ha presa male. È fatta così. Anche a Melbourne dopo la sconfitta contro Madison Keys le venne banalmente da sfasciare la racchetta. In modo decisamente più originale, poco dopo con il suo team si diede a una specie di rito tribale che consisteva nel fingere di urinare sul trofeo che le avevano consegnato, la coppa per le battute. La frustrazione a Parigi si è invece tradotta in una frase di rara ineleganza: «Se Iga mi avesse battuto in semifinale, questa finale l’avrebbe vinta lei». Ha aggiunto che voleva dare uno sguardo alle statistiche prima di confermare la sua percezione di essere stata battuta dai propri errori, e non dalla sua avversaria. I numeri sono in effetti coerenti: 70 errori gratuiti di Sabalenka e 30 di Gauff. Ma qualcuno la prenda da parte e le dica che è la stessa cosa. Gli errori valgono, qualche volta sono indotti, e sempre sono il segno di non aver saputo affrontare la prima vera avversaria che nel tennis si fa viva in campo: la tua testa.
Che cosa stanno leggendo in Europa
Cose da sapere sulla qualificazione ai Mondiali della Giordania
Le origini del calcio in Giordania sono collegate al più ampio contesto storico della regione. Il gioco fu introdotto nel Levante tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo grazie all’influenza britannica. Al tempo il paese faceva parte dell’impero ottomano. L’arrivo del pallone coincise con un’epoca di cambiamenti sociali e politici, durante la quale le influenze occidentali iniziarono a penetrare la regione. All’inizio degli anni ’20 del Novecento, dopo l’istituzione della Transgiordania come protettorato britannico, il football diventò un’attrazione fatale. Si ritiene che la prima partita nel paese sia stata giocata nel 1923, il primo periodo nel quale le comunità locali iniziarono a formare squadre informali, organizzando partite e tornei tra quartieri e regioni.
La testa di Spalletti
Corriere della sera: “Siamo sicuri che Luciano sia ancora il c.t. giusto?”➔ Fabrizio Roncone ha scritto: “Occorre essere pragmatici, serve onestà intellettuale. E dobbiamo raccontarci la verità su Spalletti. Il quale ha un’alta considerazione di sé, e forse la merita, ricordando che le sue squadre (vengono in mente la Roma e il magnifico Napoli dello scudetto) hanno sempre giocato un calcio spettacolare. Il guaio è che quando arriva in Nazionale e si accorge di avere a disposizione un materiale umano a dir poco modesto — l’unico fuoriclasse era, e resta, Gigi Donnarumma — invece di immaginare una squadra dignitosa, che giochi semplice, decide di intervenire con le sue visioni. Un miscuglio di genio tattico e pignoleria prossima all’ossessione. Così, in Germania, agli ultimi Europei, veniamo sbattuti fuori, mentre lui è ancora lì a parlarci di «calcio relazionale». Molti giocatori, è chiaro, non lo seguono più. Appare poco lucido (come quando convoca Acerbi). Lo sa, e non si piace. Le conferenze stampa sono psicodrammi. Sospiri, occhiate di fuoco. E chissà che succede nello spogliatoio. Però noi ai Mondiali vogliamo andarci. Mister, secondo lei, che dobbiamo pensare?”.
▥ La Gazzetta dello sport: “Bisogna fare di tutto per andare al Mondiale, anche cambiare il ct” ➔ Stefano Agresti ha scritto: “Un ct deve avere un carattere speciale, non rigido, non divisivo, ed essere pronto, quando occorre, a mettere da parte l’orgoglio e a dimenticare qualche screzio.
Forse dobbiamo prendere atto – risultati alla mano – che Spalletti non è adatto a quel ruolo. … È inspiegabile il motivo che ha portato, ad esempio, all’esclusione di Romagnoli e soprattutto Mancini per la trasferta di Oslo. [NdSL: Alessio Romagnoli, 30 anni. Partite giocate in Nazionale dal 2020 fino all’arrivo di Spalletti: nessuna]
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Anche Urbano Cairo la pensa come Roncone e Agresti. Il Corriere della sera dedica alle riflessioni del presidente del Torino quasi una pagina: «Ci sono persone con delle responsabilità, dal c.t. Spalletti al presidente federale Gravina, che lo ha scelto. Sta a loro adesso prendere le giuste decisioni per uscire dalle difficoltà — dice con tono convinto —. C’erano tanti infortunati e qualche giocatore era scarico ma non possono essere alibi». Ma soprattutto Cairo colpisce e commuove quando dice: «Da ragazzino giocavo in cortile sognando di essere Gigi Meroni o Rivera». Una pagina proprio intera gliela dedica invece la Gazzetta [l’ottava in un mese], dove si legge che “Cairo è un grande estimatore di Sinner sin da quando era giovanissimo”. Forse lo ha proprio scoperto lui.
▥ Repubblica: “Quei ragazzi orfani delle estati Mondiali” ➔ Francesco Piccolo ha scritto: “Mio figlio sta per compiere diciassette anni, e quindi l’ultima volta che l’Italia è stata ai Mondiali, nel 2014, ne aveva appena compiuti sei e le partite di calcio non erano nel suo orizzonte. Da allora, io non ho potuto vivere con lui quello che ho vissuto con mio padre. E lui finora non sa cosa sia questa cosa che per me ha scandito la crescita. Non si tratta di maschi (semplicemente, per esempio, a mia figlia non importa nulla del calcio). Ma i Mondiali scandiscono il tempo, gli anni. Le estati ogni quattro anni. La gente dopo le vittorie dell’Italia si butta nelle fontane delle piazze di ogni città, ci sono cortei con i clacson, e durante le partite le strade sono vuote, e all’improvviso dei boati che fanno tremare i vetri. So dov’ero a ogni partita dell’Italia dei vari Mondiali, mi ricordo l’attimo in cui Baggio tirò il rigore alto o i gol di Rossi di Italia-Brasile. Mi ricordo tutto, e mi ricordo soprattutto in che momento della vita ero, cosa facevo”
▥ Corriere della sera: “Il museo degli schiaffoni e la psicosi degli azzurri” ➔ Paolo Tomaselli ha scritto: “La retorica dei bambini di 10 anni che non hanno mai visto l’Italia giocare al Mondiale è sbagliata, ma per difetto. Anche chi ha 20 anni e si ricorda le due spedizioni disastrose di Sudafrica e Brasile, non sa cosa vuol dire una partita a eliminazione diretta in una Coppa del Mondo”
▥ La Stampa: “Il sorpasso di Sinner a un calcio senza eroi” ➔ Paolo Brusorio ha scritto: “Niente Yamal, ma per fortuna abbiamo Jannik. Dove non si ragiona se l’Italia andrà ai Mondiali, ma di quello che sta accadendo fuori dal campo: è in corso una rivoluzione e non vederla sarebbe il peggiore degli errori possibili”.
▥ Sky Sport: “L’Italia non gioca, ma soprattutto non lotta. È l’ora delle decisioni”➔ Federico Ferri ha detto: “Chi punta il dito adesso contro Gravina dovrebbe anche pensare che l’ha eletto tre mesi fa, perché poi è facile scaricare su Gravina o su Spalletti, che pure hanno la responsabilità della situazione, e devono affrontarla. Su Spalletti va detta una cosa: gli è stato dato un credito che ad altri non è stato dato.dall’altra parte dobbiamo anche dire che se perdi una partita non è che è finito il mondo. C’è un girone da giocare e poi abbiamo grande paura di questi playoff per come sono andati le ultime due volte, però non è che uno ha già perso prima di giocare. Così non si va da nessuna parte. Credo che in questo momento la Federazione debba fare un lavoro molto serio di verifica con la squadra, con il gruppo e con Spalletti per capire davvero dove siano i problemi, anche di percezione del messaggio di Spalletti da parte dei giocatori, che consenta a questa squadra di andare avanti con la prospettiva di ritrovare anche quello spirito in campo che non abbiamo visto. Se si è rotto qualcosa, bisogna cambiare e subito”
▥ Corriere dello sport-stadio: “Il mago Oronzo” ➔ Ivan Zazzaroni ha scritto: “Mettiamoci il cuore in pace: siamo talmente in crisi dal punto di vista tecnico, gestionale e politico da riuscire a ipotizzare un’unica soluzione: il mago. La cura dei settori giovanili, il lancio in campionato dei sedici, diciassettenni più talentuosi, un rapporto finalmente corretto e collaborativo tra i club e la federazione, insomma il percorso e le sue tappe non interessano più a nessuno: toccato il fondo, bisogna necessariamente raggiungere l’obiettivo, serve il miracolo, non abbiamo né il tempo, né la pazienza di attendere. Ovviamente Ranieri non può essere definito “il mago Oronzo”: è uno degli allenatori più esperti, competenti e vincenti dell’ultimo mezzo secolo, che ha frequentato per intero. Rappresenta più banalmente la speranza di un popolo che non si riconosce nella squadra che ama e che tante gioie gli ha dato. Sospetto tuttavia che, dopo aver dato un senso a Celik e Shomurodov, potrebbe estrarre sani dal cilindro Kean, Chiesa, Zaccagni, Pellegrini, Calafiori, Cambiaso, Politano, Gatti, Fagioli, Buongiorno. E anche Acerbi. E lanciare, che so, Pio Esposito”.
▥ Il Messaggero: “L’Italia vuole Ranieri”
▥ Corriere di Roma: “Tutti vogliono Ranieri”
▥ Il Mattino: “Il mondo capovolto di Luciano: dal trionfo al crollo in 2 anni”
Cosa ha scritto Slalom ▬▬▬▬▬▬▬
Il calcio italiano è una barca scordata
7 GIUGNO 2025 Una sconfitta come questa e altre del genere sono state perse non per Spalletti, per Mancini o per Ventura, non per i rigori di Jorginho o la diagonale di Bastoni, ma per questo disinteresse peloso e questo impegno a intermittenza, oltre che per la incapacità di stare dentro il mondo che cambia. Servirebbero idee all’altezza della sfida. Non solo quella che arriva dal resto del mondo, ma anche la sfida interna delle altre federazioni, le più dinamiche, le più attive, dove hanno lavorato sulle crisi e sui momenti di buio, e ora raccolgono. Se da qualche parte sono sbucati i Sinner e i Musetti, i Michieletto e i Porro, i Ceccon e i Martinenghi, i Furlani e i Simonelli, forse è al calcio che sono stati sottratti. Segue qui
Non possiamo avere Sinner, Jacobs e pure il calcio
29 GIUGNO 2024 Il calcio conserva una sua rilevanza, ma ha smesso di essere il monolite a cui il Paese guarda. Lo diceva Aligi Pontani qualche giorno fa suDomani, quando proposito degli Europei di atletica parlava di “un vento nuovo che sta soffiando sulle passioni dei ragazzi italiani, spostandoli verso la scoperta e la pratica di altro rispetto al pallone, divenuto un gigantesco affare anche con le sue migliaia o decine di migliaia di scuole e scuolette calcio private“. Segue qui
La finale di Nations League
Portogallo-Spagna è su tutti i poster con Cristiano Ronaldo vs Lamine Yamal. Filippo Maria Ricci sulla Gazzetta: “Uno splendido quarantenne, un incredibile minorenne. La finale iberica della quarta edizione della Nations ci offre un duello anagraficamente sensazionale. Cristiano Ronaldo, nato il 5 febbraio del 1985, contro Lamine Yamal, nato il 13 luglio del 2007. Sono 22 anni, 5 mesi e 8 giorni. I genitori di Lamine, Mounir e Sheila, sono del 1986 e del 1987. Il primogenito di CR7, Cristianinho, tra una settimana spegne 15 candeline, ha 3 anni in meno di Lamine. Tra i 26 della rosa di De la Fuente ci sono 5 giocatori, Cubarsí, Huijsen, Samu e Gavi oltre a Lamine, che quando Cristiano Ronaldo ha debuttato in nazionale, nell’agosto del 2003 a 18 anni e mezzo, non erano ancora nati. E magari i loro genitori nemmeno si conoscevano o stavano insieme”.
Indiana e l’arte delle rimonte
Quella famosa GenZ che non ha visto mai l’Italia ai Mondiali – rassereniamo il pubblico da casa – nel frattempo vive facendo altre cose. Escono molto di sera, per esempio, mentre noi restiamo a casa a guardare il calcio, bah, loro a quell’ora chissà che fanno. Coi cellulari che si portano dietro guardano la NBA, e quando Tyrese Haliburton mette dentro un canestro a tre decimi di secondo dalla fine di Gara-1 di finale contro la favoritissima Oklahoma, si scambiano messaggi del tipo: L’ha fatto di nuovoooo, oppure Se dovessi affidare la mia vita a un tiro allo scadere, metterei il pallone tra le mani di Haliburton.
Sembra che abbiano un loro equilibrio. Non portano ancora i segni di qualche trauma per non aver visto ancora l’Italia ai Mondiali. Sono solo un po’ presi dalle cose che sentono dire, ‘sta cosa del precariato sul lavoro, nessuna speranza di avere una pensione, nessun accesso al mutuo in banca per comprare una casa, il cambiamento climatico, un paio di guerre, i femminicidi, ma tutto si supera, dai, mo’ c’è prima ‘sta cosa dell’Italia che non va ai Mondiali da cui dobbiamo proteggerli. È che loro sono fragili e non sanno gestire tutto. Si abbattono.
Ragazzi, tranquilli, ci pensiamo noi. Come sempre.
Per la quarta volta nella trama dei play-off, gli Indiana Pacers hanno rimontato e vinto una partita che pareva persa. In Gara-1 di finale sono risaliti da -15, rimontando gli ultimi 9 punti di svantaggio nei 2 minuti e 52 secondi finali. Avevano fatto una colossale impresa anche in Gara-5 contro Milwaukee [-7 a 35 secondi dalla fine], in Gara-2 contro Cleveland [-7 a 47 secondi dalla fine], in Gara-1 contro New York [-14 a 3 minuti e 44 secondi dalla fine]. ESPN la chiama l’arte delle rimonte scrivendo che probabilmente questi Pacers sono la squadra che migliore della storia nel risalire la corrente. Hanno messo in fila una galleria di eventi del genere, inpredictable, analizzando punteggi medi eccetera, una cosa fatta per benino – ci sono pure dei grafici [si trova tutto qui]
Nella sua rubrica domenicale su Repubblica, Gabriele Romagnoli ricorda che di tutti i 48 minuti di gioco Indiana è stata avanti solo per 3 decimi di secondo, “gli ultimi e decisivi. L’importante è dunque finire? O meglio, finire bene? C’è nella trama di un incontro di pallacanestro – scrive – un dramma sotteso che ricorda la costruzione di un castello di sabbia in riva al mare: quand’è compiuto e si è in procinto di staccare le mani per contemplare l’opera si sente il rumore dell’onda in arrivo. Poi può fermarsi a un centimetro o travolgere tutto. Per questo c’è chi guarda soltanto l’ultimo minuto, tanto quel che accade prima non resterà. A volte è così che viviamo. Si dice che una unione è stata un fallimento perché dopo dieci o vent’anni ci si è separati, trascurando quel che ha dato in quel lungo frattempo”.
Il ritorno dei trucidi al Delfinato
Il Giro del Delfinato sta al Tour de France come il Giro di Romandia sta al Giro d’Italia, o forse stava: sono proporzioni che andavano bene in altri tempi. Fu un Delfinato a dirci nel ‘77 che la Francia aveva trovato in un ventitreenne bretone di nome Bernard Hinault il dopo Thévenet. Fu un Delfinato nel 2011 a mostrare che Bradley Wiggins stava modificando il suo corpo da pistard per diventare un corridore da classifica. Sempre il Delfinato ha scandito l’ascesa di Chris Froome, anticipando i quattro Tour che avrebbe vinto e alla fine decidendo pure che il quinto lo avrebbe perso una volta e per sempre, con la caduta lungo le strade intorno a Roanne.
Tutto è un po’ meno vero di recente. Non si va più al Romandia per vincere la corsa una settimana prima di puntare alla maglia rosa, né il vincitore del Delfinato si ripete così spesso al Tour. È successo solo una volta negli ultimi sei anni con Jonas Vingegaard nel 2023. Ma se oggi al via della corsa da Domérat si presentano Pogačar, Vingegaard ed Evenepoel, allora si fa fatica a non cadere nella tentazione di leggere la corsa come il calendario dell’avvento verso il Natale al Tour. Nel cast ci sono pure Romain Bardet, Enric Mas, Guillaume Martin, Carlos Rodriguez, Matteo Jorgenson, Sepp Kuss. Mathieu Van der Poel è guarito in tempo dalla frattura al polso e capiremo presto con quali intenzioni si presenta. Italiani: in tutto cinque. Si va da Jonathan Milan a Matteo Trentin, con il contorno di Simone Velasco, Simone Consonni e i 39 anni di Alessandro De Marchi. Tutti i nostri nomi più tipici per le strade di Francia.
Cat Ferguson
Si parte per l’ultima tappa del Tour of Britain con Cat Ferguson leader della classifica, 3 secondi di vantaggio su Ally Wollaston, 12 su Karlijn Swinkels. Lei ha 19 anni, un prodigioso talento, la maglia iridata di campionessa del mondo jr in linea e a cronometro. Ha vinto il titolo britannico di ciclocross e l’oro ai Mondiali con la staffetta mista. Se comincia a vincere su strada a quest’età, stiamo freschi. Viene dallo Yorkshire e fa pure la pista. Ha cominciato perché in bicicletta andavano i suoi genitori, si iscrisse a un club, le è piaciuto, non ha smesso.
I suoi d’inverno la portavano in vacanza sulla neve, vicino casa c’è una pista di neve artificiale, così da piccola ha fatto sci, si era specializzata nello slalom. Dice di averlo abbandonato perché è uno sport troppo analitico, qualunque cosa significhi.
Una britannica non vince il Giro di casa dal 2019: era Lizzie Deignan, 36 anni, al suo saluto finale: ha annunciato il ritiro alla fine della stagione. “Vedere per credere – ha scritto Matt Warwick della BBC – Deignan ha reso il ciclismo femminile cool, un fenomeno”. Se Cat Ferguson oggi pensa che il ciclismo possa darle una prospettiva, lo deve a Deignan. È per questo che oggi dice di voler essere a sua volta di ispirazione per le più giovani. Solo che le più giovani di lei stanno ancora andando all’asilo.
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24 FEBBRAIO 2022 – DI ALESSANDRA GIARDINI
Le migliori réclame del basket
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CABALLERO Messina non può esonerarsi da solo
La squadra che da qualche anno deve vincere l’Eurolega e che considera lo scudetto un obiettivo di scorta, stavolta lascia la ruota di scorta nel bagagliaio. Per la prima volta dopo quattro anni Milano non s’è qualificata neppure per la finale. Ha perso in casa Gara-4 con la Virtus Bologna per quello che Giuseppe Sciascia sul Corriere della sera definisce “un crollo che sancisce il bilancio totalmente negativo di una stagione 2024/25 chiusa con la sola Supercoppa in bacheca. Gli infortuni in serie di Josh Nebo (in campo nell’unico hurrà stagionale a settembre 2024) hanno pesato tantissimo nel togliere identità ad una squadra priva dell’abituale anima difensiva del basket «messiniano». Ma gli errori sono stati tanti, in primis l’assenza di un playmaker di ruolo (subito bocciato e poi giubilato Dimitrjevic), col tampone Mannion che si è spento alla distanza (coach Messina gli ha preferito Flaccadori per tutto il quarto periodo). E quella di un leader caratteriale dopo il ritiro di Kyle Hines, che potrebbe tornare come vice coach di Messina”.
Un crollo che spesso produce la chiusura del rapporto con un allenatore, se non fosse che l’allenatore Messina a Milano è anche il presidente. Dan Peterson sulla Gazzetta è felice di non aver dovuto scrivere un pezzo alla vigilia della partita, “perché – dice – avrei sbagliato tutto”. Poi aggiunge: “Peccato che questa sfida si sia giocata solo in semifinale”. Brescia e Trapani dovevano farsi da parte. Più avanti conclude: “E peccato che la stagione di Milano finisca in questo modo: peccato non averla in finale”. Boh. E perché? A meno che la Gazzetta non sia diventata un giornale solo di Milano.
Da Repubblica Bologna Walter Fuochi scrive che “Il Duopolio era agli sgoccioli, da giovedì, dalla Madonnina, vedranno garrire le insegne della Leonessa Brescia, in quota padana, non l’ologramma del Grande Sarto”.
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