Il ritorno dei trucidi al Delfinato
Il Giro del Delfinato sta al Tour de France come il Giro di Romandia sta al Giro d’Italia, o forse stava: sono proporzioni che andavano bene in altri tempi. Fu un Delfinato a dirci nel ‘77 che la Francia aveva trovato in un ventitreenne bretone di nome Bernard Hinault il dopo Thévenet. Fu un Delfinato nel 2011 a mostrare che Bradley Wiggins stava modificando il suo corpo da pistard per diventare un corridore da classifica. Sempre il Delfinato ha scandito l’ascesa di Chris Froome, anticipando i quattro Tour che avrebbe vinto e alla fine decidendo pure che il quinto lo avrebbe perso una volta e per sempre, con la caduta lungo le strade intorno a Roanne.
Tutto è un po’ meno vero di recente. Non si va più al Romandia per vincere la corsa una settimana prima di puntare alla maglia rosa, né il vincitore del Delfinato si ripete così spesso al Tour. È successo solo una volta negli ultimi sei anni con Jonas Vingegaard nel 2023. Ma se oggi al via della corsa da Domérat si presentano Pogačar, Vingegaard ed Evenepoel, allora si fa fatica a non cadere nella tentazione di leggere la corsa come il calendario dell’avvento verso il Natale al Tour. Nel cast ci sono pure Romain Bardet, Enric Mas, Guillaume Martin, Carlos Rodriguez, Matteo Jorgenson, Sepp Kuss. Mathieu Van der Poel è guarito in tempo dalla frattura al polso e capiremo presto con quali intenzioni si presenta. Italiani: in tutto cinque. Si va da Jonathan Milan a Matteo Trentin, con il contorno di Simone Velasco, Simone Consonni e i 39 anni di Alessandro De Marchi. Tutti i nostri nomi più tipici per le strade di Francia.
Dopo un Giro d’Italia senza padroni, una corsa chiusa come in bestiario medievale fra asini e pollastri, arriva questo Delfinato dove il gruppo deve rassegnarsi al rispetto dell’ordine precostituito. Pogačar, Vingegaard e Remco Evenepoel hanno trascorso il mese di maggio in disparte, guardando e allenandosi. Tadej ha concluso la campagna delle Classiche di primavera vincendo quattro corse su sette e salendo sul podio nelle altre tre. Jonas Vingegaard rispetto a un anno fa ha il vantaggio di non doversi riprendere dal terribile incidente dei Paesi Baschi, ma non corre dalla Parigi-Nizza, quando si è ritirato per una commozione cerebrale. Sono passati tre mesi. Evenepoel ha fatto un tagliando al Romandia vincendo la cronometro, un picco di glicemia in mezzo a prestazioni deludenti fra una montagna e l’altra. Una cronometro alla quarta tappa gli offre la possibilità di controllare la classifica ma non ha ancora vinto una corsa a tappe di una settimana, come fa notare la rivista Rouleur.
Ma la bella notizia al Delfinato, la più bella fra tutte le belle, viene dalla fine del letargo dell’immaginifico Alexandre Roos. Stamattina scrive dalla partenza di Domérat per L’Équipe, un puntino nel cuore della Francia attraversato da due torrenti e un fiume, il Boisdijoux, il Bartillat e il Magieure. Domérat è giusto dentro quella strisciolina di terra che i linguisti hanno chiamato Croissant, un’area di transizione tra la lingua occitana e la lingua d’oil. Assomiglia geograficamente a una mezzaluna ed è un posto di mescolanza fin dal Medioevo. In un secolo ha avuto tre sindaci comunisti e due socialisti. Per dire.
[Oh comunque. Non è che Roos era al mare. Quando non fa il suiveur, fa il redacteur. Al Giro d’Italia per esempio ha coperto qualche tappa per il sito de L’Équipe, mette online la cronaca due minuti dopo la corsa: ma se non è sul posto non stura la fantasia]
Stamattina sì. Scrive che “l’estate si avvicina e, sebbene il suo respiro caldo non sia ancora arrivato, questa settimana il Critérium du Dauphiné sembrerà un corso di acclimatamento. Sulle vette, i passi si stanno gradualmente liberando del manto invernale, le strade stanno riaprendo ovunque e in questi giorni sulle Alpi e sui Pirenei i pastori partono per i pascoli estivi e per il loro mondo parallelo di silenzio, nel cuore dei loro monasteri verdi, rannicchiati con i loro cani e le loro greggi tra le pieghe del Tourmalet o degli altri giganti del Tour de France”.
Eh.
Il Pogačar che da oggi torna a tenerci compagnia “ha tirato fuori dall’armadio l’abbigliamento leggero per il resto delle avventure” dopo aver riposto “l’armatura infangata della primavera” e tuttavia, avverte Roos, non dovremmo commettere l’errore di giudicare il nuovo capitolo della sua stagione pensando alle Strade Bianche, al Giro delle Fiandre, alla Freccia Vallone, alla Liegi, al secondo posto della Roubaix, al terzo della Sanremo. “Da questa domenica mattina i contatori sono azzerati. Cambiano terreno e avversari, quel che ha ottenuto sul pavé del Nord non gli sarà di grande aiuto nelle prossime settimane. Dopo essersi battuto con Mathieu Van der Poel, arriva una rivalità più snella con Jonas Vingegaard, che incontra per la prima volta in questa stagione e a distanza di un anno”.
In effetti non si vedono faccia-a-faccia dal Tour de France dello scorso anno, “un incontro atteso con impazienza – scrive ancora Roos su L’Équipe – perché avviene senza asterischi, senza infortuni da gestire. Non c’è motivo di pensare che non siano entrambi nel punto di forma dove vorrebbero essere a questo punto della stagione, non lontani dal loro massimo”.
Ci sono dunque ★★★★★ per Pogacar, ★★★★☆ per Vingegaard, ★★★☆☆ per Evenepoel, ★★☆☆☆ per Jorgenson, ★☆☆☆☆ per Rodriguez, Lipowitz e Buitrago [le previsioni]
Ma questa è una corsa dove “la resa dei conti sarà soprattutto psicologica, un primo assaggio, un vantaggio da sfruttare o uno svantaggio su cui riflettere, a seconda dei punti di vista, fino al Tour. In questa partita sembra che Jonas Vingegaard abbia più pressioni, più motivi per cercare qualcosa che lo rassicuri. Il danese non può ignorare la prestazione primaverile di Pogačar, mentre lui annaspava in un inizio di stagione complicato: il contrasto netto tra un arcobaleno e un cielo cupo. È da tutto questo peso, da tutti questi ostacoli, che Jonas Vingegaard dovrà liberarsi a partire da oggi, lui che in passato ha già dovuto lottare contro la fragilità psicologica”.
Montlucon vuol dire Alaphilippe
| ritratto d’autore Alaphilippe visto (e amato) da Gianni Mura
“Ha il gusto dell’attacco, è guascone il giusto, è un uomo da classiche, forse un po’ più ondulate della Sanremo. Un po’ mi ricorda Michele Dancelli, un po’ mi ricorda Cyrille Guimard.
Ha fatto capire anche agli organizzatori più conservatori, come quelli del Tour, che in bici, l’attacco appassiona più della difesa, la fantasia vale più della tattica. Il suo pizzetto rimanda alla Belle Epoque, ma si correva come piace a lui (e a tantissimi altri) fino agli anni ’70.
In carrozzina dopo due infarti si muove suo padre, Jacques detto Jojo. Suonatore di notorietà locale, massimo vanto aver aperto un concerto di Johnny Hallyday. Il figlio studia musica, ma non sopporta il solfeggio («peggio che andare a scuola»), prende un diploma da meccanico per cicli e motocicli. Il padrone dell’officina non gli fa sconti, anche se la domenica ha corso all’estero con la nazionale il lunedì mattina dev’essere al lavoro e terminare alle 19. Poi si allenava, alla luce dei fari dell’auto di suo padre. Vacanze in campeggio sul lago di Goule, creato artificialmente nell’800 a una sessantina di km da Montluçon. «Avevamo tutto, non c’era bisogno di andare al mare». O costava di più. A Montluçon il primo sport è il rugby. Julian ci aveva provato da bambino, ma era troppo esile. Alla bici arriva su consiglio dello zio Franck, che è ancora suo consigliere tecnico. Il padre voleva incanalare le energie di due ragazzini iperattivi (Julian e Bryan, il minore). «Eravamo gli scemi del paese, sempre in giro a fare acrobazie in bici». Prima bici di seconda mano, la usavano in due. Non è banale né quando corre («all’antica», ci tengo a sottolinearlo) né quando parla. Con la maglia gialla addosso, è una cicala obbligata a essere formica, è Quagliarella che deve fare il terzino, è un attaccante nato chiamato a giocare in difesa.
Il moschettiere Alaphilippe annuncia e dimostra che non c’è un solo modo di interpretare la corsa, ma anche un altro, il suo. Riporta il corridore al centro della corsa e il corridore è un uomo che corre in bici portandosi addosso sogni e speranze suoi e, via via, di tanti altri, di un’intera nazione. «Sognare è pericoloso», ha detto.
Su Alaphilippe voglio chiudere con una frase di Alfonso Gatto, che come ogni anno porto sulle strade di Francia: «Tutti parlano del proprio cuore. Tutti tacciono col proprio cuore». Proprio tutti no.
Alaphilippe ci ha parlato, l’ha ascoltato, l’ha seguito, l’ha inseguito.
di gianni mura, la Repubblica, collage di citazioni marzo-luglio 2019