Il pugile che svegliò l’Italia prima di Neil Armstrong

 

 

      

Sai che noia vivere pensando di essere eterni?

Nino Benvenuti

La morte di Nino Benvenuti

«Ha toccato» disse Tito Stagno, anche se non era vero. Era preso dall’ansia di non mancare il momento dell’impatto tra il piede di Neil Armstrong e la Luna, era un piccolo passo per l’uomo eccetera eccetera. Quando l’americano tornò sulla Terra, gli chiesero se durante il viaggio nello spazio avesse visto Dio. Rispose: «Yes, she’s black». 

Ma questo venne dopo. Questo venne due anni dopo. Sulla Luna, senza muoversi di casa, gli italiani c’erano già stati con Nino Benvenuti. Ottomila persone chiesero al 114 di essere svegliate col servizio telefonico per non perdersi alla radio la voce di Paolo Valenti che dal Madison Square Garden raccontava un match di boxe, lo sport che a quel tempo faceva parte della santa trinità delle passioni popolari insieme col pallone e con le biciclette. 

Sedici milioni di persone accesero la radio perché il governo negò la diretta sulla Rai a quell’ora, le 4 del mattino, molto oltre il suono dell’oboe e degli archi presenti nelle Armonie del pianeta Saturno con cui si chiudevano le trasmissioni. Ci furono ottomila richieste al 114 per essere svegliati dal servizio telefonico. 

La notte che Nino Benvenuti fece tutto questo tirava una brutta aria. I giornali avevano presentato il match con Emile Griffith con i codici del tempo, la sfida dell’intelligenza bianca alla brutalità del nero. Facevano dire all’americano che avrebbe deturpato quel bel ragazzetto venuto al Madison Square Garden dall’Europa, mentre dettagliati reportage insistevano sulla presenza a bordo ring di George Chick Ferrara, un italo-americano specialista nel suturare le ferite. 

Le ferite di Benvenuti erano altre, e ancora ne sarebbero arrivate. È stata una vita selvaggia e tenera, la definisce stamattina Stefano Semeraro su La Stampa. L’esilio dall’Istria, la madre morta di crepacuore per i drammi familiari, un figlio perduto, altri spariti, un amore clandestino che spinse papa Paolo VI a cancellare un’udienza. 

Era “figlio di un pescatore originario di Caorle ma nato e cresciuto a Isola d’Istria, a pochi chilometri da Capodistria verso Portorose, su quella costa da secoli veneta che sarebbe stata stravolta dalla vendetta titina dopo gli anni del fascismo, cominciò a tirare di boxe in una piccola palestra locale per poi andare due volte a settimana all’Accademia pugilistica triestina che aveva già visto crescere campioni come Tiberio Mitri e Duilio Loi: trenta chilometri all’andata, trenta al ritorno. In bicicletta” [Gian Antonio Stella, Corriere della sera]. 

Anche Griffith era stato segnato da una tragedia. Cinque anni prima aveva visto morire un avversario, il cubano Benny Kid Paret, sotto la tempesta cieca dei suoi colpi. Lo aveva chiamato finocchio durante la cerimonia del peso, davanti a tutti. Così racconta Donald McRae, il giornalista sudafricano autore della biografia In un mondo di maschi [Mondadori], dove “la figura di Griffith è spaventosamente romanzesca, eppure è tutto autentico. La sua vocazione non sono i pugni ma i cappellini per signora, che disegna come il più elegante e raffinato tra i creatori di moda. Emile ha una voce flautata, è gentilissimo e bellissimo, veste come un lord e vive con una pletora di parenti e amici tra cui spicca una sorta di super mamma, la signora Emelda, che per tutta la vita lo chiamerà junior, piccolo” [Maurizio Crosetti, il Venerdì, maggio 2022].

Benvenuti non era favorito. La notte che per la prima volta tenne sveglia l’Italia per qualcosa che l’Italia non sapeva ancora di desiderare, Mario Gherarducci scrisse sul Corriere della sera che “Benvenuti può battere Griffith: ma dovra disputare il miglior match della sua carriera. Al triestino non basterà tenere a distanza il campione mondiale, indietreggiando per preparare il colpo d’incontro. In America si attribuisce notevole importanza all’aggressività: occorrerà che Benvenuti mostri all’arbitro e ai due giudici di essere salito sul ring del Madison per attaccare, non per boxare unicamente di rimessa. Benvenuti può battere Griffith: ma dovrà evitare le plateali scorrettezze che gli vengono consentite in Italia. Non potrà legare sfacciatamente nei momenti più difficili, non potrà tenere Griffith per evitargli di svolgere il suo massacrante lavoro al corpo”.

Nel libro I pugni degli eroi di Franco Esposito e Dario Torromeo si legge che “il dottor Harry Kleimann aveva già controllato le pulsazioni del triestino, 56 al minuto. Era uscito chiedendosi se quel ragazzo fosse incosciente o troppo sicuro di se stesso”. 

Corsero al palazzo anche da Little Italy, “uomini e donne che non avevano mai lasciato l’ombra delle proprie case. C’era una New York di paisà imbandierati attorno al quadrato. Quando fu proclamato campione del mondo, al centro del ring, assieme ai tricolori, sventolavano i fiaschi di Chianti” [Gianni Ranieri, la Stampa]. Di lui Rino Tommasi ha scritto che “sapeva picchiare. Il jab sinistro era il baricentro della sua boxe, ma il gancio sinistro e il montante destro erano le armi con cui poteva risolvere un incontro con un colpo solo, una qualità rara”.

È vero come dice Walter Veltroni stamattina sul Corriere che “l’Italia aveva bisogno di nuovi campioni con cui emozionarsi” perché Fausto Coppi non c’era più, c’erano “l’autostrada del sole, la Fiat seicento, le vacanze al mare, il televisore nelle case. Siamo in procinto di essere felici – scrive – per qualche tempo almeno. Le Olimpiadi sono l’inizio della nuova primavera italiana. Berruti e Benvenuti sono stati e restano i simboli di quei giorni meravigliosi”. Ma è anche vero che alle soglie del Sessantotto Benvenuti non apparteneva a tutti. 

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Non potevo essere di sinistra, per un semplice motivo. Avevo tutto, non c’era in me la voglia di rivendicare assolutamente nulla

NINO BENVENUTI

 

Aveva preparato la sfida sulle colline di Catskill, “quelle dove è cresciuto Mike Tyson e dove all’epoca svolgevano la preparazione tutti i grandi pugili” racconta Fausto Narducci nel libro le Leggende della boxe, ricordando che per ospitare quella sfida con quindicimila spettatori il Madison Square Garden dovette sottoporsi a dei lavori di ristrutturazione. 

Pier Paolo Pasolini scrisse che si augurava di vederlo perdere. Per la rivincita con Griffith [marzo 1968] Eugenio Montale ormai 72enne chiese di avere una tv così da tifare per l’altro e mimare i colpi al corpo di Nino. “Lui non teneva per il grande italiano – ha raccontato il Corriere della sera – ma per Griffith, perché nato più povero e sfortunato”.

Lui era il borghese. Come ha scritto Marco Ciriello sul Mattino, lui “fuggiva dalla Jugoslavia del Maresciallo Tito e tramutò l’estraneità al paese che lo accoglieva e il risentimento per quello che lasciava in un diretto destro che gli tornò molto utile per sopravvivere, poi vivere e infine abbracciare la gloria aggiungendo anche il braccio sinistro. Era figlio dei cantieri navali, dei pescherecci e della voglia di andarsene”.

Il poeta preferito di Benvenuti era Giovanni Pascoli. Franco Arturi sulla Gazzetta spiega che con quel suo “ciuffo biondo, arrogante quanto basta, protagonista anche sui rotocalchi per le sue avventure, vere o presunte”, Benvenuti era “anche divisivo, proprio per quell’aria di superiorità e alterigia che non tenta nemmeno di nascondere. Ha manifeste simpatie di destra (anche per le sofferenze imposte alla sua famiglia dai comunisti titini), si candida per il Movimento Sociale Italiano nel ’64, ma rinuncia presto all’attività politica per non perdere buona parte del suo pubblico”.

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«Ero molto giovane, ricordo che ritirò la candidatura dopo una serie di contestazioni subite. Per chi militava a destra, era comunque un mito doppio, sportivo e identitario, perché in anni difficili ebbe il coraggio di candidarsi o anche solo dichiararsi apertamente con noi. Non era e non è scontato: a prescindere dall’appartenenza politica, che sia a destra o sinistra, anche oggi difficilmente uno sportivo in attività scenderebbe in campo. Magari qualcuno si schiererebbe dopo, a carriera finita, ma non durante».

IGNAZIO LA RUSSA [a Filippo Conticello, la Gazzetta dello sport]

 

Antonio Russo sul Giornale ha raccontato che quel match al Madison si tenne in “un’America dove il Ku Klux Klan organizzava veglie di preghiera con le croci in fiamme per mettere al rogo i dischi dei Beatles e c’era un’America hippie che predicava il libero amore e non solo quello. Un mondo lontano che faceva anche a pugni. Che incrociava i guantoni sul ring nei quartieri più malfamati in cerca di riscatto ma che li incrociava soprattutto al Madison Square Garden, tempio di uno sport che allora era arte ma anche incredibile fenomeno di massa, sociale e di moda con spalti gremiti, arbitri in camicia bianca e farfallino e signore impelliciate”.  

Se fu divisivo, Benvenuti cercò di esserlo con quella mitezza degli uomini timidi che si vergognano di provare rancore. Giorgio Burreddu su Domani dice che “aveva visto la morte e il male attorno a sé, ma è stato l’amore a segnarlo per sempre. Immaginifico, romantico, omerico, ormai vecchio Nino raccontava della sua vita con la semplicità e la potenza di un aedo. E nelle sue storie c’erano sempre il mare, il vento, la forza e il coraggio, e ovviamente il padre Fernando che tornava a casa dal mercato del pesce e baciava Dora, la mamma”.

Emanuela Audisio su Repubblica riconosce in lui “il nostro primo divo dello sport. Nino aveva tutto: bellezza, tecnica, carattere. E una grande umanità, capace di sostituire i pugni con le carezze. Odiava lo stereotipo del pugile violento e disgraziato, non gli piacevano i vigliacchi e quelli che picchiano i gay, quando entrò in crisi sparì per tre mesi in India a curare i lebbrosi. Sapeva sentire, parlare, condividere. Ha vinto tutto, quando la boxe era vera e grande”. 

Scese dal ring in quella notte famosa e Gino Palumbo sul Corriere della sera scrisse: “La storia del costume italiano si è arricchita di una pagina densa di significato: nel cuore della notte, in ogni città come nei borghi più sperduti, migliaia e migliaia di persone hanno interrotto il sonno per seguire trepidanti, attraverso la radio, l’impresa sportiva di un giovanotto di Trieste che, a settemila chilometri di distanza, nella più famosa e temuta arena pugilistica del mondo, s’apprestava a vivere un’affascinante avventura” 

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Prima di lui il concetto di pugilato era associato prevalentemente alla forza. Poi arrivò questo ragazzo istriano. Un innovatore anche fuori dal ring. Probabilmente ancora di più che sul ring. Nino ha messo ko lo stereotipo che le persone avevano del pugile. 

PATRIZIO OLIVA a Luigi Panella, Repubblica

 

Dario Torromeo gli ha dedicato un libro due anni fa [Nino, il divo ribelle della boxe], nel quale raccontava che “la mano destra di Nino ha il pollice in una posizione innaturale, bloccato ad angolo retto rispetto al palmo. È il ricordo di una frattura saldata male, mai guarita. Benvenuti ha spesso vissuto con il dubbio nel taschino. Ha percorso il cammino della vita a modo suo. Coraggioso, ma pieno di ansie. Ribelle, ma ortodosso”. 

Aurelio Picca su Repubblica racconta invece l’inizio della fine della parabola di Nino, il primo dei due match con Monzon, quello di Roma nel ‘70 – dieci anni dopo l’oro olimpico. “Di Carlos si sapeva niente. Che aveva giusto un braccio: il destro. Mica si sapeva che era un selvaggio scolpito nella pietra. Si vociferava fosse legnoso, non rifinito. Invece fu la fine. Ho descritto e ho rivisto mille volte quell’incontro. Una folla di una Roma che non c’è più. L’ultimo popolo con i denti d’oro, con l’orologio d’oro. C’erano i macellai, i droghieri, i commercianti. Sapevano pure loro di odore di orine, sudore, sangue. Monzón si lavorò Nino tutto di sinistro. Per destro aveva una rivoltella nascosta. Quando fu il momento la tirò fuori e sparò a Nino. Benvenuti, il pugile che aveva fatto innamorare gli americani così tanto da proporgli un contratto per non perdere mai, fu steso ko: cadde appunto nella sua morte, perché il ko è la metafora della morte. Ma i debosciati e i delinquenti nell’astronave dell’Eur non gioirono; erano invece rabbiosi di vedere all’opera un criminale barbaro più di loro che veniva a dettare legge nella città nata sulla ferocia. Ma le donne, le femmine di Roma, le tante “mammaroma” si accorsero tre riprese prima che il loro amato nei sogni non ce l’avrebbe fatta. Le donne, sì, le poche che si erano avventurate (a parte quelle in compagnia di attori o grandi imprenditori) in quel colosseo di cemento e vetro percepirono nel ventre che Nino sarebbe stato selvaggiamente sconfitto. Urlavano accorate come nelle preghiere delle madri al Divino Amore. Però non ci fu scampo. Le suppliche non bastarono”.

L’anno dopo a Monte-Carlo perse ancora e furono gli ultimi pugni. Stamattina anche La Nacion dall’Argentina gli manda un abbraccio scrivendo che “con Nino Benvenuti è morta una parte della nostra storia. Forse oggi si sono spezzati gli ultimi legami di sangue rimasti nella terra di Carlos Monzón”.

 

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Il gancio destro da cui nacque Carlos Monzon

A 20 secondi dalla fine della 12a ripresa, Nino Benvenuti era molto stanco. Fermo sulle gambe, straco, un ciompo senza fiato, si era scoperto a dover vivere il match con cui difendeva il titolo mondiale dei pesi medi nella maniera che meno preferiva. Guerreggiando. Dandose biava. La boxe ha sempre due strade davanti a sé. Può essere danza o farsi battaglia. Segue qui


Benvenuti nelle parole di Benvenuti

 ➣  Che Italia era quella in cui vi siete innamorati?

«Bigotta. Intrisa di moralismo. Essere un campione significava anche essere un marito esemplare, pena perdere il mio pubblico».

 ➣  Eppure, lei perse la testa per Nadia.

«Mi ero sposato troppo giovane. Con l’arrivo del successo, io e mia moglie Giuliana ci scoprimmo diversi. A lei piaceva spendere, a me il lusso sembrava una mancanza di rispetto verso i tifosi, gente semplice uscita dalla guerra. Litigavamo al punto che, una notte, uscii dall’Hotel Sporting di Roma e dormii ai giardini di Villa Glori, e la sera stessa avevo un incontro con Gaspar Ortega. Conobbi Nadia nell’estate del 1967, stavo preparando il secondo match americano con Griffith, c’innamorammo».

 ➣  Passa poco e Paolo VI annulla la sua prevista visita in Vaticano.

«Ero su tutti i giornali, si era scatenato l’inferno. Ero l’uomo che aveva conquistato l’America, patria del pugilato, portandosi dietro sei charter di tifosi, con 16 o forse 18 milioni di italiani svegli di notte a seguire la radiocronaca. Era considerato blasfemo che mi comportassi da pubblico peccatore».

 ➣   E a quel secondo incontro della sua trilogia contro Griffith, perse clamorosamente e tutti diedero la colpa a Nadia.

«I giornali riportarono invenzioni assurde, come quella che ero stato sconfitto per via di una costola rotta in un incidente con lei. È vero che avevo una costola incrinata e una mano rotta, ma mi ero fatto male allenandomi. Quanto a Nadia, ci amavamo e convocai una conferenza stampa per il 31 dicembre, deciso ad annunciare che lasciavo mia moglie».

 ➣  Invece, annunciò che restava con sua moglie.

«Per Nadia fu un colpo. Mi aspettava a Montecatini, dove partecipava a un evento con Pippo Baudo, ma non arrivai mai».

 ➣  Cos’era successo?

«Che sono sempre stato più bravo sul ring che nella vita. Attorno a me, girava un universo di contratti, soldi, cose che erano sotto il controllo di mia moglie. Ebbi paura. Deve pensare che vivevo isolato da tutto, protetto dal cosiddetto entourage, e lei minacciava di non farmi vedere più i figli. C’era tutto questo, ma non ho scuse, ho sbagliato e basta».

 ➣  Nadia era incinta.

«Non ci sentimmo, non ci parlammo, non ci chiarimmo. So che mia moglie le offrì di tenere con noi la bambina e che Nadia non volle e se ne andò in Francia dal fratello. Partorì Nathalie, che non vidi mai, finché non mi cercò, nell’88. Era stata cresciuta con intelligenza, sua madre non le aveva mai parlato male di me. All’inizio, non voleva neanche farsi riconoscere».

 ➣  Quando e come lei si decide a tornare da Nadia?

«Dopo la separazione, ebbi una lunga relazione con una diplomatica argentina, poi ci lasciammo e, un giorno, mi presentai nella boutique di proprietà di Nadia».

 ➣  La morte la preoccupa?

«No, perché sono cristiano e perché è la morte che ci fa amare la vita. Sa che noia vivere pensando di essere eterni?».

 ➣  Il suo più grande rimpianto?

«Il rapporto coi figli. Quelli avuti con Giuliana, cinque inclusa una adottata, non li vedo, non li sento, non mi vogliono parlare. Lei me li ha messi contro. Ho nipoti che non conosco e penso che, anche se non sono stato un buon padre, potrei ancora essere un buon nonno». – intervista di candida morvillo, Corriere della sera, 16 aprile 2018

 

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